‘Ndrangheta Swiss Holding

Ieri la condanna in secondo grado a 13 anni per il frontaliere delle Officine ‘ndranghetista. Dal 2010 però sono tredici le inchieste sulle organizzazioni mafiose che hanno coinvolto la Confederazione. In tutto sono state arrestate 39 persone, in vario modo, legate al nostro paese. Nel mirino soprattutto il Ticino, ma anche Grigioni, Turgovia, Zurigo San Gallo e Vallese. Tutte inchieste nate in Italia. E la Svizzera, – priva del reato di associazione mafiosa – cosa fa? Mappatura di un fenomeno criminale in espansione.

 

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(grafica: Luca Pintus)

 

Come ogni notte nel centro di Lugano non vola una mosca.  L’orologio segna le mezzanotte e mezza. Classico momento di dormiveglia che precede il sonno. La mattina dopo mi aspetta una giornata impegnativa. All’improvviso un rumore frastornante. Una sirena? Un allarme? Non capisco. Ma il fischio lacerante è continuo, senza sosta. Dopo qualche minuto decido di alzarmi. Apro la finestra, assonnato, e scopro che si tratta proprio di un allarme. È l’auto del garagista di fianco. Mi tranquillizzo, ma il rumore non smette, perfora. Che cos’è? Un furto? Un guasto? Non so, ma sono il primo a chiamare la polizia. Di lì a poco arrivano due agenti. Non sanno cosa fare. Il proprietario non risponde al telefono. Mi decido, vado in cantina e prendo una chiave inglese. Il suono non dà tregua. Dopo dieci minuti riusciamo a smontare la batteria del veicolo. Finalmente il silenzio. Tutto il vicinato timidamente si è svegliato, ma solo qualche coraggioso si affaccia al balcone e resta a guardare la scena, nell’indifferenza più totale. Torno a letto. Proprio in quel frangente penso che bisogna ascoltare l’allarme, muoversi, agire. Se si resta fermi il rumore, il crimine, continuerà all’infinito. E sarà troppo tardi.

Discrezione, riservatezza, tranquillità!

È dall’indifferenza che la mafia trae profitto, si rafforza. E lo fa soprattutto al nord Italia e all’estero dove il vettore armato non si sente, ma si annidano uomini d’affari e colletti bianchi compiacenti. La giornalista italiana Sabrina Pignedoli, minacciata da un poliziotto colluso con la ‘ndrangheta lo scorso anno per le sue inchieste in Emilia Romagna, è chiara a questo riguardo: “quando non spara, la mafia, in tutte le realtà dove si è insediata ha il bel volto dell’imprenditore di successo, rispettato e invidiato”.

La Svizzera non fa eccezione: discrezione, riservatezza e tranquillità, condite dal segreto bancario ne fanno un terreno fertile. Come spiega il rapporto Fedpol 2013: “gli investimenti delle organizzazioni mafiose in Svizzera sono in società commerciali e di servizi, in particolare nel campo finanziario ed immobiliare, nonché nel settore della gastronomia”. L’organizzazione più attiva è la ‘ndrangheta, spiega ancora la Polizia federale. “La Svizzera – si legge nel rapporto – è una meta importante per le organizzazioni mafiose che ne sfruttano la piazza finanziaria e le possibilità d’investimento e se ne servono come luogo di rifugio”. In tutto il globo si segnalano 19 ‘ndrine (cosche) in Australia, 14 in Colombia, 13 in Germania e 10 in Canada. Altre opererebbero negli Stati Uniti, Russia, Sud America, Asia e Africa. In tutto, sono oltre 60 mila gli affiliati alla ‘ndrangheta nel mondo. In Svizzera alcune stime parlano di 6-7 cosche.

‘Ndrangheta SPA: profitti più della Apple

Un fenomeno globale quello della ‘ndrangheta che più di altre associazioni criminali ha visto la sua diffusione già agli inizi del ‘900 con la migrazione italiana nel mondo. Oggi i dati finanziari dei proventi illegali sono impressionanti. Secondo l’indagine Demoskopika del marzo 2013 l’associazione criminale calabrese avrebbe un profitto, frutto della propria attività illecita (cioè traffico di droga, estorsione, usura, gioco d’azzardo, armi, prostituzione e sfruttamento dell’immigrazione) per un totale di 70 miliardi di dollari. Quasi il doppio della Apple, seconda azienda a fare più profitti nell’anno contabile 2014, con un fatturato di 39 miliardi di dollari. E più di quattro volte la Nestlé, società elvetica che ha registrato il maggiore profitto sempre nel 2014, quando registrava utili per 16 miliardi di dollari.

Attività illecite Euro
Traffico di droga 24,2 miliardi
Traffico illegale di rifiuti 19,6 miliardi
Estorsione e Usura 2,9 miliardi
Gioco d’azzardo 1,3 miliardi
Traffico armi, prostituzione, immigrazione 1 miliardo circa
Totale 53 miliardi (70 miliardi di dollari nel 2013)

L’espansione si registra nel dopo guerra, ma è soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino che le mafie approfittano della globalizzazione economica. Molti gli affari negli ex Paesi dell’URSS. Ingentissimi anche gli investimenti in Polonia, Ungheria, Romania con il controllo di case da gioco e altre attività criminose.

Il centro decisionale, nonostante questa diffusione, rimane la Calabria. L’importanza della famiglia, della grande famiglia mafiosa, la rende l’organizzazione più solida, un partner affidabile. Non esistono praticamente i pentiti che tanto hanno scosso Cosa Nostra siciliana e la Camorra napoletana. Ogni cosca ‘ndranghetista si spartisce il territorio, su cui ha il totale monopolio. Una specie di Confederazione del crimine che ha i suoi frammenti ovunque, formata da cosche con indipendenza e struttura uguale, ma che fanno capo sempre e solo alla madre calabra.

La Svizzera terreno fertile

Alle nostre latitudini i tentacoli si sentono soprattutto a sud delle Alpi, ma non solo, come vedremo più tardi. Secondo le autorità elvetiche: “la situazione in Ticino – dove in un’area relativamente piccola vivono esponenti della ’ndrangheta provenienti da zone diverse della Calabria – è più complessa rispetto al resto della Svizzera. Il Ticino va forse considerato parte della zona d’azione della ’ndrangheta dell’Italia settentrionale”. Tuttavia questa lettura viene criticata dagli esperti di sicurezza che tendono a sostenere che alcune cosche sono attive e ben radicate nel Cantone italofono già da anni.

La pressione è forte anche al di là della frontiera e lo è da parecchio tempo. A dirlo è la sentenza contro il clan Mazzaferro del 1999. A pochi chilometri da Chiasso, infatti, la città di Como sarebbe stata il “fulcro” di alcune delle attività storiche della ‘ndrangheta, come il contrabbando di sigarette e il controllo delle case da gioco, proprio per la vicinanza alla Svizzera e la presenza del Casinò di Campione d’Italia. Per quanto riguarda i traffici di droga, essi iniziarono nei primi anni Novanta, visto che precedentemente i vertici della “Locale” comasca erano contrari. Dal 1990, invece, sempre secondo la Corte d’Appello, la carica di capo società sarebbe stata detenuta da personaggi legati a questo tipo di traffici, come Rosario Saporito, Giuseppe Marcerò e Sabino Lupatelli. Secondo le stime di tre anni fa (prima della Voluntary Disclosure, amnistia italiana per il rientro di capitali), solo per quanto attiene alla provincia di Como, nelle banche ticinesi, sarebbero stati nascosti illegalmente circa 10 miliardi di euro.

Già negli anni Novanta la presenza delle organizzazioni mafiose era dunque nota nel nostro paese e lo dimostrano anche altre inchieste importanti della vicina penisola. All’epoca, non era però esclusivamente affari, ma anche armi. Enzo Ciconte – uno dei massimi esperti e studiosi del fenomeno – nel suo libro “Processo alla ‘Ndrangheta” del 1996, spiega che l’immaginario collettivo ha sempre pensato alla Confederazione elvetica come a un grande deposito di denaro. Ma la Svizzera non è solo questo. È anche il gran bazar delle armi che la legislazione elvetica permette di acquistare con facilità. Proprio gli uomini del boss Giuseppe Mazzaferro già negli anni Ottanta reperivano armi in gran quantità e di tutti i tipi. Anche il clan dei Di Giovine si riforniva sul mercato svizzero. In cambio di hashish ottenevano armi che facevano arrivare alla famiglia Seraino impegnata a Reggio Calabria nella guerra tra mafie contro i De Stefano.

Lapidaria la frase di Totò Riina quando venne processato: “Si facevano due passi e in Svizzera si acquistava quello che si voleva: mitragliatrici uzi, pistole, fucili”.

Il gruppo del boss Giuseppe Naimo di Badolato (in Calabria), importava armi dalla Svizzera in cambio di droga. Ancora nel nostro paese erano presenti uomini legati a Rocco Anello di Filadelfia (provincia di Vibo Valentia, in Calabria) e al boss Vito Tolone di Vallefiorita (sempre in Calabria) che trafficavano droga assieme e un gruppo di colombiani. Era la fine del secolo scorso. Ora i tempi sono cambiati, ma la presenza dell’organizzazione no. A supporto di questa tesi, stanno le numerose inchieste che si sono susseguite in questi ultimi anni.

Dal 2010: 13 inchieste, 39 mafiosi.

Le operazioni in Svizzera vengono da lontano. Le più famose sono “Pizza Connection”, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, un’inchiesta coordinata da Giovanni Falcone a cui collaborò anche l’allora procuratrice ticinese Carla del Ponte per la parte svizzera. Oppure “Ticinogate” conosciuta per aver incastrato il “re delle sigarette” Gerardo Cuomo. Ma che per la prima volta sancì in Svizzera la condanna di un esponente di spicco della mafia al 260ter (articolo elvetico relativo all’organizzazione criminale). Nel 2003, infatti, il cosiddetto “banchiere” della mafia, Francesco Paolo Moretti, prese 14 anni di reclusione per organizzazione criminale, infrazione aggravata alla legge sugli stupefacenti e riciclaggio. Nel 2000 quando venne arrestato Moretti furono anche sequestrati i beni in via Peri a Lugano. Oltre a ciò c’è anche il caso “Quatur” degli inizi del 2000. Un’inchiesta molto lunga e molto caotica (durata ben 12 anni per via di alcuni errori di forma negli atti dell’accusa) e che si è risolta con le condanne a sette cittadini italiani residenti in Ticino (4 nel 2011 e 3 nel 2015). Ma la procura non è riuscita ad incriminarli per appartenenza a un’organizzazione criminale, ma semplicemente per infrazione alla legge sugli stupefacenti. In questo caso si indagava sui traffici illegali di droga e armi della cosca Ferrazzo. Proprio in questi giorni si sta continuando al Tribunale penale di Bellinzona un altro filone del processo.

Questo solo l’inizio, perché oltre a tali inchieste ne sono susseguite molte altre. Dal 2010 sono ben 13 quelle che hanno toccato la Svizzera, in tutto sono 39 le persone che a vario titolo sono accusate o condannate per legami con le organizzazioni criminali mafiose che vivevano nel nostro paese. Cerchiamo qui di seguito di fornire una mappatura di quello che è successo negli ultimi cinque anni di storia giudiziaria elvetica.

Crimine e Infinito: le madri di tutte le inchieste

Nell’estate del 2010, l’Italia è sconvolta da due grandi inchieste collegate tra loro: Crimine e Infinto. La prima, portata avanti dalla procura di Reggio Calabria dal 2003, è la madre delle operazioni contro la ‘ndrangheta nella penisola e nel mondo. In tutto il globo sono 300 gli arresti. Sullo sfondo come si evince dagli atti c’è però anche la Svizzera. Nelle oltre 2000 pagine di intercettazioni figurano anche quattro persone affiliate alla “Società” di Frauenfeld nel Canton Turgovia. I quattro nel 2010 si sono recati nel frutteto di Don “Mico” Oppedisano, considerato il capo supremo della ’ndrangheta e condannato poi a 10 anni di carcere. In quel luogo loro stavano ricevendo le “doti”, una sorta di rito per riconoscere i gradi e i ruoli nell’organizzazione. È qui che per la prima volta si viene a conoscenza della presenza della cosca nel nostro Paese (di questa vicenda ne abbiamo parlato più approfonditamente in alcuni articoli scorsi).

Nell’ambito dell’inchiesta Crimine II nel maggio 2012 viene inoltre arrestato a Genova – mentre sta per imbarcarsi per la Sardegna dove avrebbe dovuto partecipare a un raduno di Harley Davidson – Donato Fratto, italiano residente nel Canton San Gallo. L’Italia aveva spiccato poco prima un mandato di cattura. Tuttavia per errori tecnici nella rogatoria non venne arrestato in Svizzera. Anche lui, arrestato e condannato in Italia, faceva parte della “Società” di Frauenfeld.

L’inchiesta Infinito invece è il filone coordinato nel 2010 al nord Italia dalla procura di Milano. 145 in questo caso gli arresti. Tra loro figurano anche due “ticinesi”. Emanuele Sangiovanni, detto “l’avvocato”, da alcuni anni residente a Savosa. Lui è il “banchiere” dell’organizzazione in Ticino, che ripuliva i soldi della ‘ndrina di Desio (in provincia di Milano) per conto della cosca dei Pensabene. L’altro è Fausto Giordano, 44enne imprenditore edile nato in Svizzera. Anche lui ha un ruolo chiave nell’organizzazione mafiosa del boss calabrese. A lui – come conferma il settimanale il Caffè – è affidata “la parte tecnica della gestione dei cantieri della ‘ndrina, per cui mette a disposizione due società edili: la Dieci mattoni Srl e la Metro quadro Srl”.

Bluecall: sui monti c’è puzza di mafia

Nel novembre 2012 l’inchiesta italiana Blue call che mira a sgominare il clan Bellocco, permette di arrestare a Carona – comune di 800 abitanti sui monti che sovrastano Lugano – Carlo Antonio Longo e la moglie. Gente per bene, alla moda, ben vestita: sempre con giacca e cravatta lui, con abiti fashion lei. Ma sotto il bell’aspetto si nasconde il crimine. Le indagini ruotano intorno alla Blue call srl, azienda specializzata nella gestione di call center, con centro direttivo a Cernusco sul Naviglio in Lombardia e sedi operative in tutta Italia, anche in Calabria naturalmente. Longo in Ticino aveva acquistato case e terreni, aveva anche messo in piedi una società, la Helvicorp Realinvest, per riciclare i soldi della malavita calabrese. Una volta un imprenditore italiano venne massacrato di botte dopodiché, con il coltello puntato alla gola, cedette tutte le sue quote a una società preparata ad hoc dalla ‘ndrangheta. Longo venne condannato a 10 anni di carcere in Italia.

Helvetia I e II: cosche in salsa svizzera

Siamo poi nell’agosto 2014 quando scoppia il bubbone nel Canton Turgovia. A 4 anni di distanza dall’inchiesta Crimine in Italia vengono arrestati Bruno Nesci e Raffaele Albanese, il capo e un pezzo grosso della “Società” di Frauenfeld. La cosca attiva da 40 anni in Svizzera, dipendente dal “Crimine di Polsi” con collegamenti alla “Società di Rosarno” ed alla “Locale di Fabrizia”. Per associazione mafiosa Nesci viene condannato a 14 anni di carcere, Albanese a 12. Questo il caso che più di tutti nell’estate di due anni fa ha sconvolto il Paese. Soprattutto per via delle immagini video che per la prima volta in assoluto dimostrano incontrovertibilmente l’esistenza di una struttura mafiosa radicata nel cuore della Confederazione.

Qui oltre al riciclaggio si parla soprattutto di traffici di droga, cocaina e eroina su tutto, ma anche di traffico di armi. Bisogna poi aspettare il febbraio 2016 perché le autorità elvetiche operino i primi arresti sul nostro territorio. In tutto quindici, tredici tra Turgovia e Canton Zurigo di membri della Locale di Frauenfeld. Tutti e tredici sono ora scarcerati perché, sostiene l’Ufficio federale di giustizia: “il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove è minimo”. Gente tutta ben radicata e integrata. Chi fa l’assicuratore, chi il banchiere, chi possiede un garage e fa l’imprenditore. C’è anche la moglie di un boss che è la segretaria della Missione cattolica di Frauenfeld. Gente dunque per bene, all’apparenza.

I 2 altri arresti sono stati effettuati nel Canton Vallese. Antonio Nucera, detto Ntonaci, 60 anni e il figlio Francesco Nucera 34, sono fermati il primo a Visp, il secondo a Stalden. Loro erano stati precedentemente condannati in Italia a 12 e 10 anni per associazione mafiosa. E sono poi scappati in Svizzera dove hanno trovato rifugio. Ora sono in attesa di estradizione.

L’Insubria si estende nei Grigioni 


Nel novembre 2014 in Lombardia si conclude l’inchiesta Insubria, denominata così proprio per via della regione dell’arco alpino Insubria, appunto. Nella vicina penisola sono 40 gli arresti con l’accusa di affiliazione all’organizzazione criminale. Tra i fermi anche Peppe Larosa, detto ‘Peppe la Mucca’. Residente per 2 anni nei Grigioni, a Pragg-Jenaz per la precisione. Secondo l’inchiesta avrebbe tenuto i contatti con alcune cellule lombarde del Comasco e Lecchese e la cosca di Frauenfeld. Larosa era stato già condannato – con sentenza non definitiva – per una tentata estorsione ai danni di un’impresa edile. È di poche settimane fa la notizia che in Svizzera Larosa non è più indagato. Il Ministero pubblico della Confederazione, dopo un anno e mezzo, ha dunque deciso di abbandonare l’indagine per presunto sostegno e partecipazione alla ‘Ndrangheta a suo carico. La procura federale sentita dalla Radiotelevisione della Svizzera Italiana ha sostenuto che “il sospetto di reato non ha trovato riscontro”. Ancora una volta il 260 ter resta chiuso nel cassetto. Peppe la mucca resta in carcere in Italia.

Rinnovamento a Vacallo

È il dicembre 2014 quando l’inchiesta Rinnovamento dal nord Italia sbarca in Svizzera. L’obiettivo dell’inchiesta era la cosca della ‘ndrangheta attiva a Milano Libri-De Stefano-Tegano, originaria di Reggio Calabria, ma attiva nella capitale lombarda, nella zona nord della città.

59 gli arresti nella terra di Dante, 3 in tutto quelli legati al Ticino. A finire in carcere il sessantenne Franco Longo, residente a Vacallo da due anni. Viene definito anche lui il “banchiere” della ‘ndrangheta”. Con lui erano residenti nella cittadina di confine Vincenzo e Domenico Martino figli del boss Giulio, condannato poi in quel processo a 20 anni di reclusione. I tre “elvetici” avevano anche comprato un palazzo davanti alla stazione di Chiasso, del valore di 3.3 milioni di franchi acquistato con un socio ticinese (ex municipale di Chiasso, lui non indagato). Sotto quel palazzo c’erano anche dei caveau, all’interno c’erano lingotti d’oro e soldi, molti soldi. Per Longo, il solo negli ultimi dieci anni ad essere processato dal Tribunale Penale Federale, il processo svoltosi nel dicembre 2015 sarà da rifare. I giudici hanno deciso a sorpresa che il rito abbreviato – con cui si è svolto il dibattimento – non ha permesso di andare in profondità nell’inchiesta. Longo aveva ammesso tutto, ma per la giustizia elvetica non basta.

Emilia è svizzera

La regione dell’Emilia Romagna terra di piadine e tortellini, e di Don Camillo e Peppone (il comune di Brescello noto per questi due personaggi cinematografici è stato sciolto per infiltrazioni mafiose proprio il 20 aprile 2016), è anche ‘ndrangheta. La maxi-inchiesta Aemilia infatti nel gennaio 2015 sgomina la cosca Grande Aracri attiva da almeno 30 anni. In tutto sono 160 i fermi. Ad essere arrestato anche Sergio Pezzatti, commercialista di Lugano. Il fiduciario originario di Wetzikon era l’amministratore della Multi Media Corporate, società con sede in via della Posta a Lugano. Pezzatti avrebbe messo a disposizione del boss Giuseppe Giglio e di altri soggetti attigui alle cosche conti correnti presso alcune banche luganesi. Utilizzati per un sistema di frodi a carosello per evadere l’IVA. Pezzatti, anche ex dirigente del Lugano Calcio, come specifica il quotidiano La Regione era già stato arrestato dall’Fbi nel 2010 a New York su rogatoria italiana ed estradato con l’accusa di concorso in attività mafiosa. Anche in quel caso, venne condannato per bancarotta fraudolenta e frode fiscale, fu però assolto in cassazione dopo 9 mesi carcere dall’accusa di organizzazione criminale. “Non sapeva dei legami dei suoi clienti con la cosca” si disse all’epoca.

Dalle dichiarazioni del boss Giglio che si è pentito nelle scorse settimane emerge un incredibile quadro fatto di broker prezzolati, riciclaggio e operazioni immobiliari. Al punto che saltano fuori 750 mila euro in nero e mezzo milione di euro nascosto in un sacchetto nero della spazzatura. E questi soldi sostiene la Gazzetta di Reggio vengono proprio da una banca svizzera e servirebbero per comprare terreni all’uscita dell’autostrada di Parma. Il 22 aprile Pezzatti è stato condannato a 5 mesi di carcere contro i 6 anni chiesti dall’accusa, come nel 2010 non è stato possibile confermare i suoi legami con l’associazione criminale.

Hydra: tra società fittizie e bocce

Nell’ottobre 2015 grazie all’inchiesta Hydra viene inferto un colpo al clan Mancuso. Scattano le manette ai polsi di sei persone in Italia. Diciassette complessivamente gli indagati tra cui anche l’ex capogruppo del partito dell’Italia dei valori (partito fondato dall’ex magistrato di Mani pulite, Antonio Di Pietro) della Regione Lazio Vincenzo Maruccio, già coinvolto in altre operazioni. Due di questi indagati erano residenti a Chiasso. Tra loro c’è il figlio del boss Luigi Bevilacqua (originario della Calabria, ma residente a Roma dove ha un florido giro di affari). Il rampollo Renato Bevilacqua con il socio Alfredo Bordogna (finito ai domiciliari) avevano aperto società fittizie, 3 in tutto quelle con sede in corso San Gottardo a Chiasso. Dove però c’erano solo delle bucalettere. Nel registro di commercio le società erano attive dal 2011 al 2013 (una fu liquidata proprio in quella data). Il bilancio dell’operazione parla di 5 milioni di sequestri tra immobili, conti correnti e commerci disseminati per il mondo, anche sulle spiagge di Miami, derivanti da attività illecite. In Svizzera però al momento non risulterebbe nessun incarto. Ma i due in Ticino erano attivi eccome. Dalle intercettazioni risulta che avrebbero anche finanziato una società di bocce del bellinzonese. “Siamo anche sponsor – dice Bordogna al telefono al socio – dall’ufficio stranieri di Bellinzona al campionato internazionale…di bocce, che ne so di cosa…”.

Risorgimento

Se ci spostiamo a pochi chilometri da Chiasso, per la precisione a Morbio inferiore, è lì che abitava Filippo Magnone. Finito nelle maglie della giustizia lo scorso novembre nell’inchiesta Risorgimento un’inchiesta questa che ha sgominato una banca della malavita lombarda. Dal comune ticinese di 4.500 abitanti alle pendici della Valle di Muggio, il 31enne milanese si prodigava per trovare prestanome col fine di investire i soldi della mafia. Lui era il grimaldello per entrare nelle banche svizzere e anche estere, grazie al socio Giuseppe Arnhold attivo in Ungheria. Entrambi fermati nella vicina penisola assieme al 63enne Vincenzo Guida e al 54enne Alberto Fiorentino con l’accusa di esercizio abusivo del credito con aggravante del metodo mafioso. Una vera e proprio banca della Camorra nel cuore della Milano bene, con arterie che pulsano in Ticino. Nell’operazione sono stati sequestrati valori patrimoniali per 3 milioni di franchi e anche questa inchiesta prosegue nelle stanze dei tribunali milanesi.

El Cartero: il postino

Di poche settimane fa l’inchiesta El Cartero, che evoca “Il postino di Neruda” romanzo di Antonio Skarmeta, che si sviluppa in due filoni. Il primo quando nel gennaio, sono state emesse 15 ordinanze di custodia cautelare in carcere di cui una a carico di un banchiere ticinese nato a Locarno, e residente a Chiasso. Cesare Goffredo Tenconi è stato arrestato pochi giorni fa in Romania dopo oltre un mese di latitanza. È considerato la mente di una maxi-truffa al fisco italiano.

A finire nel mirino della giustizia è anche Vincenzo Cotroneo, arrestato per associazione a delinquere finalizzata nell’esercizio abusivo del credito con l’aggravante della trasnazionalità. Lui investiva i soldi della ‘ndrina di Desio, del clan Pensane, riciclandoli a Lugano. Con questi investimenti avrebbe finanziato la Lombard Merchand Bank, la Centrofinanziaria Spa e la Confidi Nord Ovest, società che avrebbero inquinato il mercato italiano con fideiussioni false per un miliardo di euro. Nel secondo filone dell’indagine sono finiti in carcere quattro di altri cinque indagati. All’appello manca il presunto capobanda, latitante dallo scorso gennaio, lui è amministratore di una società di Mendrisio. Un ruolo ancora tutto da chiarire è quello di un altro personaggio organico della ‘ndrina degli Aimonti di Reggio Calabria residente in via Beltramina a Lugano. Alcune società coinvolte sarebbero state perquisite negli scorsi giorni in riva al Ceresio da parte del Ministero pubblico della Confederazione su rogatoria italiana.

Ultime condanne: un “frontaliere” alle Officine FFS

È fresca fresca la condanna in secondo grado a un altro mafioso “ticinese”. La vicenda era letteralmente balzata agli onori delle cronaca nel novembre 2014. Sempre nell’inchiesta Insubria era finito in manette Giuseppe Puglisi. Un insospettabile. Lui era saldatore alle Officine FFS di Bellinzona, ogni giorno si faceva oltre 50 chilometri dalla Provincia di Como verso la Capitale ticinese. Era iscrizitto al sindacato Unia, religioso, molto religioso. Chi lo ha conosciuto dice di lui che girava sempre con la Bibbia addosso. Il 53enne come volontario andava il sabato e la domenica alla Croce Rossa di Cermenate, dove abitava. In un articolo apparso sul Corriere della Sera si dice che frequentava anche l’oratorio e potrebbe esser stato decisivo nel sostenere il bilancio in difficoltà di una squadra di basket.

In primo grado lo scorso maggio si era beccato 8 anni. Ora invece sono ben 13 gli anni di carcere che dovrà farsi. Il Tribunale di Appello lo ha riconosciuto di essere uno dei vertici della cellula della ‘ndrangheta proprio di Cermenate, nel Comasco. All’epoca si era assistito a una vera e propria levata di scudi della politica, fiorivano le interrogazioni e gli atti parlamentari sulla vicenda. Adesso solo 3 brevi articoli confinati nelle pagine di cronaca. Con lui è finito dietro le sbarre anche Michelangelo Chindamo, altra personalità di spicco della Locale di Cermenate. I giudici gli hanno inflitto 7 anni e 6 mesi. Qualche anno fa aveva tentato di estorcere oltre 200’000 franchi a un fiduciario di Chiasso.

 

Inchiesta data Coinvolti Residenza
Crimine lug/ago 2010 4 intercettazioni Frauenfeld (Turgovia)
Infinito lug/ago 2010 3 arresti Savona (Ticino)
Crimine 2 mag 2012 1 arresto San Gallo
Blue Call nov 2012 2 arresti Savosa (Ticino)
Helvetia I ago 2014 2 arresti Frauenfeld (Turgovia)
Insubria nov 2014 2 arresti Carona (Ticino)
Rinnovamento dic 2014 3 arresti Vacallo (Ticino)
Aemilia gen 2015 1 arresto Lugano (Ticino)
Hydra ott 2015 2 arresti Chiasso (Ticino)
Risorgimento nov 2015 1 arresto Morbio Inf. (Ticino)
Helvetia II feb 2016 15 arresti Turgovia – Zurigo -Vallese
El Cartero I gen 2016 1 arresto Chiasso (Ticino)
El Cartero II apr 2016 1 ricercato/ 1 indagato Mendrisio, Lugano (TI)

 

5 anni a un mafioso, 4 a un pirata delle strada

Il denominatore comune di questa ridda di inchieste rimane senz’altro uno. Quasi la totalità delle operazione nasce dalla vicina penisola. Certo la collaborazione delle autorità giudiziarie italiane e elvetiche rimane stretta, ma manca ad oggi un dibattito aperto sul fenomeno nel nostro Paese. In un periodo dove soprattutto l’attenzione e le risorse sono rivolte alla lotta al terrorismo di matrice jihadista, l’errore più grave sarebbe abbassare la guardia. La società resta poco informata di fronte alla portata del crimine organizzato e la politica sembra muoversi lentamente. Alcune strade però sono aperte. Rimane infatti ancora in Governo la mozione del consigliere nazionale PLR Giovanni Merlini che chiede un inasprimento del 260 ter. Spero che presto ci assicura Merlini ci saranno delle novità da parte del Consiglio Federale. Fa specie che in Svizzera al momento il rischio per una condanna al reato di organizzazione criminale è di 5 anni, per un pirata della strada si arriva a un massimo di 4 anni.

Come sostiene lo storico Enzo Ciconte: “il maggior problema dei paesi stranieri, a cominciare da quelli europei, è l’assenza di una legislazione antimafia paragonabile al 416 bis italiano (che prevede l’isolamento e il carcere duro, con pene sino a vent’anni). Tutto ciò favorisce gli uomini di mafia, che possono agire in modo più spedito e sbrigativo perché il contesto e la storia di quei paesi glielo consentono”. Abbiamo raggiunto telefonicamente in Canada Antonio Nicaso, dove abita da anni e dove insegna nelle università canadesi e statunitensi. Lui è forse il più grande esperto di mafie al mondo che con il procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri ha scritto svariati libri e saggi sul tema. “Bisogna sfatare il luogo comune che la mafia è violenza e armi. È molto più pericolosa quando non spara e si muove sotto traccia – ci dice Nicaso – utilizzando ad esempio contatti nelle banche e negli istituti finanziari per riciclare denaro. La Svizzera continua ad avere un ruolo importante nella logica finanziaria della ‘ndrangheta”.

“Va anche detto – ci spiega Nicaso – che le autorità elvetiche hanno acquisito una certa pratica. Il procuratore capo Lauber sta proponendo misure e normative nuove. Ora c’è bisogno di maggiore consapevolezza politica e mi auguro che questa voglia di alzare il livello di guarda si traduca in fatti concreti”. Il passo da fare è uno, e dalla Svizzera può partire un monito forte all’Europa. “Ci può essere politica senza mafia, ci può essere corruzione senza mafia. Ma non c’è mafia senza politica, e non c’è mafia senza corruzione. È lì che bisogna concentrarsi e bisogna prendere consapevolezza” ci confida in conclusione Nicaso. Appendo il telefono e mi viene in mente la massima del religioso e saggista inglese John Donne, a cui Ernest Hemingway si ispirò per titolare uno dei suoi romanzi di maggiore successo che recita così: “E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te”. L’allarme sta suonando. Ed esso è per tutti noi.

 

(Articolo comparso sul mensile La Cité, maggio 2016)

 

 

One thought on “‘Ndrangheta Swiss Holding

  1. be, se la Svizzera volesse veramente combattere il fenomeno ndrangheta dovrebbe rinunciare alla marea di soldi con la quale, questa, riempie i caveau di parecchie banche locali. Ne vale la pena in tempi di crisi economica mondiale? Comunque. i mezzi ci sarebbero, basta volerli e saperli cercare …

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