I giorni bui del Sol Invictus

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Manca poco al Sol Invictus, letteralmente il sole invitto. Dopo il giorno più buio la luce ha la sua rivincita e trionfa sulle tenebre. Un culto antico che ha origine in Oriente: Siria e Egitto per lo più, ma fu celebrato anche dai Romani e dalle popolazioni Pagane. Di solito si festeggiava tra il 24 e il 25 dicembre, pochi giorni dopo il solstizio d’inverno. Ossia nel momento in cui nell’emisfero nord il sole inverte la sua rotta ellittica, il suo declino. È quindi percettibile all’occhio la crescita della luce del giorno sulla notte. Ed è proprio il 25 che il dio Helios sembra rinascere. Non per niente il Natale significa nascita.
Sono tempi scuri e di divisione questi che precedono le festività come un triste gioco del destino, ma proprio oggi analisi e studio sono da porre avanti a tutto il resto. Devono prevalere sui sentimenti più primitivi. Per non farci trovare impreparati. La scia di sangue in Europa è ormai lunga ed per questo che va approfondita. Gli attentati terroristici di matrice islamica datano di oltre 10 anni. Era l’11 marzo 2004, quando morirono 191 persone e quasi 2.000 feriti in una serie di attentati con bombe nascoste in bagagli su diversi treni pendolari in tre stazioni di Madrid, fra cui Atocha e dintorni.
Il 7 Luglio 2005 perirono 56 persone (fra cui 4 kamikaze) in 4 attentati suicidi sulla metropolitana e su un autobus a Londra. Circa 700 in tutto i feriti. Il 21 luglio seguono altre quattro esplosioni sulla metropolitana e su un autobus, ma si tratta solo di detonatori, e fortunatamente non ci sono vittime. Venendo a tempi più recenti, dal 2012 ad oggi ci sono stati attentati a Tolosa (dove morì un rabbino e tre studenti in una scuola ebraica), in museo ebraico a Bruxelles, in un caffè di Copenaghen (dove morì una persona e vi furono tre feriti ad un convegno sulla libertà d’espressione organizzato dall’artista Lars Vilks).
Sono ben più celebri gli attacchi a Charlie Hebdo quando il 7 gennaio scorso morirono 12 persone. O quello di due giorni dopo quando il terrorista Coulibaly prende in ostaggio una decina di persone e ne uccide quattro in un supermercato kosher a Vincennes. Molto più grave la serie di attentati coordinati del 13 novembre 2015 sempre a Parigi dove persero la vita 130 fra uomini e donne. Tre kamikaze si fanno esplodere vicino allo Stade de France, muore un passante; 39 invece le vittime nell’undicesimo arrondissement, uccise a colpi di kalashnikov sparati contro diversi bar e ristoranti. Lo stesso giorno 90 giovani sono poi stati ammazzati da un commando kamikaze nella sala concerti Bataclan.
Il 22 marzo 2016 è ancora Bruxelles teatro della violenza. 31 morti e circa 300 feriti in una raffica di attentati rivendicati dall’Isis: due all’aeroporto Zaventem e uno alla stazione della metro di Maalbeek.
L’ultimo grave fatto in ordine temporale lo si assiste il 14 luglio scorso quando, nel giorno della festa nazionale francese, come a Berlino ieri, un camion ha investito la folla intenta a guardare i fuochi d’artificio sul lungomare della Promenade del Anglais falciando e ammazzando 87 persone e facendo oltre 100 feriti (morì sotto i proiettili della polizia anche l’attentatore). La Germania fu sconvolta invece dalla strage al centro commerciale Olympia di Monaco di Baviera dove un 18enne tedesco di origini iraniane uccise 9 persone ferendone altre 16 prima di suicidarsi. È poi del 26 luglio la morte a Rouen in Francia di padre Hamel sgozzato da due uomini al grido di “Allah Akbar”.
In tutto dal 2004 ad oggi sono dunque oltre 550 le vittime di attentati suicidi di matrice islamica nel continente, senza contare gli svariati attacchi che hanno coinvolto la Turchia, 41 i morti e 239 feriti all’attentato di una donna kamikaze del 28 giugno all’aeroporto di Istanbul. Certo l’Europa non è il territorio con il maggior numero di attentati. Ad esempio come testimonia il libro “Martiri che uccidono” del sociologo Domenico Tosini, dal 2003 al 2010 in Iraq ci sono stati più di mille gli attentati con oltre 14 mila persone morte: tra soldati, agenti e civili (soprattutto sunniti). Secondo uno studio del Global Terrorism Database curato dall’Università del Maryland, citata nel libro “Oltre il terrorismo” del generale Mario Mori, negli ultimi vent’anni sono stati 70.433 gli attacchi terroristici. A perdere la vita nel mondo 165 mila persone, come due stadi di San Siro. Un dato che cresce dal 2014, ben 32 mila le vittime con un clamoroso più 80% rispetto l’anno prima. Un trend che non accenna a diminuire dal 2007. Le zone più colpite sono il Medio Oriente, il Nord Africa e il Sud-Est asiatico dove è concentrato il 65% dei morti. In Eurpa va detto comunque che nel 2014 secondo l’Europol, sono 211 gli attentati (sventati, falliti o andati a segno) solo 17 quelli di stampo jihadista.
Tali attacchi tuttavia dal Medio Oriente sono stati ormai importati nel Vecchio Continente. Lo stupore e le lacrime devono definitamente lasciare spazio alla consapevolezza circa la permanenza del fenomeno terroristico. Il Jihad è ormai cosa nostra, seppur in diverse declinazioni e a cadenze quasi regolari. Per questo è sciocco attendere il prossimo attentato per rendersene conto. L’altro dato importante è che oggi non siamo più di fronte a lupi solitari, ma a una rete molto più diffusa e organizzata. Che molto spesso corre via web, dai Balcani al Siraq fino all’Occidente. Silente e lontana da sguardi indiscreti.
Lo dimostra il fatto che poco fa, sempre in Germania, si era tentato di compiere una strage ai mercatini di Natale. Il 26 novembre a Ludwigshafen, nel sudovest del Paese come scrive il sito Lookout news, un dodicenne è stato reclutato per compiere una strage. Anche a lui era stato suggerito di lanciarsi con l’auto sulle bancarelle, proprio come a Berlino e Nizza. Ma poi venne scelto l’attentato con una bomba artigianale piena di chiodi ma fortunatamente non andò a buon fine.
Nel paese sono da tempo attive parecchie associazioni salafite e wahabite. Una maxi operazione di Polizia è avvenuta lo scorso 15 novembre in più Länd tedeschi, con cui è stata messa al bando l’organizzazione “Die Wahre Religion” (La vera religione) del predicatore radicale di origine palestinese Ibrahim Abu Nagie. L’associazione in Germania ha reclutato circa 140 giovani jihadisti, andati a combattere in Siria ed in Iraq. Ha fatto molto discutere la campagna di proselitismo (ora vietata) chiamata Lies! (Leggi) dove per le strade e le piazze si distribuisce il Corano ma viene prediletta anche la conversione per strada, il cosiddetto Dawa Street.
Una campagna sbarcata anche in Svizzera, è infatti di pochi giorni fa la presenza per le vie di Winterthur dell’associazione salafita. In varie moschee elvetiche sono stati di recente scoperti focolai di estremismo (vedi appunto Winterthur dove è da tempo nel mirino delle autorità la moschea An’nur, o quella di Ginevra a Petit-Sacconex). Vari gli arresti negli ultimi tempi. E il canton Ticino non è al riparo. Secondo le Autorità italiane sarebbe addirittura attiva una cellula di reclutamento dello Stato islamico. Degli stretti legami sarebbero allacciati con i vertici del centro culturale di via Domenico Pino a Como, da anni sotto osservazione da parte delle autorità italiane. Pochi giorni fa proprio da Camerlata è stato espulso fuori dall’Italia un tunisino – già sotto osservazione dalla magistratura – a causa delle sue posizioni estreme. In particolare già dal 2011 era nel mirino della giustizia nell’ambito di un’inchiesta su una filiera di arruolamento che si occupava di inviare aspiranti jihadisti in Cecenia. Nel 2005, inoltre, era stato allontanato da Como un altro tunisino, vicepresidente dell’associazione, che vantava pure legami con una controversa moschea di Torino. Sembra che diversi emissari di non meglio precisate “comunità islamiche svizzere” siano stati visti presso il centro di Camerlata in occasione di incontri che il ministero italiano ritiene svolti per discutere del reclutamento di giovani aspiranti jihadisti intenzionati a raggiungere Siria, Libia e altri teatri di guerra.
È ancora presto fare conclusioni sui fatti di questo triste lunedì 19 dicembre macchiato di sangue e morti. Berlino, Ankara, Zurigo: non si sa ancora quanto hanno in comune. Tre città però che rimarranno legate indubbiamente dalla violenza assassina. Una violenza sempre più abitudinaria in questi giorni bui. Manca ancora poco al Sol Invictus, anche domani il sole, forse, rinascerà per tutti!

Mafia in Vallese una lunga storia

Dopo l’inchiesta che ha svelato la cellula di Frauenfeld e dopo l’estradizione dal Vallese di due ndranghetisti la scorsa estate, i legami con la Confederazione di persone accusate o condannate in Italia per associazione mafiosa non sembrano cessare. Lultimo caso porta ancora in Alto Vallese. Intrecci e legami in un cantone di confine.

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Leo C. vive nell’Alto Vallese, fa una vita all’apparenza tranquilla, dipendente presso un’attività qualsiasi, c’è chi dice in una pasticceria. Lui risiede in Svizzera con regolare permesso B dalla fine del 2013. Ma alle spalle ha un curriculum criminale pesante: secondo gli inquirenti è un reggente del clan, ed è stato condannato dal Tribunale di Reggio Calabria a 9 anni e 6 mesi. Quando i giudici formulano la sentenza, il 3 dicembre 2014, lui vive già nel nostro paese da più di anno.

La vicenda è giuridicamente complessa, ma merita di essere spiegata. Tutto parte da una grossa inchiesta italiana denominata “Alta tensione 2”. Oltre al 54enne, nel dicembre 2011, finiscono in carcere altre sei persone tra cui il consigliere comunale Pdl di Reggio Calabria, Giuseppe Plutino, considerato il referente politico delle famiglie (poi condannato in primo grado a 12 anni). Leo C. era diventato il reggente del clan dopo l’arresto dei fratelli. Il primo a finire in manette è Antonino detto Nino (condannato a 16 anni in prima istanza e assolto in secondo grado in aprile 2015). Nell’operazione “Alta tensione” dell’ottobre 2010 finiscono poi in cella gli altri due fratelli: Santo (condannato in secondo grado il 21 ottobre 2016 a 14 anni) e Bruno (18 anni e due mesi in secondo grado il 21 ottobre scorso). Secondo i magistrati sono tutti affiliati alla cosca Caridi-Borghetto-Zindato. Un clan attivo da anni in diversi quartieri Reggio Calabria. La ‘ndrina (cosca) era capeggiata dal fratello maggiore Nino, genero del defunto boss Mico Libri, una famiglia dal nome ben noto a cui i fratelli erano federati da anni. Minacce, danneggiamenti, ed estorsioni sono il loro modus operandi. Ma non mancano agganci in politica e su su fino alle stanze che contano della massoneria reggina. Il cartello dei Caridi-Borghetto-Zindato ha continuato a comandare anche dopo la cattura di Nino. “Dopo il suo arresto il controllo è passato a Bruno”, a dirlo sono Umberto Munaò e Roberto Moio due pentiti che parlano al pm di Reggio Stefano Musolino che si è occupato delle inchieste. Una successione che – a detta dei collaboratori di giustizia – avviene per legame di sangue, famigliare: “quando viene a mancare un fratello, viene sostituto da un altro fratello, chiunque fosse il capo, il clan continua a comandare sul territorio”. E i lavori non mancano. “In zona, – spiegano i pentiti – anche le imprese edili sono espressioni del gruppo criminale”.

La ricostruzione, frutto del lavoro dei magistrati reggini, è determinata da una serie di inchieste basate anche dalle dichiarazioni dei due pentiti: “Ci sono imprese da loro controllate che lavorano in questa zona, ma non è una novità. Funziona così in tutta la città”, spiegano Munaò e Moio durante il processo Alta tensione. “Sono loro ad avere il monopolio dei lavori o in alternativa a imporre le forniture”[1].

Dopo l’arresto nel dicembre 2011, Leo C. passa due anni in carcere. Dopo vari ricorsi in cui chiede la sua scarcerazione, il 23 gennaio 2013 la Corte Suprema di Cassazione (l’ultimo grado della giustizia italiana) decide che il carcere cautelare non è necessario, perché “reputa non sussistere prove nei suoi confronti in merito al reato di associazione ‘ndraghetista”. Leo C. viene così scarcerato l’8 agosto del 2013. All’epoca il processo a suo carico era già cominciato (il 30 maggio 2013) e dopo le prime udienze da dietro le sbarre, presenzia in Tribunale come uomo libero. Si fa vedere in alcuni dibattimenti, ma poi dall’ottobre del 2013 in aula non ci va più. Il 54enne si dà alla macchia e nonostante ciò viene condannato in sua assenza il 3 dicembre 2014. I giudici ne chiedono subito la carcerazione cautelare. Ma lui è scomparso dall’Italia. Solo nell’agosto del 2015 grazie a un’indagine parallela gli inquirenti scoprono che C. si trova in Svizzera. Dopo un lungo e classico tam tam burocratico, il 29 luglio 2016 l’Ufficio federale di Giustizia emette nei suoi confronti un ordine di arresto ai fini di estradizione, ordine che è sfociato nel fermo del calabrese il 3 agosto 2016, 5 giorni dopo, proprio in Vallese. Il 22 novembre 2016, in secondo grado i giudici confermano la sentenza: 9 anni e 6 mesi.

“Non c’è nulla di irregolare – replica la legale dell’uomo da noi interpellata- quando è venuto a vivere in Svizzera il mio cliente non era ancora stato condannato, anzi la la Cassazione italiana nel gennaio 2013 ha deciso che non c’erano gravi indizi per farlo stare in carcere”. In Svizzera C. ha quindi fatto ricorso contro la sua carcerazione preventiva ai fini di estradizione decisa dalle autorità elvetiche. Ricorso che però è stato respinto dal Tribunale Penale Federale di Bellinzona il 20 settembre scorso. Per ora rimane in carcere a Sion. Ma l’avvocato difensore non ci sta e replica: “Faremo ricorso anche contro l’estradizione che ha già deciso l’Ufficio federale di Giustizia. La posizione della patrocinatrice è chiara e combattiva: “Il mio cliente è venuto in Svizzera perché non si fida della giustizia italiana. In Calabria lo vogliono condannare a tutti i costi, basta avere un nome “pesante” che sei considerato mafioso. Gli hanno già rovinato la vita una volta non vuole rovinarsela una seconda”.

L’impianto accusatorio del pm Musolino è però solido e dopo il lungo e combattuto  dibattimento di “Alta tensione 2”, nonostante la scarcerazione dell’uomo, i giudici nel processo di merito hanno sostanzialmente confermato i capi di accusa che vanno dall’associazione mafiosa, all’estorsione e detenzioni d’armi. “È da molto tempo che aspettiamo la sua estradizione, è più di un anno e mezzo che l’abbiamo chiesta”, ci spiega da noi interpellato Stefano Musolino. “Va detto che non è finito in Svizzera per caso, di sicuro aveva un aggancio e c’era qualcuno che conosceva”. Infatti, il Vallese non è scevro da altri casi simili. È di quest’estate l’estradizione di due esponenti di spicco della ‘ndrangheta. Padre e figlio: Antonio Nucera, detto Ntonaci, 60 anni e Francesco Nucera, 34 anni. Anche loro in primo grado in Italia nel 2014 erano stati condannati in contumacia a 9 anni l’uno e 6 anni l’altro: per associazione mafiosa, riciclaggio e reimpiego di beni di provenienza illecita. Erano latitanti dal 2013 e dopo una fuga durata 3 anni furono arrestati in marzo scorso a Saas Grund e Visp. I Nucera come i C. hanno una radice comune in un piccolo paese della Costa Jonica in provincia di Reggio Calabria di nome Gallicianò (Condofuri). Secondo gli inquirenti è in questo contesto di migranti già presenti in Svizzera e con cui hanno mantenuto rapporti che possono trasferirsi all’estero. Le informazioni acquisite negli anni dalla polizia italiana, incrociate con quelle della  Fedpol, già da tempo hanno fatto emergere che tra le provincie di Verbano-Cusio-Ossola e il Vallese ci sono cellule di ‘ndrangheta ormai radicate dagli anni della migrazione e che opererebbero per conto delle cosche madri. Proprio a Visp e Briga, erano stati rintracciati altri componenti del gruppo familiare dei Nucera ossatura centrale della struttura criminale condofurese. Antonio Nucera aveva aperto diversi rapporti bancari con istituti di credito elvetici, tracciati come sospetti dalle istituzioni antiriciclaggio della Confederazione.

Ma i legami e le relazioni con il Vallese non si limitano al riciclaggio. Su tutto sta infatti il movimento terra e gli appalti pubblici. Settori a più alto rischio di infiltrazione. Come svela un’interessante inchiesta apparsa sul sito Jet d’encre le mani delle cosche potrebbero essere arrivate sino ai cantieri stradali: ad esempio nella costruzione del tunnel d’Eyholz, il risanamento della autostrada A9 e la costruzione di un ponte vicino a Niedergesteln. Ad aggiudicarsi i lavori assieme a una ditta di Thun, c’è un azienda di Visp fondata da un italiano di origine calabrese nel 1993, residente all’epoca nella provincia piemontese di Verbano-Cusio-Ossola. I primi due cantieri non sono ancora stati terminati e hanno generato costi sensibilmente più elevati. Un’inchiesta del Controllo federale delle finanze è ancora in corso. Ma non finisce qui perché nel marzo scorso il manager viene arrestato e con lui sono stati fermati, e poi liberati, due funzionari della filiale vallesana dell’Ustra, l’ufficio svizzero delle strade. Erano accusati di corruzione attiva e passiva in merito all’assegnazione di un appalto del valore di 35 milioni di franchi per la ristrutturazione delle galleria della “Casermetta” sulla strada del Sempione. Secondo il sito Jet d’encre, nonostante a carico dell’ormai ex manager della ditta di Visp non è stata aperta alcuna procedura penale in Italia, il suo nome figura nell’ordinanza di arresto preventiva emessa dal Tribunale di Reggio Calabria nel 2009, nel quadro dell’Inchiesta “Nuovo Potere”, che porta anche in questo caso su dei clan attivi sulla Costa Jonica con ramificazioni in Piemonte e Svizzera. L’uomo secondo gli inquirenti avrebbe avuto legami “non solo occasionali” con membri dell’organizzazione. Gli affiliati secondo l’inchiesta avrebbero condotto un traffico di doga tra l’Italia e la Svizzera e in senso in verso un traffico di armi, chiamato in gergo “cioccolato”. Alla luce di questi fatti la presenza di persone legate alla mafia in Vallese dunque non sembra nulla di nuovo.

Ma tornando a parlare del recente caso di Leo C., di nuovo c’è però tutta una serie di problematiche. Su tutte la facilità ad ottenere permessi di residenza seppur con la fedina penale non immacolata. E questo non soltanto con sentenze cresciute in giudicato, ma anche con carichi pendenti e procedimenti in corso. Il Ticino è il primo cantone in cui è stata introdotta per alcuni mesi la richiesta dei carichi pendenti per il rinnovo e la richiesta di permessi B e G. In vigore rimane ancora la richiesta del casellario giudiziale che tanto ha fatto irritare Italia e Europa. Nel resto della Svizzera- nella più parte dei cantoni – non è neppure richiesta un’autocertificazione della fedina penale, come è il caso del Vallese dove per avere un permesso B è necessario un contratto di lavoro di almeno 365 giorni.

 

Oltre a ciò il caso mette anche in evidenza il forte radicamento dell’organizzazione criminale italiana in Svizzera. Non solo infiltrazione in ambito economico, bensì una vera e propria integrazione nel tessuto sociale. Questo con il tramite di persone che vivono e facilitano il contatto e l’integrazione professionale di altri pregiudicati. Ne è l’esempio il caso di Gennaro Pulice, pentito di mafia ed ex killer della cosca calabrese dei Cannizzaro-Daponte-Iannazzo, che in questi mesi sta parlando con la giustizia calabrese. Le sue parole hanno fatto scalpore in Ticino perché ha ammesso la facilità – pagando e corrompendo un funzionario a Lugano (tesi però smentita dal Dipartimento delle Istituzioni ticinese) – di ottenere permessi di residenza e di lavoro in Svizzera. Le questioni – seppur il proliferare dei casi – rimangono tutt’ora aperte. Una risposta dovrebbe però darla l’inasprimento dell’articolo 260ter contro le organizzazioni criminali. Il procuratore generale Michael Lauber da noi interpellato ha spiegato che si auspica una pena minima di 3 anni e una massima di 20. L’applicazione dell’articolo sarebbe inoltre più facile e la definizione di organizzazione criminale più ampia e chiara. Il dossier ancora al vaglio del Dipartimento federale di giustizia potrebbe essere pronto per le discussioni parlamentari entro fine 2017.

 

Qui in francese apparso sul mensile La Cité di dicembre 2016

 

Mi Cuba

Sono andato a Cuba 3 anni fa, sono partito con molte domande e sono tornato con ancora più quesiti. La guida che ci ha scorrazzato per tutta l’isola era un professore ed ex pilota di aerei. Cinque dollari di mancia l’hanno fatto piangere. Nel viaggio tra l’Avana e Santa Clara ci raccontò un aneddoto che non ho mai dimenticato. Quando per la prima volta uscì da Cuba e andò a trovare sua sorella in Italia, entrò in un negozio di articoli sportivi. Lì gli girò la testa perché non aveva mai visto prima di all’ora così tanti paia di scarpe colorati illuminati dai neon della vetrina. Da un macellaio invece non riuscì a capacitarsi di tanta abbondanza di carne. A Cuba infatti tutto è razionato: olio, uova, acqua. Un tot al mese. Internet è per pochi. I salari sono uguali per ogni cittadino.
A Cuba però rispetto ad altri paesi dell’America Latina la criminalità è al minimo. Nulla in confronto a narco-stati come Messico o Colombia. A Cuba sanità e istruzione sono gratuite. Ognuno può studiare fino a diventare medico o avvocato. Professioni però remunerate come tutti: poche centinaia di dollari al mese. Non so quanto sia cambiato nel frattempo. Oggi come all’epoca sono pieno di domande. Domande che solo chi è stato a Cuba può avere. Soltanto questi sguardi e sorrisi mi hanno dato sazietà!

Il Van Gogh rubato

Le opere d’arte sono spesso associate a un bene di rifugio in questi periodi di crisi. Ma sono anche un business per le organizzazioni criminali. Dopo droga e armi è proprio questo uno dei settori più lucrosi. E la Svizzera con i più grandi Punti franchi al mondo, in cui sono stipate opere di valore inestimabile, che fa? Di pochi anni fa una grande inchiesta che dalla Calabria ha coinvolto anche la Confederazione.

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“La spiaggia di Scheveningen” – 1882

 

Era una giornata ventosa quando Vincent stava ammirando il mare a Scheveningen. Chissà quante volte il suo sguardo aveva incrociato, in quel periodo di permanenza, quelle tempeste di colori dove acqua e cielo si mischiano e diventano una cosa sola. Non aveva ancora 28 anni quando mise il suo cavalletto all’aria aperta e dipinse “Spiaggia di Scheveningen durante un temporale”, era il 1882. Non sapeva che dopo oltre 100 quel quadro fu rubato ad Amsterdam e poi ritrovato dopo 14 anni vicino a Castellammare di Stabia, con un altro Van Gogh. Erano nelle mani della Camorra. Valgono secondo gli esperti più di 100 milioni di dollari. Sono stati trovati in un casolare riconducibile al boss Raffale Imperiali, lui che si è fatto fortuna vendendo vino e acqua, attività che gli valse il soprannome di “Lellucc Ferrarelle” è uno dei camorristi più potenti al giorno d’oggi. Imperiali riesce a far girare milioni derivanti dal narcotraffico dal Sud America, alle Spagna e tutta Europa, ma alle spalle ha anche la forza militare capace di poter imporre una pax mafiosa. L’ultimo domicilio conosciuto è il lussuoso hotel di Dubai Burj Al Arab, dove una camera base costa 1500 euro a notte. Non si hanno più sue notizie dall’ottobre scorso, quando per la prima volta il suo nome è comparso all’interno di un’inchiesta legata al traffico di stupefacenti e si è dato latitante.

Questo – emerso il 30 settembre – è solo l’ultimo di molti casi in cui opere d’arte si mischiano con la criminalità organizzata. Come si legge nell’interessante articolo dell’inkiesta.it si tratta di un mercato che nel 2012 si è impennato del 39% rispetto al 2011. Dopo armi e droga il traffico illecito di opere d’arte è stimato come il terzo mercato criminale più lucroso, con profitti globali stimati intorno agli 8 miliardi di euro.  Dal 2009, sono molte le indagini in questo settore. Tra le altre – spiega sempre l’inkiesta – c’è quella della Direzione Investigativa Antimafia che ha sequestrato al boss italo-canadese Beniamino Zappia, in carcere dal 2007, oltre 345 dipinti di immenso valore, fra i quali tele di Guttuso, De Chirico, Dalì, Sironi, Morandi, Campigli, De Pisis, Boldini, Guidi, oltre a orologi antichi, pietre preziose, vasi, statue, bronzi e oggetti di antiquariato.  Nel 2010 invece al boss Gioacchino Campolo, il “Re dei videopoker” fu sequestrata dalla Guardia di Finanza una intera collezione di 102 dipinti: da Dalì a Guttuso arrivando De Chirico e Fontana, passando Sironi. Un settore dunque estremamente allettante, che produce facile guadagni, quello del mercato nero e del collezionismo dell’arte. Sono ben otto le organizzazioni criminali operanti nel settore (oltre alle 3 italiane anche mafia cinese e dei Paesi dell’est), a cui nel solo 2012 sono stati sequestrati poco più di 4mila falsi. Anche il presidente del senato Pietro Grasso, ex procuratore antimafia aveva sostenuto che «il traffico di opere d’arte è tra i principali guadagni delle mafie».

In questo contesto, la Svizzera è un centro nevralgico per le opere d’arte internazionali. La maggior parte sono stipate in punti franchi, esenti da dazi doganali e tasse varie, in banche o in casette di sicurezza disseminate per il Canton Ticino. La Confederazione è infatti da sempre un’attrice importante in questo settore, con oltre una dozzina di punti franchi. I più grandi si trovano a Chiasso, Zurigo, Basilea e Ginevra. In quest’ultimo – di oltre 150’000 metri quadrati di superficie, l’equivalente di 22 campi di calcio – si dice che sia concentrata la più grande quantità di opere d’arte al mondo. Molti pezzi sono di qualità museale e quindi di valore inestimabile. Quello di Chiasso esiste dal 1920, mentre nel 1961 è nato quello di Stabio. Quello di Ginevra è stato istituito addirittura nel 1888. Secondo la rivista specializzata Conaissances des Arts, nel 2013 qui giacevano 1,2 milioni di oggetti d’arte. Porta ogni anni tra i 10 e i 12 milioni di franchi nelle casse dello Stato. I punti franchi sono dei limbi fiscali, dove  generalmente è proposto l’affitto di magazzini di superfici variabili, locali blindati, cantine e addirittura garage, a tempo indeterminato. La zona come detto è libera da vincoli doganali. I dazi sono prelevati solo quando la merce raggiunge la sua destinazione finale. In altre parole, i punti franchi permettono di differire il pagamento delle tasse. C’è di tutto dai quadri alle bottiglie di vino. Ad esempio la struttura a La Praille di Gineva ospita la più grande cantina di vino del mondo. Circa tre milioni di bottiglie d’annata, soprattutto Bordeaux, conservate in casse di legno nei sotterranei dell’edificio. Nel 2010 la task force sul riciclaggio di denaro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), con sede a Parigi, ha pubblicato un rapporto in cui si denuncia il fatto che le zone extradoganali, che comprendono i porti franchi, «sono una minaccia in termini di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo», in parte a causa della sorveglianza inadeguata. In seguito a alcuni scandali, la Svizzera è intervenuta per aumentare i controlli e ha inasprito recentemente la legge sul riciclaggio e sul commercio dei beni culturali. I porti franchi sono stati sottoposti alla stessa regolamentazione a cui sottostanno tutte le importazioni, con l’obbligo di dichiarare la proprietà, l’origine il valore di tutti i beni importati. Dal 2009 è richiesto anche un inventario completo. Ma questo non ha evitato altri casi di abuso. Nel 2010 i funzionari doganali svizzeri hanno rinvenuto nel porto franco di Ginevra un sarcofago romano probabilmente saccheggiato in un sito archeologico della Turchia meridionale.

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Punto Franco di Chiasso

Oltre ai punti franchi anche nel nostro paese nel recente passato le mafie hanno fatto affari in questo settore. L’operazione dei carabinieri del Nucleo “Tutela del patrimonio culturale” di Cosenza e del Ros di Catanzaro denominata “Purgatorio 3”, è scattata il 20 luglio 2015 contro una presunta organizzazione criminale – con a capo il boss Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”, deceduto nell’ottobre scorso – dedita per gli inquirenti al traffico illecito di reperti archeologici trafugati dalle più importanti aree archeologiche della Calabria. In particolare, l’operazione ha visto la città di Vibo Valentia al centro delle indagini con i reperti archeologici che negli anni sarebbero stati trafugati dall’antica Hipponion di epoca greca, con veri tunnel sotterranei, profondi anche 30 metri, scavati dai “tombaroli” nel cuore della città. I reperti archeologici trafugati sarebbero stati piazzati sul mercato illegale, specie estero. A finire nelle maglie della giustizia oltre all’archeologo calabrese Giuseppe Braghò e altre 4 persone, anche l’affarista di origine italiane ma nato a Berna, Luigi Fabiano. Con lui si sarebbero fatti affari fuori dall’Italia per piazzare le opere in giro per il mondo. L’archeologo Braghi è indicato come “anello di congiunzione per la vendita e l’esportazione dei reperti illecitamente trafugati. Secondo l’accusa avrebbe trafugato dall’antica stipe votiva di Scrimbia, nella parte alta di Vibo Valentia, statue e reperti fittili che avrebbero fruttato ingenti somme di denaro di cui avrebbe beneficiato anche il boss Mancuso. A causa di contrasti interni all’associazione, però, nei confronti di Braghò era stata ipotizzata, secondo gli investigatori, una grave ritorsione. Nel gennaio scorso gli indagati sono tornati liberi per cessazione di tutte le esigenze cautelari. L’inchiesta della Dda di Catanzaro è stata trasferita alla Procura ordinaria vibonese che dovrà fare chiarezza sulla vicenda. quello che comunque rimane certo, è che questo business è prezioso per la mafie, sopratutto per quanto riguarda il riciclaggio di denaro.Tenere un De Chirico da milioni in mano e portarlo in qualche banca o punto franco è molto più semplice che avere con sé borsone di soldi. Nemmeno i girasoli di Vincent van Gogh possono stare tranquilli.

 

 

 

I soldi della ‘ndrangheta nel Lugano calcio?

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Fa ancora discutere Pietro Belardelli, ex presidente del Lugano nei primi anni 2000. Lui, dopo la parentesi ticinese, aveva trascorso mesi dietro le sbarre, a Reggio Calabria, con accuse pesantissime, ma mai provate. Belardelli è stato infatti prosciolto da reato di riciclaggio e collusione con la criminalità organizzata. Oggi su il quotidiano la Repubblica a distanza di anni arrivano pesanti accuse di un pentito di mafia. Michele Amandini, boss mafioso personalmente coinvolto nel traffico d’eroina e in sequestri di persona. In stretti rapporti d’affare con Florio Fiorini, il faccendiere amico di Silvio Berlusconi, legato tramite diverse società di riciclaggio alla Svizzera, ha parlato in questi giorni ai magistrati di Reggio Calabria. E parla di una gigantesca operazione gestita dalla ‘ndrangheta e dalla mafia di New York. “Noi eravamo in contatto anche con Belardelli, presidente del Lugano calcio”. Tramite complicate operazioni finanziarie venivano – secondo il pentito – riciclati i soldi sporchi delle organizzazioni criminali. Mediante titoli americani a rischio (agganciati ai crediti dei mutui ipotecari) denominati GNMA, si fece una prima operazione di 32 milioni di dollari per finanziarie il Lugano Calcio. Soldi che provenivano dalla famosa famiglia Gambino, la più potente della mafia newyorkese. Amandini dalla metà degli anni Ottanta – come spiega ancora la Repubblica – è stato il principale consulente finanziario che ha impiantato la ndrangheta al Nord. Molti legami con il nostro paese. “Avevamo contati con alcune banche e infettavamo il mercato svizzero con titoli tossici”. Michele Amandini – prima di pentirsi perché incastrato dalle rivelazioni del pentito Saverio Morabito – era conosciuto come “picciotto di denari”. Per anni ha consigliato prima ai grandi imprenditori, quindi a famiglie come quelle dei Barbaro o dei Papalia, quelle “alchimie finanziare” necessarie per rendere spendibili i capitali illecitamente accumulati- si legge sul Corriere della Calabria dello 31 luglio 2013. Nell’ottobre 2012, interrogato dal pm Lombardo, Amandini dice, “Ho conosciuto Paolo Martino (ndr.: boss ndranghetista) in Svizzera, a Lugano, nel 2000, in occasione di un incontro con Ambrosio di Italgrani per risolvere la sua grave situazione finanziaria: già avevo sentito il nome del Martino dai Papalia, ed anche in quella occasione mi venne detto che era espressione dei De Stefano; nel corso dell’incontro ascoltai alcuni discorsi che mi fecero capire che il Martino aveva intenzione di investire nella creazione di società finanziarie”. Amandini oggi sta parlando e sono in molti a tremare.

Mafia “à la française”

 

COMBO CHARLIE HEBDO PER SITO
CHARLIE HEBDO

La vignetta di Charlie Hebdo “Seisme à l’italienne” ha creato un bel putiferio sul web. Una vera e propria sollevazione popolare su internet che ha creato forti dissapori tra i due paesi. Non ho intenzione qui di entrare nella discussione della libertà di stampa o di domandarmi fin dove si può spingere la satira. Secondo me questa discussione è molto soggettiva. Quello che è interessante è però un’altra questione e in questo caso parlano i fatti. Certo – come dice il giornale satirico – la mafia ha fatto e fa le case d’Italia ma forse ci si dimentica, o meglio, non si conosce per nulla, che anche la Francia ha avuto e ha a che fare con le mafie. Non solo quelle di stampo italiano, che come in tutto il mondo hanno messo radici nel paese dei Lumi. Il banditismo francese o meglio conosciuto come “Milieu” è infatti attivo da anni. Il crimine organizzato in Francia ha le sue origini nel 1800, ma anche durante le due guerre era molto attivo. Per non parlare poi nella Guerra fredda dove alcuni ex combattenti furono utilizzati dai servizi segreti per combattere il pericolo del comunismo. Ci sono differenti gang a seconda delle città, le più conosciute sono il milieu marsigliese, il milieu parigino, il milieu corso, il milieu lionnese, ecc. Per lo più si arricchiscono con spaccio di droga, prostituzione, armi, ma anche il racket e il traffico illegale di migranti. I soldi vengono ripuliti tramite i classici canali del riciclaggio: settore delle costruzioni e ristorazione/alberghi.

La French Connection

Il banditismo francese è balzato agli onori della cronaca negli anni 1970 quando è stata svelata la French Connection. Già dalla fine del XIX° secolo una pletora di organizzazioni criminali francesi trasportavano eroina verso gli Stati Uniti, sostanza importata in Occidente dell’Asia, soprattutto dalla Turchia, dalla Siria e dall’Indocina. Per oltre 70 anni i traffici sono andati avanti, la morfina-base veniva trasformata in eroina in alcuni laboratori marsigliesi e nel sud del paese, per poi essere trasportata negli Usa o in Canada. Nel ’70 si calcola che il traffico della French Connection era dai 40 alle 45 tonnellate per anno, ossia l’80% della consumazione di eroina americana. Solo alla fine degli anni 60 quando il traffico aveva toccato il suo apogeo, il presidente Nixon decise di inviare agenti della DEA in Francia. Con le autorità francesi si cercò dunque di mettere la parola fine. Con l’intercettazione della nave Caprice des Temps a largo delle coste marsigliesi, dove vennero sequestrati 423 kg di eroina, si dice che la French Connection sia sgominata. Oggi però la Francia non vive sonni tranquilli. Negli anni 2010 il traffico di cannabis nella sola città di Marsiglia generava circa 130 milioni di euro.

Le bande corso-marsigliesi

Dai primi anni del 2000 infatti si assiste all’inizio di una nuova era per la mafia locale. E il traffico di cannabis esplode nei quartieri più svantaggiati di Marsiglia. I cosiddetti “caïds” (boss) sostituiscono i vecchi “padrini”. È poi Berrahma Farid, un ex “tenente” dello storico Boss Francis Belge morto nel 2000, che domina questo nuovo gruppo chiamato “il neo banditismo della città”. Nel 2006, Ange-Toussaint Federici (della Mafia corsa) invierà un commando per assassinare Farid Berrahma.  E qui che si apre una grande guerra tra clan. Sono questi giovani capi clan Corso-Marsigliesi che oggi tengono le fila della città.  Ed è proprio l’”Isola della bellezza” che prende il titolo di regione più criminogena d’Europa. In Corsica infatti si supera anche la Sicilia come regione dove, pro-capite, ci sono stati più crimini. In trent’anni, ben 371 persone sono state uccise, di queste undici funzionari statali (sindaci, prefetti , avvocati). Dall’inizio del 2016 invece sono già una decina i morti ammazzati nelle faide tra clan. Proprio dopo l’assassinio dell’avvocato corso Antoine Sollacaro nel 2012 che la Francia farà un passo importante nella lotta contro la criminalità organizzata. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault adotterà diverse misure per ridurre la mafia in Corsica : con la creazione di una cellula interministeriale, e la nomina di 14 investigatori specializzati in criminalità organizzata.

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Grafica de: Le figaro

Anti-mafia à la française

In questo scenario, le operazioni della polizia per riconquistare la legalità in molte città del sud della Francia, non sono mancate. Il 17 giugno 2013, 1,4 milioni di euro provento del traffico di droga sono stati sequestrati a Castellane, città di 7 mila abitanti. Per settimane, i quartiere erano controllati da squadre della polizia in tenuta da guerra. Di alcune settimane fa inoltre un’operazione della polizia transalpina che ha smantellato due distinte reti di trafficanti di armi da guerra che operavano dalla Svizzera verso i narcotrafficanti di Montpellier e Marsiglia. In tutto 400 armi sono state intercettate. In manette sono finite 9 persone. In questo contesto però, nella Francia della lotta al jihadismo manca una legislazione anti-mafia. L’unico paese che si è dotato di norme per combattere la organizzazioni criminali è manco a dirlo l’Italia che in questo settore fa scuola in tutto il mondo. E la Francia conosce bene anche la mafia italiana, ma nulla può fare. Chiamata ” mafia imprenditrice ” gli italiani, sono concentrati nelle regioni di Nizza e Lione. Le loro aree di attività sono la “costruzione, l’immobiliare, l’abbigliamento, e i giochi d’azzardo elettronici”. Nella regione “des Alpes Maritimes”, due recenti inchieste hanno svelato le ramificazioni con vere e proprie Locali della ‘ndrangheta, ma anche la presenza della camorra napoletana è di casa. Le autorità giudiziarie sostengono che ” le due organizzazioni sembrano avere reti e connessioni efficaci in Francia e nel Principato di Monaco”. Non si dimentichi inoltre, che anche il boss Bernardo Provenzano nel 2003  fece un intervento facciale proprio in una clinica a Aubagne nel sud del Paese. La Francia è una terra di ripiego per le mafie internazionali vista la sua ricchezza e la sua assenza di leggi in materia, soprattutto per quanto riguarda la confisca di beni mafiosi. Nel solo 2010 sono stati 28 mila gli atti di criminalità, il 25% ad opera di stranieri, il restante 75% invece di cittadini francesi. Forse è vero dunque che i vignettisti italiani in risposta ai francesi potrebbero titolare: mafia à la fraçaise. E chissà che qualcuno si svegli.

Il Ticino è pronto per un’emergenza sismica?

In Ticino nessun attestato anti-sisma è obbligatorio, ma dal 1989 viene rispettata la normativa SIA, della Società Svizzera Ingegneri e Architetti. Il rischio maggiore è dunque per le case costruite prima degli anni ’80 che potrebbero non reggere a sismi di 6.0 sulla scala Richter. Alcuni dati di inizio 2000 parlavano del 90% di case che non rispettano queste normative. È ancora così?

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(AP Photo/Gregorio Borgia)

 

Dopo il tragico terremoto in Centro Italia che ha fatto oltre 290 morti, ci si interroga sulle norme antisismiche anche in Ticino. Due interrogazioni dopo il sisma in Emilia Romagna del 2012 – a firma dei deputati PS Bruno Storni e del leghista Giancarlo Seitz – avevano chiesto già all’epoca al Consiglio di Stato se il nostro Cantone è pronto all’emergenza sismica. In Svizzera infatti si contano circa 200 sismi ogni anno. Le zone più colpite sono il Vallese, Basilea, l’Engadina, e la Valle del Reno nel canton San Gallo. Un terremoto di magnitudo 5 con danni leggeri è registrato ogni 10 anni, uno di magnitudo 6 ogni 100. Attualmente solo i cantoni di Argovia, Basilea Città, Giura, Nivaldo e Vallese hanno introdotto l’obbligo di presentare un attestato anti-sisma. Il Canton Friborgo ha recentemente legiferato in questo senso.

Nonostante il Ticino non sia in una zona a rischio, quali sono e come funzionano le norme antisismiche qui da noi? “In Ticino come in Svizzera le primissime norme datano dagli anni ’70” ha spiegato ai microfoni di Radio 3i Alessandro Dazio, esperto specializzato in ingegneria sismica delle strutture. “Poi c’è stato un aggiornamento nel 1989, le normative più recenti sono del 2003. Le prime non erano sufficienti, ma a partire dagli anni ’90 abbiamo normative all’avanguardia”.

Ma queste norme sono obbligatorie? “Le norme in Svizzera rappresentano lo Stato dell’Arte riconosciuto, per questo motivo secondo il Codice delle Obbligazioni sono da applicare per la costruzione degli edifici. Coloro che appartengono alla Società Svizzera degli Ingegneri e Architetti sono tenuti, per statuto, a tenerne conto. In teoria per le costruzioni dopo il 1989 sono dunque state applicate queste normative antisismiche”. Dello stesso avviso l’ingegnere Cristina Zanini Barzaghi, contitolare di uno studio d’ingegneria che si occupa anche di questi temi e autrice dell’articolo “Costruzioni e sisma nella Svizzera italiana” del 2010, la quale spiega che in Ticino le normative della categoria professionale emanate dalla norma SIA (Società Svizzera degli ingegneri e architetti) sono delle regole dell’Arte, ma non sono prescritte per legge. Spesso la legge le menziona, ma non sono obbligatorie anche se i professionisti le considerano come tali.

Chi vigila dunque? “Di regola la responsabilità è in primis del committente, che deve accertarsi che i progettisti incaricati hanno previsto il dimensionamento sismico. Per le nuove costruzioni è ormai una consuetudine, ma nel caso degli edifici esistenti il tema va affrontato ad esempio richiedendo una specifica perizia”, risponde Zanini Barzaghi. Secondo alcune cifre del 2005, il 90% delle case in Svizzera non sarebbe a prova di sisma, perché costruite prima del 1989, data in cui sono entrate in vigore le leggi moderne anti-sisma. Il dato è ancora attuale? “Difficile da dire” sottolinea Cristina Zanini Barzaghi. “Non esistono numeri precisi, il 90% era un’affermazione molto forte fatta dall’ex-professore del Politecnico di Zurigo Bachmann per sensibilizzare l’ente pubblico e i proprietari su questi fenomeni. Cifre precise non si possono fare. Quello che si può dire è che una gran parte degli edifici costruiti in precedenza degli anni ’80 possono avere delle mancanze in questo senso”.

A Filipino Senior Science Research Specialist points to recorded tremors on a seismogram
(KEYSTONE/EPA/ALANAH M. TORRALBA)

Come reagirebbe dunque il Ticino a un sisma simile a quello del Centro Italia?“Anche da noi come in Italia ci sarebbero strutture che reggerebbero, altre purtroppo no, e subirebbero danni importanti sino al collasso” – ci risponde ancora l’ingegner Dazio. “A priori è però difficile dire quali resisterebbero o meno. Tuttavia ci sono differenti tipologie che si comportano meglio o peggio. Quelle in acciaio o cemento armato ad esempio hanno un comportamento sismico migliore rispetto a quelle in muratura, ma anche in questo caso dipende come le strutture sono state eseguite. Ad oggi il modo migliore per capire se la propria casa regge a un sisma è quello di eseguire una perizia da parte di un esperto”.

Come potrebbe reagire invece una città come Lugano? Secondo Zanini Barzaghi, “per le nuove costruzioni già da diversi anni i progettisti applicano le norme in vigore, anche le costruzioni pubbliche sono sicuramente allestiti in base a queste norme. Ma il rischio è più alto per gli edifici privati, specialmente per le palazzine con più di tre piani, costruite in mattoni con poco cemento armato”.

 

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Lugano – (FOTO FIORENZO MAFFI)

 

Le misure del Cantone. Alla luce delle norme in vigore e del contesto descritto, già nel 2012, nella risposta alle interrogazione di Storni e Seitz il Consiglio di Stato non riteneva necessario inserire nella legislazione ulteriori norme in materia anti-sismica. Da parte sua la Confederazione ha messo in campo da qualche anno una campagna di sensibilizzazione per i proprietari di immobili pubblici e privati e anche un controllo delle strutture di sua proprietà. Per Walter Bizzozero, Capo Sezione della Sezione della logistica del Cantone “sebbene non esistono dei vincoli che le vecchie costruzioni devono rispettare. Esiste però, sempre elaborata dalla SIA, una specifica direttiva, che aiuta i progettisti e i committenti a valutare come consolidare la struttura esistente di un edificio nell’ambito di un risanamento. Lo stesso dovrà dimostrarsi proporzionale, sostenibile e giustificato. Per prassi l’amministrazione cantonale esegue questa verifica su ogni stabile da risanare, riservandosi una significativa quota parte finanziaria da impiegare per le indagini, la progettazione ed infine l’esecuzione degli interventi mirati a ridurre il più possibile i rischi generati da un terremoto. In conclusione per le nuove costruzioni sia pubbliche che private è compito dell’ingegnere civile adottare quegli accorgimenti in grado di contrastare eventuali scosse sismiche. Le Norme distinguono tre diverse tipologie di costruzioni, in base all’utilizzo e al numero di occupanti previsti.

 

Qui l’intervista agli esperti su radio3i