I giorni bui del Sol Invictus

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Manca poco al Sol Invictus, letteralmente il sole invitto. Dopo il giorno più buio la luce ha la sua rivincita e trionfa sulle tenebre. Un culto antico che ha origine in Oriente: Siria e Egitto per lo più, ma fu celebrato anche dai Romani e dalle popolazioni Pagane. Di solito si festeggiava tra il 24 e il 25 dicembre, pochi giorni dopo il solstizio d’inverno. Ossia nel momento in cui nell’emisfero nord il sole inverte la sua rotta ellittica, il suo declino. È quindi percettibile all’occhio la crescita della luce del giorno sulla notte. Ed è proprio il 25 che il dio Helios sembra rinascere. Non per niente il Natale significa nascita.
Sono tempi scuri e di divisione questi che precedono le festività come un triste gioco del destino, ma proprio oggi analisi e studio sono da porre avanti a tutto il resto. Devono prevalere sui sentimenti più primitivi. Per non farci trovare impreparati. La scia di sangue in Europa è ormai lunga ed per questo che va approfondita. Gli attentati terroristici di matrice islamica datano di oltre 10 anni. Era l’11 marzo 2004, quando morirono 191 persone e quasi 2.000 feriti in una serie di attentati con bombe nascoste in bagagli su diversi treni pendolari in tre stazioni di Madrid, fra cui Atocha e dintorni.
Il 7 Luglio 2005 perirono 56 persone (fra cui 4 kamikaze) in 4 attentati suicidi sulla metropolitana e su un autobus a Londra. Circa 700 in tutto i feriti. Il 21 luglio seguono altre quattro esplosioni sulla metropolitana e su un autobus, ma si tratta solo di detonatori, e fortunatamente non ci sono vittime. Venendo a tempi più recenti, dal 2012 ad oggi ci sono stati attentati a Tolosa (dove morì un rabbino e tre studenti in una scuola ebraica), in museo ebraico a Bruxelles, in un caffè di Copenaghen (dove morì una persona e vi furono tre feriti ad un convegno sulla libertà d’espressione organizzato dall’artista Lars Vilks).
Sono ben più celebri gli attacchi a Charlie Hebdo quando il 7 gennaio scorso morirono 12 persone. O quello di due giorni dopo quando il terrorista Coulibaly prende in ostaggio una decina di persone e ne uccide quattro in un supermercato kosher a Vincennes. Molto più grave la serie di attentati coordinati del 13 novembre 2015 sempre a Parigi dove persero la vita 130 fra uomini e donne. Tre kamikaze si fanno esplodere vicino allo Stade de France, muore un passante; 39 invece le vittime nell’undicesimo arrondissement, uccise a colpi di kalashnikov sparati contro diversi bar e ristoranti. Lo stesso giorno 90 giovani sono poi stati ammazzati da un commando kamikaze nella sala concerti Bataclan.
Il 22 marzo 2016 è ancora Bruxelles teatro della violenza. 31 morti e circa 300 feriti in una raffica di attentati rivendicati dall’Isis: due all’aeroporto Zaventem e uno alla stazione della metro di Maalbeek.
L’ultimo grave fatto in ordine temporale lo si assiste il 14 luglio scorso quando, nel giorno della festa nazionale francese, come a Berlino ieri, un camion ha investito la folla intenta a guardare i fuochi d’artificio sul lungomare della Promenade del Anglais falciando e ammazzando 87 persone e facendo oltre 100 feriti (morì sotto i proiettili della polizia anche l’attentatore). La Germania fu sconvolta invece dalla strage al centro commerciale Olympia di Monaco di Baviera dove un 18enne tedesco di origini iraniane uccise 9 persone ferendone altre 16 prima di suicidarsi. È poi del 26 luglio la morte a Rouen in Francia di padre Hamel sgozzato da due uomini al grido di “Allah Akbar”.
In tutto dal 2004 ad oggi sono dunque oltre 550 le vittime di attentati suicidi di matrice islamica nel continente, senza contare gli svariati attacchi che hanno coinvolto la Turchia, 41 i morti e 239 feriti all’attentato di una donna kamikaze del 28 giugno all’aeroporto di Istanbul. Certo l’Europa non è il territorio con il maggior numero di attentati. Ad esempio come testimonia il libro “Martiri che uccidono” del sociologo Domenico Tosini, dal 2003 al 2010 in Iraq ci sono stati più di mille gli attentati con oltre 14 mila persone morte: tra soldati, agenti e civili (soprattutto sunniti). Secondo uno studio del Global Terrorism Database curato dall’Università del Maryland, citata nel libro “Oltre il terrorismo” del generale Mario Mori, negli ultimi vent’anni sono stati 70.433 gli attacchi terroristici. A perdere la vita nel mondo 165 mila persone, come due stadi di San Siro. Un dato che cresce dal 2014, ben 32 mila le vittime con un clamoroso più 80% rispetto l’anno prima. Un trend che non accenna a diminuire dal 2007. Le zone più colpite sono il Medio Oriente, il Nord Africa e il Sud-Est asiatico dove è concentrato il 65% dei morti. In Eurpa va detto comunque che nel 2014 secondo l’Europol, sono 211 gli attentati (sventati, falliti o andati a segno) solo 17 quelli di stampo jihadista.
Tali attacchi tuttavia dal Medio Oriente sono stati ormai importati nel Vecchio Continente. Lo stupore e le lacrime devono definitamente lasciare spazio alla consapevolezza circa la permanenza del fenomeno terroristico. Il Jihad è ormai cosa nostra, seppur in diverse declinazioni e a cadenze quasi regolari. Per questo è sciocco attendere il prossimo attentato per rendersene conto. L’altro dato importante è che oggi non siamo più di fronte a lupi solitari, ma a una rete molto più diffusa e organizzata. Che molto spesso corre via web, dai Balcani al Siraq fino all’Occidente. Silente e lontana da sguardi indiscreti.
Lo dimostra il fatto che poco fa, sempre in Germania, si era tentato di compiere una strage ai mercatini di Natale. Il 26 novembre a Ludwigshafen, nel sudovest del Paese come scrive il sito Lookout news, un dodicenne è stato reclutato per compiere una strage. Anche a lui era stato suggerito di lanciarsi con l’auto sulle bancarelle, proprio come a Berlino e Nizza. Ma poi venne scelto l’attentato con una bomba artigianale piena di chiodi ma fortunatamente non andò a buon fine.
Nel paese sono da tempo attive parecchie associazioni salafite e wahabite. Una maxi operazione di Polizia è avvenuta lo scorso 15 novembre in più Länd tedeschi, con cui è stata messa al bando l’organizzazione “Die Wahre Religion” (La vera religione) del predicatore radicale di origine palestinese Ibrahim Abu Nagie. L’associazione in Germania ha reclutato circa 140 giovani jihadisti, andati a combattere in Siria ed in Iraq. Ha fatto molto discutere la campagna di proselitismo (ora vietata) chiamata Lies! (Leggi) dove per le strade e le piazze si distribuisce il Corano ma viene prediletta anche la conversione per strada, il cosiddetto Dawa Street.
Una campagna sbarcata anche in Svizzera, è infatti di pochi giorni fa la presenza per le vie di Winterthur dell’associazione salafita. In varie moschee elvetiche sono stati di recente scoperti focolai di estremismo (vedi appunto Winterthur dove è da tempo nel mirino delle autorità la moschea An’nur, o quella di Ginevra a Petit-Sacconex). Vari gli arresti negli ultimi tempi. E il canton Ticino non è al riparo. Secondo le Autorità italiane sarebbe addirittura attiva una cellula di reclutamento dello Stato islamico. Degli stretti legami sarebbero allacciati con i vertici del centro culturale di via Domenico Pino a Como, da anni sotto osservazione da parte delle autorità italiane. Pochi giorni fa proprio da Camerlata è stato espulso fuori dall’Italia un tunisino – già sotto osservazione dalla magistratura – a causa delle sue posizioni estreme. In particolare già dal 2011 era nel mirino della giustizia nell’ambito di un’inchiesta su una filiera di arruolamento che si occupava di inviare aspiranti jihadisti in Cecenia. Nel 2005, inoltre, era stato allontanato da Como un altro tunisino, vicepresidente dell’associazione, che vantava pure legami con una controversa moschea di Torino. Sembra che diversi emissari di non meglio precisate “comunità islamiche svizzere” siano stati visti presso il centro di Camerlata in occasione di incontri che il ministero italiano ritiene svolti per discutere del reclutamento di giovani aspiranti jihadisti intenzionati a raggiungere Siria, Libia e altri teatri di guerra.
È ancora presto fare conclusioni sui fatti di questo triste lunedì 19 dicembre macchiato di sangue e morti. Berlino, Ankara, Zurigo: non si sa ancora quanto hanno in comune. Tre città però che rimarranno legate indubbiamente dalla violenza assassina. Una violenza sempre più abitudinaria in questi giorni bui. Manca ancora poco al Sol Invictus, anche domani il sole, forse, rinascerà per tutti!

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