“Lo svizzero”

 

TPF

Lui non si muove, è fermo, inespressivo.
Io mi innervosisco, sudo, sento che comunque l’aria si fa pesante.
Assistere a un processo è così. Oltre alle leggi devi fare i conti con i sentimenti, i tuoi e di quelli di chi è in sala.
La voce può tremare anche a loro. Anche al giudice alle cui parole è appeso il destino dell’imputato.
Ma lui non si muove, per tutto il tempo è sempre stato fermo, inespressivo.

Cosimo “lo svizzero”, non è un affiliato qualunque.

Il suo nome lo deve al fatto che in Svizzera è un referente delle cosche, possiede autorità, organizza la latitanza dei boss, il supporto logistico di armi e droga. Un “tutto fare” che dirime diatribe tra clan rivali, comodo nel suo garage di Bienne.

Non ha mai avuto ambizione di fare carriera scalando i ferrei ranghi gerarchici della ‘ndrangheta. Proprio per questo è uomo fidato, sempre disposto a rendere favori. Non dice mai di no. È pacato, duro quando serve, ma sempre coerente.

“La ‘ndrangheta ha bisogno di gente così, che agisce sottotraccia e contribuisce alla potenza di fuoco dell’organizzazione criminale”. Le parole del giudice sono forti, mi rimangono impresse anche dopo la sentenza.
Proprio “sottotraccia”, nel sottobosco criminale della nazione più ricca al mondo, si tessono le tele di organizzazioni internazionali che gestiscono miliardi. Ma i tentacoli non stringono solo sul riciclaggio, ma si fanno pressanti anche laddove non ce lo si attende. “È n uomo pronto a tutto. A difendersi con la violenza contro le minacce di non si sa chi, che opera in un “milieu” criminale in piena Svizzera”, commenta ancora il giudice.

3 anni e 8 mesi di carcere che sembrano poco, ma che hanno un valore che va al di là della sentenza stessa. Una sentenza che diventerà sicuramente una pietra miliare nella storia della giurisprudenza elvetica. Perché per la prima volta sono state ritenute attendibili le dichiarazioni di due pentiti italiani. Condannati e sotto protezione in Italia. E per la prima volta queste testimonianze hanno portato ad una condanna, nel nostro paese, per organizzazione criminale.

Esco dall’aula, ripenso a quanto detto, e incrocio il suo sguardo.
Una goccia di sudore mi scende dalla fronte. Fa freddo. Ma dentro ho caldo.
Lui non si muove, è inespressivo, nonostante tutto.

 

https://www.rsi.ch/news/svizzera/Ndranghetista-condannato-11145324.html

Un’aula vuota

 

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Sono solo.
La sala stampa del Tribunale è vuota.
Forse sono arrivato in anticipo oppure ho sbagliato giorno, mi domando. Per me è un processo atteso. Per la prima volta un pentito testimonia in video-conferenza a un procedimento penale elvetico.
“Non è mai successo”, mi confida nel corridoio il procuratore. Per la giustizia federale – penso – questa è sicuramente una tappa importante. Come mai non c’è nessuno?

Il processo, forse non è uno dei principali degli ultimi tempi, non fa i titoloni, mi dico. Sicuramente ci saranno molti altri impegni, oggi è il primo giorno di scuola. Oppure sono il solito che ingigantisce fatti che non interessano a nessuno.

Ci rifletto su. E penso che comunque il caso è importante. Le inchieste che hanno portato sino a qui hanno condannato centinaia di persone in Italia.

Ma davvero tutto questo può passare inosservato? Non è giusto che la maggior parte delle persone sia informata su come il crimine dilaga silente? Mi domando.

Durante il dibattimento mi sembra di essere in un film. Si racconta di come 7 ettari e mezzo di piantagioni di canapa sono sorvegliati da uomini armati, non in Colombia, ma nel Canton Berna.
Si racconta poi di come un garage di Bienne diventa il luogo deputato a risolvere problemi di varie bande criminali. Un crocevia da cui passano piccoli banditi per la compravendita di armi e dove si chiede ai rivali di appianare debiti. Diventa una sorta di Tribunale per la giustizia fai da te. Un arbitrato alternativo. Solo che qui non c’è il Cecato di Mafia Capitale, ma criminali veri. Questa è la Suburra de noantri. Nel cuore della Svizzera.

C’è silenzio. Parla solo il pentito e il giudice. A un tratto l’aula si riempie. Mi giro e vedo tanti sguardi giovani, un po’ imbarazzati. Sono gli occhi di chi per la prima volta entra in un’aula di Tribunale. È una classe di liceo, una ventina di allievi che interrogano la docente. Lei risponde appassionata, spiega cosa sta accadendo lì. Descrive i meccanismi della giustizia e di conseguenza quelli del crimine.

Sorrido. Sono rincuorato. In fondo l’interesse, la voglia di sapere, di conoscere questi fenomeni non tramonta. Vive in questi giovani.
Sorrido. Mi sento meno solo.

 

Qui il mio servizio per il TG della RSI.

https://www.rsi.ch/news/mondo/Pentito-di-%E2%80%98ndrangheta-a-Bellinzona-10834799.html

Il boss della droga “rosa”

 

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Era un semplice magazziniere in una ditta di legname. Ad Aarau Karl Miguel Fernandez Salcedo, aveva ricostruito la sua vita. Viveva da tempo con la sua famiglia tra i verdi prati del canton Argovia. Ma per l’Italia era latitante.

Sì perché il 36enne cittadino della Repubblica Dominicana è stato condannato lo scorso 6 febbraio a 8 anni e 8 mesi per traffico internazionale di stupefacenti. Lui secondo la giustizia italiana che lo segue da anni è stato uno dei referenti europei sino alla fine del 2007 del cartello di Santo Domingo comandato dai fratelli Jorge Luis e Joselin Tineo Camilo. Importanti narcotrafficanti che importano cocaina color “rosa” corallo dalla Bolivia via Spagna.

 

La droga color corallo

L’indagine nata a Varese nel 2009 parla di 250-300 chili per spedizione della sostanza stupefacente molto ricercata in quegli anni e pagata oltre 150 franchi al grammo.

Veniva smistata in Italia, Olanda e anche Svizzera. Questo grazie alla complicità dei luogotenenti trapiantati nel Vecchio Continente. Uno era appunto Fernandez Salcedo, che, secondo l’indagine, faceva un po’ di tutto: trattava il prezzo con gli acquirenti finali, si occupava di un appartamento-magazzino per stoccare la droga e consegnava persino le dosi ai clienti eccellenti piuttosto che agli assaggiatori per future forniture.

Un quadro accusatorio confermato dai tre gradi di giudizio, come sintetizzato nel verdetto della Cassazione: «Quanto al ruolo concretamente svolto dall’imputato nell’organismo criminale in questione – si legge nel dispositivo pubblicato il 23 febbraio – la Corte, unitamente alla motivazione della sentenza di primo grado, ha sottolineato come il ricorrente avesse svolto non solo il ruolo di trasportatore della sostanza stupefacente ma anche quello di colui che spediva il denaro che serviva per pagare i corrieri».

 

Indagine anche in Svizzera

Dopo la sentenza in via definitiva è scattato l’arresto. Secondo l’Ufficio federale di giustizia il 36enne “si trova in detenzione nell’ambito d’una inchiesta svizzera dal 7 maggio 2018.”

L’uomo che era anche iscritto nella banca dati SIS per traffico illecito di stupefacenti. L’UFG – fa sapere inoltre – che ha invitato le autorità italiane a trasmettere una domanda formale di estradizione nei suoi confronti. “Attualmente conclude l’UFG – l’inchiesta svizzera ha per principio la priorità”. Il 36enne che era latitante da quanto scattò l’inchiesta nel 2009, è ora detenuto nel carcere di Lenzburg.

Quel silente boato

 

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Limbadi (foto Ansa)

 

Sono le 15.19 di lunedì 9 aprile. Matteo Vinci è seduto al volante della sua Ford Fiesta, affianco a lui c’è suo padre 70enne, Francesco. Le gomme scorrono a zig zag sul cemento precario della strada, una piccola via dissestata di campagna stretta tra i campi del Vibonese. Cervolaro è un piccola località nei pressi di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Quei terreni però non sono terreni qualunque, sono il simbolo del potere, il potere delle “famiglie”.

È lì che all’improvviso un forte boato rompe il silenzio della campagna, poi le fiamme divorano la vettura. In poco tempo l’auto prende le sembianze di una carcassa triturata da uno sfasciacorrozze. Quando arrivano i primi soccorsi, il puzzo di bruciato è ancora forte. Matteo Vinci è già deceduto. Il padre viene trovato in gravi condizioni. È lui che ha dato l’allarme. Secondo una prima ricostruzione il figlio sarebbe morto lentamente, l’esplosione gli ha fratturato le gambe ed è rimasto bloccato in quella palla di fuoco dove viene bruciato vivo.

Sulle cause non sembrano esserci dubbi. A far esplodere l’auto a metano non è stato un malfunzionamento nell’impianto di alimentazione, ma una bomba. L’ipotesi che viene avanzata dai Carabinieri, che stanno svolgendo le indagini sotto le direttive della Procura di Vibo Valentia, è che l’ordigno sia stato collocato nel vano portabagagli della vettura. Ancora non si sa come sia stato possibile azionarlo. L’ipotesi più plausibile dicono gli inquirenti è quella di un radiocomando a distanza. Non si é esclude neppure quella di un timer. Tuttavia filtra dagli ambienti investigativi, si é trattato di un lavoro compiuto da professionisti e che denota l’elevato livello criminale dell’atto.

Matteo Vinci, ex rappresentante di medicinali, era stato candidato alle ultime elezioni comunali nella lista “Limbadi libera e democratica”. Lui non era mai finito in indagini di mafia. Aveva qualche precedente, ma solo per una banale rissa. E proprio con quella rissa aveva incrociato il destino con il potentissimo clan Mancuso. S. Mancuso, sorella Giuseppe “Mbrogghia”, boss ergastolano dell’omonimo clan mafioso, è proprietaria degli appezzamenti di terreno confinanti con il suo campo e secondo alcune fonti, come ricorda “la Repubblica”, su quei pochi spazi che i Vinci avevano nelle campagne che gli uomini del clan erano intenzionati a mettere le mani. 

Le frizioni erano sfociate due anni fa in una violenta lite. Ad avere la peggio il padre di Matteo che viene ferito gravemente con un’arma da taglio. Per quella lite finiscono in manette i due Vinci, la Mancuso, la figlia e il marito D. Di Grillo. Ed è proprio lui che in queste ore è stato nuovamente arrestato. Per ora gli inquirenti non fanno legami tra l’omicidio e la rissa. Ufficialmente il 67enne è stato arrestato per porto abusivo di armi. Ma l’attentato è un segnale, una firma che lascia poche interpretazioni. La firma è quella della ‘ndrangheta, ancora capace di far esplodere una macchina in un paese europeo. Proprio in quella Regione dove alle recenti elezioni Matteo Salvini è stato eletto.

“Sto parlando con Dio”

La ‘ndrina Mancuso è una delle più potenti al mondo, si estende da Vibo all’Australia sino al Canada, dalla Brianza all’Emilia Romagna. Il loro potere si basa su quello che ormai è il classico settore di guadagno della mafia calabrese: la cocaina. Ed è proprio in un vasto traffico di polvere bianca dal Sud America che la ‘ndrina Mancuso si lega alla Svizzera. Nell’inchiesta Stammer, nel gennaio 2017 vengono arrestate 42 persone, per  39 di esse, pochi giorni fa, sono stati chiesti in primo grado complessivamente 338 anni di reclusione per il reato di narcotraffico internazionale. A finire nelle maglie della giustizia in quest’operazione c’era anche S. Minotti, 63 anni, di Bellinzona, che si era recato a Medellìn per prendere parte ad alcuni incontri con i narcos colombiani al fine di acquistare 8 mila chili di coca. Lui secondo i parenti è deceduto in Repubblica Dominicana, dove viveva, per gli inquirenti è invece latitante. «Appena torno qui vado a parlare con la massima autorità locale, protetta da 300 persone (…) qui stiamo trattando con il Dio», aveva riferito il ticinese al suo contatto calabrese. “Dio” era Jaime Eduardo Cano Sucerquia, detto «Jota Jota», potente narcotrafficante colombiano. In quell’occasione il business sfumò a causa dell’intervento delle forze dell’ordine italiane e statunitensi. La droga avrebbe potuto fruttare secondo gli inquirenti un miliardo e 700 mila euro.

“Sponsor di bocce a Bellinzona”

I legami della cosca Mancuso si estendono alla Svizzera anche per altri casi. È infatti a Chiasso che nel 2015 a R. Bevilacqua, figlio del più noto Ferruccio, boss di Vibo Valentia vicino ai Mancuso che vengono trovate tre società fittizie create con l’intento di riciclare i soldi del clan. Entrambi vengono arrestati nell’inchiesta Hydra e accusati di essere gli usurai dell’organizzazione. A finire in manette all’epoca anche l’ex capogruppo dell’Italia dei Valori della Regione Lazio Vincenzo Maruccio. Con loro finisce dietro le sbarre anche A. Bordogna, residente assieme a Bevilacqua in un appartamento usato come pied-à-terre a Seseglio. 

A loro due erano intestate le tre aziende ticinesi attive nel campo dell’edilizia e delle costruzioni. Di queste l’unica traccia che rimaneva poco dopo l’arresto erano delle bucalettere inutilizzate in Corso San Gottardo. In quell’occasione a colpire gli inquirenti fu una frase, all’apparenza insignificante, ma che lascia presagire la volontà delle cosche di inserirsi nel tessuto sociale. “Siamo anche sponsor di una società di bocce di Bellinzona” diceva intercettato Bordogna. Sugli sviluppi dell’inchiesta da parte elvetica, la procura federale si era trincerata dietro al più classico “no comment”.

Nuovi importanti arresti

Ma ieri è stata una giornata importante per il lungo e sottile filo che lega la Calabria alla Svizzera. In manette sono finiti due imprenditori già indagati dell’operazione “Martingala” tra loro M. Surace. Lui ha fatto “confluire in Ticino – si legge nelle carte dell’inchiesta in nostro possesso – i proventi  di una ingente truffa ai danni dello Stato, derivanti da un sostanzioso premio assicurativo”. I due “avevano chiesto ed ottenuto i soldi poi depositati presso un conto bancario elvetico”. L’indennizzo assicurativo, grazie ai servizi di A. Scimone, principale indagato dell’inchiesta, doveva rientrare in Italia attraverso due società slovene, ma i controlli anti-riciclaggio del paese li fecero bloccare, mandando in fumo l’affare.

In tutto ieri sono quattro gli imprenditori arresati nell’inchiesta “Monopoli” ritenuti affiliati alle cosche di ‘ndrangheta. Sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni e autoriciclaggio. Avrebbero contato sull’appoggio delle più pericolose cosche di Reggio per accumulare enormi profitti illeciti, riciclati poi in fiorenti attività commerciali. Sotto sequestro sono finite numerose aziende, centinaia di appartamenti e decine di terreni edificabili nel capoluogo, per un valore complessivo di oltre 50 milioni di euro.

M. Surace e il suo socio hanno fatto confluire nei conti elvetici circa 22 milioni di euro. I due all’epoca si sarebbero rivolti a fratelli Martino, finiti in manette nell’operazione “Rinnovamento”, che ha portato alla condanna di F. Longo e dell’ex fiduciario di Chiasso O. Camponovo, di appiccare un incendio nella loro fabbrica di acque. Con quel sostanzioso premio assicurativo e grazie al cosiddetto “sistema Scimone” (uomo di spicco dei clan), un’articolata costruzione di società fittizie e scatole cinesi, hanno permesso ai clan di tutta la provincia reggina di “lavare” centinaia di milioni di euro proventi del narcotraffico.

Mentre scrivo queste righe le indagini sulla morte di Vinci continuano serrate, a occuparsene c’è anche il pm della DDA di Catanzaro Antonio De Bernardo, colui che guidò le indagini dell’inchiesta Helvetia che sgominò la cosiddetta società di Frauenfeld. E intanto proprio in questi giorni un altro De Bernardo fa discutere il Ticino. In queste ore in piazza a Locarno centinaia di persone saccheggiano i salvagenti a forma di fenicottero dell’installazione “Apolide” di Olly De Bernardo. Quel sottile filo che collega la Calabria alla Svizzera si intreccia nuovamente, e come sempre lo fa nell’indifferenza della gente.

Una sentenza esemplare

 

Tribunale21

La sentenza che è giunta ieri dopo un iter tortuoso, 5 anni e 6 mesi al banchiere della ‘ndrangheta Franco Longo, e 3 anni di cui 6 mesi da espiare al suo “socio in affari”, O. Camponovo, (ex municipale di Chiasso ed ex fiduciario) è esemplare.

Lo è per due motivi. Il primo perché stabilisce di fatto che anche in Svizzera, seppur con differenze sostanziali rispetto all’Italia circa la severità della durata della pena, l’appartenenza ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso può essere punita e anche severamente. E può essere punita con il massimo della pena prevista. Il 260 ter, articolo che sanziona tale reato, prevede appunto un massimo di 5 anni. Longo oltre alla partecipazione a un’organizzazione criminale è stato riconosciuto colpevole di riciclaggio semplice e inganno delle autorità.

A breve, dopo un lungo iter di modifica, la legge contro le organizzazioni mafiose terroristiche potrebbe essere modificata, e dovrebbe portare la pena massima a un inasprimento di 10 anni di carcere per il sostegno o la partecipazione ad un’organizzazione criminale, e sino a 20 per i capi dell’organizzazione. Una legge attesa che significa “pugno duro” contro il crimine organizzato. Ma a cui devono seguire inchieste, lavori di intelligence, analisi e studi dei fenomeni criminali.

In secondo luogo, questa sentenza rimane un monito, una pietra miliare, uno sparti acque di riferimento per la lotta alla mala-finanza in Ticino. Potrebbe essere vista come il classico detto: “punirne uno per educarne mille”. Forse non sarà così, ma il segnale lanciato dal Tribunale penale federale è forte: “anche il settore fiduciario non è esente da responsabilità e colpe”.

Non si era mai vista negli ultimi anni una sanzione così dura per un operatore del settore fiduciario o bancario. Un settore ancora oggi a rischio collusione. Poco controllato, scivoloso, auto-regolamentato. Camponovo è stato condannato per riciclaggio di denaro aggravato, ripetuta falsità in documenti, ripetuto inganno nei confronti delle autorità. Dei reati pesanti per una personalità che in passato aveva rivestito incarichi pubblici. Il Tribunale ha sancito che  ha aiutato Longo a riciclare milioni di provenienza criminosa. Tra le altre cose, i due, in società con i fratelli Martino, esponenti della cosca dei Libri-De Stefano-Tegano già condannati in Italia in secondo grado, avevano comprato un palazzo davanti alla Stazione FFS di Chiasso, per un valore di 3 milioni 300 mila franchi, sotto il quale – caso vuole – vi erano anche dei caveaux bancari.

Ora gli imputati possono fare ricorso ed andare sino al Tribunale federale di Losanna, seconda ed ultima istanza in Svizzera. Tribunale però che per sua natura non entrerà in materia in un nuovo dibattimento. Ma si limiterà a verificare se le procedure giudiziarie sono state fatte secondo i crismi della legge, il che potrebbe significare una convalida delle pene per entrambi. E questo potrebbe mettere la parola fine ad un processo esemplare per la giustizia del nostro Paese.

Per le strade di Parigi

CB2078CA-C43D-4328-9A5F-E6579C4A0FC7.jpegEssere qui a Parigi due anni dopo, è come rivivere addosso quei momenti. Alle 21.21 la prima esplosione allo stadio Saint-Denis. Dopo 4 minuti la prima sparatoria nei pressi dei due bar Le Carillon e Le Petit Cambodge, su Rue Bichat, uno in faccia all’altro. Quattro terroristi sparano all’impazzata. Fanno 13 morti e decine di feriti. Gli attacchi continuano ma è solo alle 21.48 che si consuma la tragedia del Bataclan. La situazione di allerta finisce tardi, a terra finiranno prive di vita trivellate dai colpi degli AK47 130 persone. Un’allerta però mai sopita del tutto.

Oggi la Francia si muove, ma si muove con passo titubante. La polizia è ovunque, i militari con i mitra presidiano la strada, i CRS, les Corps Republican de securité, scrutano ogni mossa dei passanti.

Un esempio di questo stato di cose, è quando io e il mio compagno di viaggio  stiamo camminando in una strada discosta di Calais. Siamo vicino alle “Nuove Giungle”, piccoli accampamenti illegali di migranti nascosti nei boschi, tra alcuni magazzini. All’improvviso una camionetta si ferma davanti a noi:
“Attendete lì” ci dice il poliziotto che scende dal mezzo irrequieto.
“Certo, ha bisogno?” Chiedo.
“Dovete aspettare che il treno sia passato”. È una chiara scusa per controllarci: “favorite i documenti”.
“Certo, ecco io sono giornalista” gli dico mostrando la mia tessera. La faccia del suo collega cambia, mi analizza. “Non sono qui per lavoro, solo curiosità”, spiego.
Un altro agente sogghigna, ha sguardo di sfida. È un uomo robusto, un metro e 80 di altezza, sulla quarantina, testa rasata, in mano una bomboletta spray, grande, molto grande, forse gas lacrimogeno. Potrebbe usarla contro di noi? Mi chiedo tra me e me. Di sicuro l’impatto è intimidatorio e non lascia indifferenti.
Il treno passa, dopo i controlli di rito ci lasciano andare. Noi ci guardiamo inebetiti e un po’ scossi. Alla fine che abbiamo fatto? Stavamo semplicemente camminando a pochi passi da un accampamento precario di migranti.

Questa però è la Francia di oggi, sotto scacco. Che si muove, ma con passo felpato. Le cicatrici sono ovunque e le sirene danno poca tregua. Ogni scusa è buona per controllare e la reazione dello Stato in questa guerra assimmetrica è difficile da pianificare. In tutto secondo le cifre di luglio del ministero degli Interni, in Francia sono 15 mila i “fichier S”, persone sotto controllo perché legate in qualche modo al radicalismo islamico.

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Di pochi giorni fa l’operazione a cavallo tra Svizzera e Francia che ha portato all’arresto di 8 persone. Tra loro un 27enne svizzero, sedicente Imam, radicalizzato sul web dal 2014, e la sua compagna una 23enne colombiana. Abitava nel Canton Neuchâtel a St-Aubin-Sauges e gli inquirenti stanno indagando per capire i progetti della cellula terroristica. I loro discorsi su Telegram hanno accelerato l’operazione. A destare dubbi, tra le altre cose, l’iscrizione al canale criptato Ansar At-Tawhid, dove sono iscritte 400 persone tra cui anche gli assassini di padre Amel, sgozzato a Saint-Etienne-du-Rouvray (Seine-Maritime) l’estate del 2016.
Cosa progettavano è ancora presto dirlo, le indagini lo chiariranno. Certo è che oggi il paese si sforza a dormire sonni tranquilli.

Per le strade di Parigi la gente cammina in gran numero, come sempre nella propria quotidianità. Certi indifferenti, altri sorridenti o pensierosi. Colpiscono ancora le mescolanze tra culture, qui la multiculturalità nonostante tutto vince ancora, un crogiolo di lingue e etnie. Ma la gente non dimentica e la paura quella non può vincere, mai!

 

La fabbrica del consenso web

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Viene chiamata la “click farm”, la fabbrica dei click. Una vera e propria industria per produrre like, condivisioni e ri-tweet fasulli sui social: sia Facebook che Twitter, ma anche Instagram.
L’immagine in alto mostra una muraglia gigante costituita da oltre 10.000 telefoni cellulari tutti collegati ad altri pc che si connettono alla rete. L’articolo del Mirror corredato da un video fatto da un cittadino russo sarebbe stato girato in uno stabile in Cina. Nell’edificio ci sono altre stanze piene di migliaia di cellulari che servono al medesimo scopo. È qui che aziende, cantanti, media e chicchessia, possono crearsi la propria reputazione online.
La questione dei falsi like o dei bot è emersa già da tempo. Sia Facebook che Twitter hanno cercato da alcuni anni di risolvere il problema, non con poche fatiche. A partire da marzo 2015, i sistemi di “polizia virtuale” del social di Zuckerberg non danno tregua ai falsi profili e a coloro che li creano, e centinaia di migliaia di account inattivi sono stati automaticamente cancellati. Anche se però molti rimangono attivi tutt’ora. Basta andare su Google e cercare: “comprare mi piace su Facebook”, per trovare pagine e pagine di aziende che offrono questo servizio. In certi siti, si può partire da un minimo di 2 dollari per 100 like, oppure 10 dollari per 500 like. Con 1.000 dollari se ne possono ottenere sino 100 mila. Il pagamento viene effettuato semplicemente con PayPal. Già nel 2014 un dettagliato articolo del sito italiano linkiesta aveva messo a fuoco il grande business. Citando il Guardian, mostrava come il fenomeno delle “click farm” era soprattutto localizzato a Dhaka, capitale del Bangladesh, centro mondiale della delocalizzazione dei like. Li venivano utilizzati migliaia e migliaia di lavoratori sottopagati il cui unico compito era quello di cliccare manualmente su tutta una serie di banner che scorrevano ininterrottamente sotto i loro occhi.
Non sempre però la strategia di comprare like funziona. Infatti come ha svelato il sito AdEspresso le pagine vere sono vive, ogni post è visto da molti utenti che generano like e traffico. Le pagine con gli utenti falsi, invece, non hanno commenti (pari quasi a zero), né condivisioni, e neppure un “mi piace” per ogni post.

I metodi del doping online

Il doping sui social si fa anche in altre maniere. In un interessantissimo articolo della giornalista de La Stampa ed esperta di cybercrime Carola Frediani si spiega quali sono i metodi utilizzati per il consenso online:

“Sono tre i modi principali con cui si possono usare bot o più in generale dei sistemi automatizzati sui social a fini di marketing, politico o meno. Il primo si basa su bot elementari, che svolgono alcune funzioni, ad esempio rispondono in automatico con un tweet a una parola, un hashtag e via dicendo.
Il secondo è orchestrato con sistemi che controllano reti di account reali, ceduti dai proprietari. “Ti arruoli volontariamente in una rete controllata da un altro e il tuo account condividerà in automatico una serie di contenuti”, spiega a La Stampa Matteo Flora, ad di The Fool, società che si occupa di reputation online. “È quanto avvenuto tempo fa con un’applicazione realizzata dalla Lega Nord”. E a dire il vero è una modalità usata anche dall’attivismo di base di vari colori, ad esempio in Italia è stato adottato in concomitanza di alcune manifestazioni da militanti di alcuni centri sociali.
La terza forma è invece la più sporca: “usi utenti finti attaccati a un sistema centralizzato, e gli fai fare tweet a intervalli regolari”, continua Flora, che aggiunge. “Quello su cui si vuole agire in questo modo è la percezione del consenso”.”

Sulla rilevanza politica dei social bot e sulle possibili manipolazioni delle discussioni politiche e dei trend sui social network, sono molti i paesi a preoccuparsi. Nella vicina penisola ci sono stati dubbi durante la recente campagna elettorale del referendum costituzionale, dove il Movimento 5 Stelle, il cui sistema operativo “Rousseau” è gestito dalla Casaleggio Associati (ditta attiva nella consulenza di strategie digitali che possiede svariati server e snodi internet in tutta Italia) ha orchestrato vere e proprie opere di manipolazione online che si mescolano a fake news. I membri  di Rousseau sono oltre 140 mila e contribuiscono alla creazione o modifica di proposte di legge. “Un sistema bottom-up in cui i cittadini possano proporre direttamente leggi che verranno portate in Parlamento” ha detto Davide Casaleggio, figlio dell’ideatore del M5S e amico di Beppe Grillo, Gianroberto. Di fatto però per entrare a far parte della rete 5 stelle un membro deve fornire una dettagliata mole di dati personali. Dati che andranno poi nelle mani della Casaleggio Associati che potrà beneficiarne a proprio uso e consumo. Anche il movimento di Salvini, grazie l’App della Lega nord, è molto attivo con queste strategie di marketing online “occulto” ed ha contributo al “tam tam” mediatico contro il referendum sostenuto da Renzi.
“In Italia – ha dichiarato Renato Gabriele, del collettivo Gilda35, sempre a La Stampa – esistono varie “botnet” politiche e non sono isolate, spesso si sommano o sovrappongono in una comunanza di interessi. A volte sono usate in grappoli distinti giorno per giorno in modo che non si notino sempre gli stessi account”. A questo si aggiungono anche veri e propri gruppi Telegram o Facebook, dove i membri su invito condividono alcuni post di politici o giornalisti vicini ai partiti in questione. Un sistema win-win dove l’utente web produttore di contenuti, sostenuto da uno gruppo politico, beneficia dei suoi like; a sua volta il gruppo politico veicola le proprie idee e ideologie grazie all’utente web dotato nella maggior parte delle volte  di una legittimità creata con la forza della rete.

Il problema ancora poco conosciuto non è confinato però solo all’Italia, ma riguarda molti altri paesi occidentali. Ad essere preoccupata è ora anche la Germania in vista delle elezioni di settembre, sono sempre più i casi di fake news e attacchi diretti alla Merkel o al cosiddetto “establishment” per favorire movimenti perlopiù populisti e anti-europeisti. Per non considerare naturalmente quello che è avvenuto negli USA con l’hackeraggio alla Clinton e alle intrusioni nella campagna elettorale di cui abbiamo parlato qui. Neppure la Francia è esente da tali attacchi, ad esempio con il maxi-hackeraggio ad opera, si presume, degli stessi hacker russi attivi negli States, i quali hanno trafugato il giorno prima dell’elezione migliaia di giga-byte privati dalle mail del neo eletto presidente Macron. Come abbiamo scritto in questo blog si è assistito a una diffusione in poche ore ad opera di ambienti  vicini alla estrema destra americana, in seguito veicolati da lepenisti francesi. Gruppi molto attivi nel web dove esercitano le proprie influenze. Strategie e metodi questi purtroppo utilizzati anche nel nostro piccolo ma ricco territorio ticinese.

qui si trovano gli account svelati dal collettivo Gilda35 che hanno gonfiato alcuni post di Salvini.

qui invece come vengono utilizzate le botnet leghiste.