Mafia in Vallese una lunga storia

Dopo l’inchiesta che ha svelato la cellula di Frauenfeld e dopo l’estradizione dal Vallese di due ndranghetisti la scorsa estate, i legami con la Confederazione di persone accusate o condannate in Italia per associazione mafiosa non sembrano cessare. Lultimo caso porta ancora in Alto Vallese. Intrecci e legami in un cantone di confine.

valais

Leo C. vive nell’Alto Vallese, fa una vita all’apparenza tranquilla, dipendente presso un’attività qualsiasi, c’è chi dice in una pasticceria. Lui risiede in Svizzera con regolare permesso B dalla fine del 2013. Ma alle spalle ha un curriculum criminale pesante: secondo gli inquirenti è un reggente del clan, ed è stato condannato dal Tribunale di Reggio Calabria a 9 anni e 6 mesi. Quando i giudici formulano la sentenza, il 3 dicembre 2014, lui vive già nel nostro paese da più di anno.

La vicenda è giuridicamente complessa, ma merita di essere spiegata. Tutto parte da una grossa inchiesta italiana denominata “Alta tensione 2”. Oltre al 54enne, nel dicembre 2011, finiscono in carcere altre sei persone tra cui il consigliere comunale Pdl di Reggio Calabria, Giuseppe Plutino, considerato il referente politico delle famiglie (poi condannato in primo grado a 12 anni). Leo C. era diventato il reggente del clan dopo l’arresto dei fratelli. Il primo a finire in manette è Antonino detto Nino (condannato a 16 anni in prima istanza e assolto in secondo grado in aprile 2015). Nell’operazione “Alta tensione” dell’ottobre 2010 finiscono poi in cella gli altri due fratelli: Santo (condannato in secondo grado il 21 ottobre 2016 a 14 anni) e Bruno (18 anni e due mesi in secondo grado il 21 ottobre scorso). Secondo i magistrati sono tutti affiliati alla cosca Caridi-Borghetto-Zindato. Un clan attivo da anni in diversi quartieri Reggio Calabria. La ‘ndrina (cosca) era capeggiata dal fratello maggiore Nino, genero del defunto boss Mico Libri, una famiglia dal nome ben noto a cui i fratelli erano federati da anni. Minacce, danneggiamenti, ed estorsioni sono il loro modus operandi. Ma non mancano agganci in politica e su su fino alle stanze che contano della massoneria reggina. Il cartello dei Caridi-Borghetto-Zindato ha continuato a comandare anche dopo la cattura di Nino. “Dopo il suo arresto il controllo è passato a Bruno”, a dirlo sono Umberto Munaò e Roberto Moio due pentiti che parlano al pm di Reggio Stefano Musolino che si è occupato delle inchieste. Una successione che – a detta dei collaboratori di giustizia – avviene per legame di sangue, famigliare: “quando viene a mancare un fratello, viene sostituto da un altro fratello, chiunque fosse il capo, il clan continua a comandare sul territorio”. E i lavori non mancano. “In zona, – spiegano i pentiti – anche le imprese edili sono espressioni del gruppo criminale”.

La ricostruzione, frutto del lavoro dei magistrati reggini, è determinata da una serie di inchieste basate anche dalle dichiarazioni dei due pentiti: “Ci sono imprese da loro controllate che lavorano in questa zona, ma non è una novità. Funziona così in tutta la città”, spiegano Munaò e Moio durante il processo Alta tensione. “Sono loro ad avere il monopolio dei lavori o in alternativa a imporre le forniture”[1].

Dopo l’arresto nel dicembre 2011, Leo C. passa due anni in carcere. Dopo vari ricorsi in cui chiede la sua scarcerazione, il 23 gennaio 2013 la Corte Suprema di Cassazione (l’ultimo grado della giustizia italiana) decide che il carcere cautelare non è necessario, perché “reputa non sussistere prove nei suoi confronti in merito al reato di associazione ‘ndraghetista”. Leo C. viene così scarcerato l’8 agosto del 2013. All’epoca il processo a suo carico era già cominciato (il 30 maggio 2013) e dopo le prime udienze da dietro le sbarre, presenzia in Tribunale come uomo libero. Si fa vedere in alcuni dibattimenti, ma poi dall’ottobre del 2013 in aula non ci va più. Il 54enne si dà alla macchia e nonostante ciò viene condannato in sua assenza il 3 dicembre 2014. I giudici ne chiedono subito la carcerazione cautelare. Ma lui è scomparso dall’Italia. Solo nell’agosto del 2015 grazie a un’indagine parallela gli inquirenti scoprono che C. si trova in Svizzera. Dopo un lungo e classico tam tam burocratico, il 29 luglio 2016 l’Ufficio federale di Giustizia emette nei suoi confronti un ordine di arresto ai fini di estradizione, ordine che è sfociato nel fermo del calabrese il 3 agosto 2016, 5 giorni dopo, proprio in Vallese. Il 22 novembre 2016, in secondo grado i giudici confermano la sentenza: 9 anni e 6 mesi.

“Non c’è nulla di irregolare – replica la legale dell’uomo da noi interpellata- quando è venuto a vivere in Svizzera il mio cliente non era ancora stato condannato, anzi la la Cassazione italiana nel gennaio 2013 ha deciso che non c’erano gravi indizi per farlo stare in carcere”. In Svizzera C. ha quindi fatto ricorso contro la sua carcerazione preventiva ai fini di estradizione decisa dalle autorità elvetiche. Ricorso che però è stato respinto dal Tribunale Penale Federale di Bellinzona il 20 settembre scorso. Per ora rimane in carcere a Sion. Ma l’avvocato difensore non ci sta e replica: “Faremo ricorso anche contro l’estradizione che ha già deciso l’Ufficio federale di Giustizia. La posizione della patrocinatrice è chiara e combattiva: “Il mio cliente è venuto in Svizzera perché non si fida della giustizia italiana. In Calabria lo vogliono condannare a tutti i costi, basta avere un nome “pesante” che sei considerato mafioso. Gli hanno già rovinato la vita una volta non vuole rovinarsela una seconda”.

L’impianto accusatorio del pm Musolino è però solido e dopo il lungo e combattuto  dibattimento di “Alta tensione 2”, nonostante la scarcerazione dell’uomo, i giudici nel processo di merito hanno sostanzialmente confermato i capi di accusa che vanno dall’associazione mafiosa, all’estorsione e detenzioni d’armi. “È da molto tempo che aspettiamo la sua estradizione, è più di un anno e mezzo che l’abbiamo chiesta”, ci spiega da noi interpellato Stefano Musolino. “Va detto che non è finito in Svizzera per caso, di sicuro aveva un aggancio e c’era qualcuno che conosceva”. Infatti, il Vallese non è scevro da altri casi simili. È di quest’estate l’estradizione di due esponenti di spicco della ‘ndrangheta. Padre e figlio: Antonio Nucera, detto Ntonaci, 60 anni e Francesco Nucera, 34 anni. Anche loro in primo grado in Italia nel 2014 erano stati condannati in contumacia a 9 anni l’uno e 6 anni l’altro: per associazione mafiosa, riciclaggio e reimpiego di beni di provenienza illecita. Erano latitanti dal 2013 e dopo una fuga durata 3 anni furono arrestati in marzo scorso a Saas Grund e Visp. I Nucera come i C. hanno una radice comune in un piccolo paese della Costa Jonica in provincia di Reggio Calabria di nome Gallicianò (Condofuri). Secondo gli inquirenti è in questo contesto di migranti già presenti in Svizzera e con cui hanno mantenuto rapporti che possono trasferirsi all’estero. Le informazioni acquisite negli anni dalla polizia italiana, incrociate con quelle della  Fedpol, già da tempo hanno fatto emergere che tra le provincie di Verbano-Cusio-Ossola e il Vallese ci sono cellule di ‘ndrangheta ormai radicate dagli anni della migrazione e che opererebbero per conto delle cosche madri. Proprio a Visp e Briga, erano stati rintracciati altri componenti del gruppo familiare dei Nucera ossatura centrale della struttura criminale condofurese. Antonio Nucera aveva aperto diversi rapporti bancari con istituti di credito elvetici, tracciati come sospetti dalle istituzioni antiriciclaggio della Confederazione.

Ma i legami e le relazioni con il Vallese non si limitano al riciclaggio. Su tutto sta infatti il movimento terra e gli appalti pubblici. Settori a più alto rischio di infiltrazione. Come svela un’interessante inchiesta apparsa sul sito Jet d’encre le mani delle cosche potrebbero essere arrivate sino ai cantieri stradali: ad esempio nella costruzione del tunnel d’Eyholz, il risanamento della autostrada A9 e la costruzione di un ponte vicino a Niedergesteln. Ad aggiudicarsi i lavori assieme a una ditta di Thun, c’è un azienda di Visp fondata da un italiano di origine calabrese nel 1993, residente all’epoca nella provincia piemontese di Verbano-Cusio-Ossola. I primi due cantieri non sono ancora stati terminati e hanno generato costi sensibilmente più elevati. Un’inchiesta del Controllo federale delle finanze è ancora in corso. Ma non finisce qui perché nel marzo scorso il manager viene arrestato e con lui sono stati fermati, e poi liberati, due funzionari della filiale vallesana dell’Ustra, l’ufficio svizzero delle strade. Erano accusati di corruzione attiva e passiva in merito all’assegnazione di un appalto del valore di 35 milioni di franchi per la ristrutturazione delle galleria della “Casermetta” sulla strada del Sempione. Secondo il sito Jet d’encre, nonostante a carico dell’ormai ex manager della ditta di Visp non è stata aperta alcuna procedura penale in Italia, il suo nome figura nell’ordinanza di arresto preventiva emessa dal Tribunale di Reggio Calabria nel 2009, nel quadro dell’Inchiesta “Nuovo Potere”, che porta anche in questo caso su dei clan attivi sulla Costa Jonica con ramificazioni in Piemonte e Svizzera. L’uomo secondo gli inquirenti avrebbe avuto legami “non solo occasionali” con membri dell’organizzazione. Gli affiliati secondo l’inchiesta avrebbero condotto un traffico di doga tra l’Italia e la Svizzera e in senso in verso un traffico di armi, chiamato in gergo “cioccolato”. Alla luce di questi fatti la presenza di persone legate alla mafia in Vallese dunque non sembra nulla di nuovo.

Ma tornando a parlare del recente caso di Leo C., di nuovo c’è però tutta una serie di problematiche. Su tutte la facilità ad ottenere permessi di residenza seppur con la fedina penale non immacolata. E questo non soltanto con sentenze cresciute in giudicato, ma anche con carichi pendenti e procedimenti in corso. Il Ticino è il primo cantone in cui è stata introdotta per alcuni mesi la richiesta dei carichi pendenti per il rinnovo e la richiesta di permessi B e G. In vigore rimane ancora la richiesta del casellario giudiziale che tanto ha fatto irritare Italia e Europa. Nel resto della Svizzera- nella più parte dei cantoni – non è neppure richiesta un’autocertificazione della fedina penale, come è il caso del Vallese dove per avere un permesso B è necessario un contratto di lavoro di almeno 365 giorni.

 

Oltre a ciò il caso mette anche in evidenza il forte radicamento dell’organizzazione criminale italiana in Svizzera. Non solo infiltrazione in ambito economico, bensì una vera e propria integrazione nel tessuto sociale. Questo con il tramite di persone che vivono e facilitano il contatto e l’integrazione professionale di altri pregiudicati. Ne è l’esempio il caso di Gennaro Pulice, pentito di mafia ed ex killer della cosca calabrese dei Cannizzaro-Daponte-Iannazzo, che in questi mesi sta parlando con la giustizia calabrese. Le sue parole hanno fatto scalpore in Ticino perché ha ammesso la facilità – pagando e corrompendo un funzionario a Lugano (tesi però smentita dal Dipartimento delle Istituzioni ticinese) – di ottenere permessi di residenza e di lavoro in Svizzera. Le questioni – seppur il proliferare dei casi – rimangono tutt’ora aperte. Una risposta dovrebbe però darla l’inasprimento dell’articolo 260ter contro le organizzazioni criminali. Il procuratore generale Michael Lauber da noi interpellato ha spiegato che si auspica una pena minima di 3 anni e una massima di 20. L’applicazione dell’articolo sarebbe inoltre più facile e la definizione di organizzazione criminale più ampia e chiara. Il dossier ancora al vaglio del Dipartimento federale di giustizia potrebbe essere pronto per le discussioni parlamentari entro fine 2017.

 

Qui in francese apparso sul mensile La Cité di dicembre 2016

 

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