Per le strade di Parigi

CB2078CA-C43D-4328-9A5F-E6579C4A0FC7.jpegEssere qui a Parigi due anni dopo, è come rivivere addosso quei momenti. Alle 21.21 la prima esplosione allo stadio Saint-Denis. Dopo 4 minuti la prima sparatoria nei pressi dei due bar Le Carillon e Le Petit Cambodge, su Rue Bichat, uno in faccia all’altro. Quattro terroristi sparano all’impazzata. Fanno 13 morti e decine di feriti. Gli attacchi continuano ma è solo alle 21.48 che si consuma la tragedia del Bataclan. La situazione di allerta finisce tardi, a terra finiranno prive di vita trivellate dai colpi degli AK47 130 persone. Un’allerta però mai sopita del tutto.

Oggi la Francia si muove, ma si muove con passo titubante. La polizia è ovunque, i militari con i mitra presidiano la strada, i CRS, les Corps Republican de securité, scrutano ogni mossa dei passanti.

Un esempio di questo stato di cose, è quando io e il mio compagno di viaggio  stiamo camminando in una strada discosta di Calais. Siamo vicino alle “Nuove Giungle”, piccoli accampamenti illegali di migranti nascosti nei boschi, tra alcuni magazzini. All’improvviso una camionetta si ferma davanti a noi:
“Attendete lì” ci dice il poliziotto che scende dal mezzo irrequieto.
“Certo, ha bisogno?” Chiedo.
“Dovete aspettare che il treno sia passato”. È una chiara scusa per controllarci: “favorite i documenti”.
“Certo, ecco io sono giornalista” gli dico mostrando la mia tessera. La faccia del suo collega cambia, mi analizza. “Non sono qui per lavoro, solo curiosità”, spiego.
Un altro agente sogghigna, ha sguardo di sfida. È un uomo robusto, un metro e 80 di altezza, sulla quarantina, testa rasata, in mano una bomboletta spray, grande, molto grande, forse gas lacrimogeno. Potrebbe usarla contro di noi? Mi chiedo tra me e me. Di sicuro l’impatto è intimidatorio e non lascia indifferenti.
Il treno passa, dopo i controlli di rito ci lasciano andare. Noi ci guardiamo inebetiti e un po’ scossi. Alla fine che abbiamo fatto? Stavamo semplicemente camminando a pochi passi da un accampamento precario di migranti.

Questa però è la Francia di oggi, sotto scacco. Che si muove, ma con passo felpato. Le cicatrici sono ovunque e le sirene danno poca tregua. Ogni scusa è buona per controllare e la reazione dello Stato in questa guerra assimmetrica è difficile da pianificare. In tutto secondo le cifre di luglio del ministero degli Interni, in Francia sono 15 mila i “fichier S”, persone sotto controllo perché legate in qualche modo al radicalismo islamico.

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Di pochi giorni fa l’operazione a cavallo tra Svizzera e Francia che ha portato all’arresto di 8 persone. Tra loro un 27enne svizzero, sedicente Imam, radicalizzato sul web dal 2014, e la sua compagna una 23enne colombiana. Abitava nel Canton Neuchâtel a St-Aubin-Sauges e gli inquirenti stanno indagando per capire i progetti della cellula terroristica. I loro discorsi su Telegram hanno accelerato l’operazione. A destare dubbi, tra le altre cose, l’iscrizione al canale criptato Ansar At-Tawhid, dove sono iscritte 400 persone tra cui anche gli assassini di padre Amel, sgozzato a Saint-Etienne-du-Rouvray (Seine-Maritime) l’estate del 2016.
Cosa progettavano è ancora presto dirlo, le indagini lo chiariranno. Certo è che oggi il paese si sforza a dormire sonni tranquilli.

Per le strade di Parigi la gente cammina in gran numero, come sempre nella propria quotidianità. Certi indifferenti, altri sorridenti o pensierosi. Colpiscono ancora le mescolanze tra culture, qui la multiculturalità nonostante tutto vince ancora, un crogiolo di lingue e etnie. Ma la gente non dimentica e la paura quella non può vincere, mai!

 

La fabbrica del consenso web

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Viene chiamata la “click farm”, la fabbrica dei click. Una vera e propria industria per produrre like, condivisioni e ri-tweet fasulli sui social: sia Facebook che Twitter, ma anche Instagram.
L’immagine in alto mostra una muraglia gigante costituita da oltre 10.000 telefoni cellulari tutti collegati ad altri pc che si connettono alla rete. L’articolo del Mirror corredato da un video fatto da un cittadino russo sarebbe stato girato in uno stabile in Cina. Nell’edificio ci sono altre stanze piene di migliaia di cellulari che servono al medesimo scopo. È qui che aziende, cantanti, media e chicchessia, possono crearsi la propria reputazione online.
La questione dei falsi like o dei bot è emersa già da tempo. Sia Facebook che Twitter hanno cercato da alcuni anni di risolvere il problema, non con poche fatiche. A partire da marzo 2015, i sistemi di “polizia virtuale” del social di Zuckerberg non danno tregua ai falsi profili e a coloro che li creano, e centinaia di migliaia di account inattivi sono stati automaticamente cancellati. Anche se però molti rimangono attivi tutt’ora. Basta andare su Google e cercare: “comprare mi piace su Facebook”, per trovare pagine e pagine di aziende che offrono questo servizio. In certi siti, si può partire da un minimo di 2 dollari per 100 like, oppure 10 dollari per 500 like. Con 1.000 dollari se ne possono ottenere sino 100 mila. Il pagamento viene effettuato semplicemente con PayPal. Già nel 2014 un dettagliato articolo del sito italiano linkiesta aveva messo a fuoco il grande business. Citando il Guardian, mostrava come il fenomeno delle “click farm” era soprattutto localizzato a Dhaka, capitale del Bangladesh, centro mondiale della delocalizzazione dei like. Li venivano utilizzati migliaia e migliaia di lavoratori sottopagati il cui unico compito era quello di cliccare manualmente su tutta una serie di banner che scorrevano ininterrottamente sotto i loro occhi.
Non sempre però la strategia di comprare like funziona. Infatti come ha svelato il sito AdEspresso le pagine vere sono vive, ogni post è visto da molti utenti che generano like e traffico. Le pagine con gli utenti falsi, invece, non hanno commenti (pari quasi a zero), né condivisioni, e neppure un “mi piace” per ogni post.

I metodi del doping online

Il doping sui social si fa anche in altre maniere. In un interessantissimo articolo della giornalista de La Stampa ed esperta di cybercrime Carola Frediani si spiega quali sono i metodi utilizzati per il consenso online:

“Sono tre i modi principali con cui si possono usare bot o più in generale dei sistemi automatizzati sui social a fini di marketing, politico o meno. Il primo si basa su bot elementari, che svolgono alcune funzioni, ad esempio rispondono in automatico con un tweet a una parola, un hashtag e via dicendo.
Il secondo è orchestrato con sistemi che controllano reti di account reali, ceduti dai proprietari. “Ti arruoli volontariamente in una rete controllata da un altro e il tuo account condividerà in automatico una serie di contenuti”, spiega a La Stampa Matteo Flora, ad di The Fool, società che si occupa di reputation online. “È quanto avvenuto tempo fa con un’applicazione realizzata dalla Lega Nord”. E a dire il vero è una modalità usata anche dall’attivismo di base di vari colori, ad esempio in Italia è stato adottato in concomitanza di alcune manifestazioni da militanti di alcuni centri sociali.
La terza forma è invece la più sporca: “usi utenti finti attaccati a un sistema centralizzato, e gli fai fare tweet a intervalli regolari”, continua Flora, che aggiunge. “Quello su cui si vuole agire in questo modo è la percezione del consenso”.”

Sulla rilevanza politica dei social bot e sulle possibili manipolazioni delle discussioni politiche e dei trend sui social network, sono molti i paesi a preoccuparsi. Nella vicina penisola ci sono stati dubbi durante la recente campagna elettorale del referendum costituzionale, dove il Movimento 5 Stelle, il cui sistema operativo “Rousseau” è gestito dalla Casaleggio Associati (ditta attiva nella consulenza di strategie digitali che possiede svariati server e snodi internet in tutta Italia) ha orchestrato vere e proprie opere di manipolazione online che si mescolano a fake news. I membri  di Rousseau sono oltre 140 mila e contribuiscono alla creazione o modifica di proposte di legge. “Un sistema bottom-up in cui i cittadini possano proporre direttamente leggi che verranno portate in Parlamento” ha detto Davide Casaleggio, figlio dell’ideatore del M5S e amico di Beppe Grillo, Gianroberto. Di fatto però per entrare a far parte della rete 5 stelle un membro deve fornire una dettagliata mole di dati personali. Dati che andranno poi nelle mani della Casaleggio Associati che potrà beneficiarne a proprio uso e consumo. Anche il movimento di Salvini, grazie l’App della Lega nord, è molto attivo con queste strategie di marketing online “occulto” ed ha contributo al “tam tam” mediatico contro il referendum sostenuto da Renzi.
“In Italia – ha dichiarato Renato Gabriele, del collettivo Gilda35, sempre a La Stampa – esistono varie “botnet” politiche e non sono isolate, spesso si sommano o sovrappongono in una comunanza di interessi. A volte sono usate in grappoli distinti giorno per giorno in modo che non si notino sempre gli stessi account”. A questo si aggiungono anche veri e propri gruppi Telegram o Facebook, dove i membri su invito condividono alcuni post di politici o giornalisti vicini ai partiti in questione. Un sistema win-win dove l’utente web produttore di contenuti, sostenuto da uno gruppo politico, beneficia dei suoi like; a sua volta il gruppo politico veicola le proprie idee e ideologie grazie all’utente web dotato nella maggior parte delle volte  di una legittimità creata con la forza della rete.

Il problema ancora poco conosciuto non è confinato però solo all’Italia, ma riguarda molti altri paesi occidentali. Ad essere preoccupata è ora anche la Germania in vista delle elezioni di settembre, sono sempre più i casi di fake news e attacchi diretti alla Merkel o al cosiddetto “establishment” per favorire movimenti perlopiù populisti e anti-europeisti. Per non considerare naturalmente quello che è avvenuto negli USA con l’hackeraggio alla Clinton e alle intrusioni nella campagna elettorale di cui abbiamo parlato qui. Neppure la Francia è esente da tali attacchi, ad esempio con il maxi-hackeraggio ad opera, si presume, degli stessi hacker russi attivi negli States, i quali hanno trafugato il giorno prima dell’elezione migliaia di giga-byte privati dalle mail del neo eletto presidente Macron. Come abbiamo scritto in questo blog si è assistito a una diffusione in poche ore ad opera di ambienti  vicini alla estrema destra americana, in seguito veicolati da lepenisti francesi. Gruppi molto attivi nel web dove esercitano le proprie influenze. Strategie e metodi questi purtroppo utilizzati anche nel nostro piccolo ma ricco territorio ticinese.

qui si trovano gli account svelati dal collettivo Gilda35 che hanno gonfiato alcuni post di Salvini.

qui invece come vengono utilizzate le botnet leghiste.

Quel vento gelido che ci soffia addosso

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“La gestione del Centro migranti di Isola Capo Rizzuto, ha mostrato uno spaccato raccapricciante, sul piano umano dispiace aver visto filmati e ascoltato intercettazioni dove si spiega come su mille rifugiati potevano mangiare cinquecento o quattrocento-cinquanta. Il cibo non bastava per tutti e spesso era un cibo che si da ai maiali”. Queste sono le parole scioccanti del Procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri, da anni in prima linea nella lotta alle organizzazioni criminali. Oggi nell’operazione Jonny sono state arrestate in Calabria 68 persone legate alla cosca Arena che gestivano il Centro Cara di Sant’Anna, e i soldi oltre ad ingrassare il clan venivano riciclati anche in Svizzera. È così che i milioni di euro guadagnati lucrando sulla miseria, servivano a comprare teatri, cinema, macchine di lusso e barche. E parte di essi circola su suolo elvetico. Tra i fermati c’è infatti anche il prete Edoardo Scordio. È lui il ponte con il Ticino. Suo fratello è un parrucchiere di Lugano.

Secondo quanto si legge nel provvedimento di fermo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda), citato dall’Agenzia telegrafica svizzera, il parroco avrebbe avuto «la capacità di riciclare il danaro in Svizzera per il tramite di un fratello ivi dimorante». Uno dei collaboratori di giustizia ha sostenuto di aver saputo che «della confraternita della Misericordia di Isola sono “usciti” molti capitali per contanti che sono stati consegnati al fratello del prete, che a sua volta li ha depositati in conti svizzeri».

Oltre a ciò, il sacerdote sarebbe riuscito a ottenere da esponenti delle forze dell’ordine notizie sulle indagini in corso. Nelle intercettazioni avvenute in una “barberia” emerge come don Scordio «non solo ha ricevuto da parte di sicuri ‘infedeli’ operatori di polizia giudiziaria l’informazione che il locale era monitorato ma ha addirittura preteso, da parte di qualche carabiniere, l’ostensione delle registrazioni per catechizzare i dipendenti e/o i collaboratori della Misericordia che sparlavano di lui».

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Il business, ha detto il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto, ha permesso di distrarre 32 milioni di euro sui 100 erogati dallo Stato derivanti da fondi UE dal 2006 al 2015 per la gestione della struttura. Proprio Don Scordio, indicato come gestore occulto della Misericordia, sarebbe stato l’organizzatore del sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all’emergenza profughi, riuscendo ad aggregare le capacità criminali del clan con imprenditori contigui.

Sentito da tio.ch il fratello del parrocco nega i fatti.  «È vero, mio fratello veniva a trovarmi a Lugano in occasione dei suoi viaggi nel nord Italia: l’ultima volta, due anni fa. Ma non mi ha mai consegnato dei soldi, come sostengono i giornali» afferma il 69enne. “Voci di paese” – spiega l’uomo – che non arrestano l’indignazione, una nuova indignazione che ci tocca da vicino e non può lasciare silenti.

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Cara Sant’Anna – Isola Capo Rizzuto

I reati contestati ai 68 fermati e ai 16 indagati non si limitano al centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto. Il provvedimento di fermo conta almeno 150 pagine di capi di imputazione. Ci sono molteplici altri aspetti riguardo all’indagine “Jonny”: dalle estorsioni all’aspetto dei giochi on line, tramite una società maltese che riesce a gestire i giochi on line per milioni di euro. Il primo marzo scorso venne sequestrato il parco eolico più grande d’Europa, “Wind farm” di Isola di Capo Rizzuto considerato fra i più importanti del continente per estensione e potenza erogata ed era nelle solide mani degli Arena. In tutto i beni sequestrati valgono 350 milioni di euro. “La cosca Arena è tra le più agguerrite, una famiglia che in modo costante ha dominato il respiro sociale ed economico del territorio”, aveva detto Nicola Gratteri al Fatto Quotidiano.

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Funzionario del Comune di Isola Capo Rizzuto, Pasquale Arena è ritenuto il gestore occulto degli affari della cosca, l’uomo che curava gli interessi economici della famiglia e che era riuscito, attraverso una fitta rete di società tedesche, svizzere e della Repubblica di San Marino, a far entrare la famiglia mafiosa nel business delle energie rinnovabili. Le società estere, infatti, detenevano formalmente le quote sociali di altre tre società con sede a Crotone e Isola. Un sistema di scatole cinesi che ha consentito di ottenere le autorizzazioni da parte degli enti locali e di realizzare e avviare, per conto della cosca, il parco eolico. L’operazione è chiamata “l’Isola del Vento”, un vento freddo che soffia su tutti noi.

Chi c’è dietro l’attacco hacker a Macron?

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Il silenzio elettorale francese questa notte è stato bruscamente rotto da un frastuono venuto dal web. In tutto sono stati trafugati dati privati per 9 gigabyte dai server e dalle mail del candidato alle presidenziali francesi del movimento “En marche” Emmanuel Macron. Ma chi c’è dietro questo violento hackeraggio?

Il ricercatore e giornalista Nicolas Vanderbiest analizzando la rete ha potuto mostrare che i nodi di diffusione della notizia e l’architettura di quanto accaduto, è stata molto simile alla propagazione della “fake news” diffusa mercoledì secondo cui Macron possederebbe conti offshore alle Bahamas.

Al sito d’inchiesta francese Mediapart, il ricercatore belga ha dichiarato che “la somiglianza tra i due casi è piuttosto sorprendente e sono stati lanciati dallo stesso sito americano. Tutto prende piede dall’account di @JackPosobiec ed immediatamente viene ripreso dal gestore della propaganda digitale del Front Nation. Poi a diffondere la notizia nel web sono altri account del FN, seguiti da quelli della comunità russofila pro-Trump, come ad esempio @Messmer o @KimJongUnique, sino ad arrivare al più noto WikiLeaks”.

Quella che Vanderbiest chiama “Operazione piede di porco” inizia venerdì alle 20:35 ora francese, nel misterioso forum  “Politicamente scorretto” del sito americano 4chan. A questi siti si possono trovare tutti i file da scaricare, postati sul blog da un anonimo

https://pastebin.com/bUJKFpH1

http://archive.is/eQtrm

Come possiamo leggere nel suo post, il blogger scrive: “In questo pastebin sono postati collegamenti a torrent di e-mail tra Macron, la sua squadra e altri funzionari, politici, nonché documenti e foto originali. Questi sono mi stati trasmessi quest’oggi, così adesso li rigiro al popolo. Il leaks è massiccio e viene rilasciato nella speranza che il motore di ricerca umano qui potrà iniziare a sfogliare i contenuti e capire esattamente quello che abbiamo sottomano”.

Il sito 4chan è un blog noto del dibattito americano ed è conosciuto per il supporto a Donald Trump, e per ospitare sostenitori di estrema destra o della Russia di Putin. Proprio qui erano state divulgate le voci sulla vita privata di Emmanuel Macron, e la news dei conti alle Bahamas che Marine Le Pen ha ripreso durante il dibattito televisivo mercoledì. Anche nel caso di questa voce tutto si basava su un documento caricato su 4chan, che poi si è rivelato una grossolana falsificazione, come riferisce il sito Numerama.

Il lancio della news è stato fatto alle sette di martedì sera su uno dei forum di 4chan quando, come spiega Il Sole24ore, compare un messaggio proveniente da una fonte anonima della Lettonia in cui si accusa Macron – «documenti alla mano» – di aver costruito un sofisticato sistema di conti offshore per evadere le tasse. I documenti – compreso quello con la supposta firma del candidato centrista alle presidenziali – sono ovviamente dei falsi. Nonostante ciò, alle 19 e 12 la “notizia” è ripresa, sul suo account Twitter, da tale Nathan Damigo, probabilmente americano, a suo tempo attivo nella campagna pro-Donald Trump e vicino, in Francia, agli ambienti dell’estrema destra di Génération Identitaire.
Poi viene rilanciata dal sito americano DisbedientMedia, che pure aveva sostenuto Trump, e da numerosi account Twitter di gente vicina al neo-presidente americano.
In pochi minuti attraversa l’Atlantico e la si ritrova ripresa da 213 account francesi (o francofoni) noti per essere la cinghia di trasmissione agli articoli dei media russi Russia Today e Sputnik (media internazionali finanziati dal Cremlino). Fino ad arrivare,, nello studio televisivo del dibattito tra i due finalisti delle presidenziali francesi.

Le similitudini sono molte. Infatti tornando all’hackeraggio di ieri, come spiega anche il Corriere della Sera, il lancio dell’hashtag #MacronLeaks è appunto di Jack Posobiec, capo dell’ufficio di Washington di un oscuro sito di destra, “The Rebel media”. Nel 2016 era il direttore dei progetti speciali di “Cittadini per Trump”, la più grande organizzazione a sostegno dell’allora candidato alle presidenziali Usa, Donald Trump .

L’hashtag #MacronLeaks ha raggiunto i 47’000 tweet in tre ore e mezza. Il primo tweet è stato retwittato 15 volte nel primo minuto, e 87 volte nei primi cinque. Sembra grazie all’utilizzo di bot automatici i quali hanno diffuso la notizia, amplificandola notevolmente. Otto minuti dopo il tweet di Posobiec, un altro tweet con l’hashtag #MacronLeaks è stato diffuso dall’account di William Craddick, altro influente membro della propaganda della alt right americana. Come spiega le Parisien, dopo quasi un’ora e mezza che Posobiec ha twittato la notizia è stata ripresa da account nazionalisti francesi vicini al FN. Secondo uno studio del Digital Forensic Research lab di Washington, i dieci più influenti account che hanno usato l’hasthtag #macronleaks hanno postato più di 1’300 tweet in tre ore, ciò che lascia presagire all’evidente segno di bot automatici. Ad esempio l’account @dontreanonmemes ha fatto 150 tweet all’ora sul tema. Ma il colpo di grazia lo ha dato la ripresa di Wikileaks, infatti la notizia sul suo account è stata retwittata oltre 2’000 volte.

Ma questo non è il solo tentativo di destabilizzazione la campagna elettorale francese. Secondo alcuni esperti sentiti da Agence France-Presse dietro potrebbero esserci gli stessi gruppi di hacker russi, già balzati agli onori della cronaca per gli attacchi a Hillary Clinton, nella recente campagna elettorale americana. Non è infatti l’unico caso di hackeraggio contro il candidato di “En Marche”. Il 25 aprile scorso, una relazione dell’impresa di sicurezza informatica giapponese Trend Micro ha attribuito al russo Pawn storm, noto anche con i nomi Fancy Bears, Tsar Team o APT28, un tentativo di phishing su larga scala contro la campagna di Macron. Lo stesso gruppo russo, sospettato di stretti legami con i servizi di sicurezza russi, accusato di aver colpito i democratici statunitensi.

Come nel caso degli Stati Uniti, anche in questo tipo di attacco, non sono richiesti mezzi sofisticati. Gli hacker possono sfruttare falle di sicurezza nei software, tramite dei cosiddetti cavalli di troia (trojan) o malware che possono essere aperti ad esempio durante un aggiornamento o cliccando su di un link mandato via mail. Infatti il principio di phishing, un processo classico nell’arsenale degli hacker, è quello di inviare un gran numero di messaggi di posta elettronica falsi spesso contenenti allegati infetti, sperando che all’altra estremità un visitatore distratto faccia clic su di esso, creando così una breccia nel sistema. Gli esperti pensano che anche in questo caso la modalità sia la medesima. E dopo i vari tentativi, i pirati del web sono riusciti a colpire Macron a un giorno dal voto per il prossimo presidente della Francia. Ormai la guerra si fa anche sulle onde della rete.

Volo solo andata: Vallese-Fiumicino

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Leo Caridi non è una criminale qualunque, ma un boss. Soprannominato “Lillo”, il 57enne, è esponente di vertice della omonima cosca mafiosa operante nei quartieri San Giorgio e Boschicello di Reggio Calabria. Oggi si è conclusa la sua latitanza svizzera con il termine delle procedure di estradizione. È stato consegnato alle autorità italiane questa mattina all’aeroporto di Roma-Fiumicino, proveniente da Ginevra.
Caridi la prima volta è stato arrestato nel  dicembre 2011 e dopo tre anni di custodia cautelare nelle carceri italiane, una sentenza del Tribunale del Riesame ne aveva disposto la scarcerazione. Dopo poco però si era dato alla macchia. Formalmente era latitante dal 6 dicembre 2014, ovvero dal giorno in cui si era sottratto all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere quando il Tribunale di Reggio Calabria lo ha condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per associazione mafiosa (sentenza poi confermata in secondo grado il 22 novembre scorso). Caridi si era rifugiato in Vallese, cantone dove risiedevano due altri esponenti delle cosche estradati l’anno passato. Padre e figlio Nucera.
Le indagini degli inquirenti italiani avevano consentito di individuarlo a Ried Brig dove la Polizia elvetica, lo scorso 3 agosto 2016, lo aveva arrestato. Dopo il classico iter burocratico è stato dunque consegnato alle autorità italiane. In Svizzera era a beneficio di un regolare permesso B. Lavorava secondo nostre informazioni in un bar/pasticceria dell’Alto Vallese. Un cantone questo sempre più soggetto alle infiltrazioni.
Le informazioni dell’intelligence italiana già da tempo hanno fatto emergere che tra le provincie di Verbano-Cusio-Ossola e il Vallese ci sono cellule di ‘ndrangheta ormai radicate dagli anni ’60 e che opererebbero per conto delle cosche madri. Proprio a Visp e Briga, appunto, erano stati rintracciati altri componenti del gruppo familiare dei Nucera ossatura centrale della struttura criminale condofurese. Antonio Nucera aveva aperto diversi rapporti bancari con istituti di credito elvetici, tracciati come sospetti dalle istituzioni antiriciclaggio della Confederazione.
Ma poi ci sono gli appalti. Le mani delle cosche sono arrivate sino ai cantieri stradali: ad esempio nella costruzione del tunnel d’Eyholz, il risanamento della autostrada A9 e la costruzione di un ponte vicino a Niedergesteln. Un’inchiesta aveva portato all’arresto di due funzionari dell’Ufficio federale delle strade e di un imprenditore calabrese. Erano accusati di corruzione attiva e passiva in merito all’assegnazione di un appalto del valore di 35 milioni di franchi per la ristrutturazione delle galleria della “Casermetta” sulla strada del Sempione. Stanno ancora attendendo un procedimento.
Il Vallese è teatro in queste settimane anche dello scandalo che ha coinvolto la procura di Aosta, il capo procuratore Longarini è stato arrestato il 31 gennaio con le accusa di induzione indebita e favoreggiamento. Avrebbe spifferato notizie secretate a un suo amico tale Gerardo C. Imprenditore attivo nel nord Italia e anche in Vallese. Lui sarebbe in buone relazioni con G. Nirta, condannato a 7 anni e 8 mesi per mafia e poi uscito dal carcere per una questione procedurale nel 2014. I due erano sotto stretta osservazione delle autorità italiane, ma quando sono stati informati dal capo procuratore la loro relazione si era interrotta. Nirta aveva nascosto nelle banche svizzere un milione di franchi, cifre provento dal traffico di cocaina dalla Colombia. Una bomba giuridica questa che è esplosa al di là della frontiera e la Svizzera rimane ancora silente. Attendendo che qualcuno se ne accorga.
Noi ne avevamo parlato qui 

Oman: la Svizzera del Medio Oriente

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“Qui la criminalità non esiste, non ci sono né scontri, né guerre da 40 anni, finché c’è il sultano c’è pace”, così ci spiega Talal la nostra guida, durante la visita alla moschea di Salalah, capitale del Dhofar, regione a sud del paese. L’Oman, che grazie alla sua neutralità viene chiamato anche “la Svizzera del Medio Oriente”, è una nazione fantastica baciata dal mare, ma con un affascinante entroterra desertico. Si affaccia sulle coste del sud-est della penisola arabica. Qui l’Islam è moderato, anche se per gli Occidentali suscita scalpore vedere che la maggior parte delle donne indossi il niqab. La corrente è quella Ibadita, una costola del Sunnismo, distinta da quella Sciita. Una terza via tra le due che non preclude di avere buoni rapporti sia con l’Iran (sciita) che con la vicina Arabia Saudita (sunnita). Anche questa particolarità religiosa è espressione della volontà del sultano di restare fuori dagli scontri geopolitici dei paesi del Golfo. Il sultano si chiama Qaboos bin Said al-Said, il classico arabo che ti aspetti: barba curata, baffi bianchi e turbante. Si fa la sua conoscenza non appena si arriva all’aeroporto: ritratti e gigantografie sono ovunque. “Si racconta – ci dice ancora Talal – che negli anni passati fuori dalla sua casa di vacanza, gettava banconote alla folla”. Ora si è ritirato a vita più riservata a causa della sua malattia. Nel 2014 si fece curare un cancro in Germania.

L’Oman, la cui capitale è Muscat, conta circa 4 milioni e mezzo di abitanti, quasi 800 mila sono lavoratori del Bangladesh, molti anche i filippini e gli indiani che fanno i lavori più umili. Ha una superficie poco più grande dell’Italia, quattro quinti ricoperta da deserto, il resto da montagne alte fino a 2000 metri. La sua economia è basata su petrolio e gas naturale, circa l’80% delle casse nazionali. È il 24esimo paese nella classifica dei produttori di oro nero. Negli ultimi anni però la volontà del sultano è quella di diversificare il mercato lanciandosi nel turismo prima che il greggio scarseggi. Dopo che Qaboos andò al potere grazie all’aiuto dei britannici nel 1970 (quando destituì il padre), il paese si riunificò e si pacificò. Anche durante le primavere arabe del 2011, l’Oman fu solo sfiorato dalle proteste. La vicinanza con lo Yemen colpito dalle bombe saudite non fa paura. Anche perché gli scontri distano più di 800 chilometri dal confine. La questione è ora sapere chi sarà il successore del sultano visto che Qaboos non ha figli. Un famigliare sembra tuttavia sia già stato prescelto, anche se per ora rimane un segreto.

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La ricchezza dei petrodollari si fa sentire nella vita quotidiana. Le infrastrutture sono moderne, tanto quanto le strade. La sanità, di livello europeo, viene concessa con l’acquisto di un patentino annuale di 2 euro. I giovani che vogliono creare famiglia (o le donne divorziate) vengono ricompensati con terreni dove possono costruirci casa. Gli studi sono gratuiti fino al secondo grado e per i migliori studenti sono pagate le migliori accademie all’estero.

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In Oman c’è anche una conoscenza della Svizzera e del Ticino. Infatti uno dei complessi più importanti del Dhofar è di proprietà della famiglia dell’imprenditore egiziano Sawiris, conosciuto alla nostre latitudini per i progetti di Andermatt. L’albergo cinque stelle, un vero e proprio villaggio in stile arabo che ospita 500 stanze e con tanto di canali d’acqua marina, è stato costruito nel 2014. Davanti a sé una chilometrica spiaggia bianca, per chi ha fortuna (e noi l’abbiamo avuta due volte) si possono vedere i delfini a pochi metri da riva. In estate quando la capitale della regione Salalah – che significa città in pianura tra due montagne – viene bagnata dalle piogge si popola di turisti proveniente dall’Arabia Saudita. Infatti qui nel periodo dei monsoni, che va da maggio a settembre, le temperature sono più sopportabili. Nel resto del paese si toccano sino i 50 gradi.

Il viaggio continua. Una tappa obbligatoria è sicuramente quella tra le affascinante dune e oasi. Essere catapultati nel Rubʿ al-Khālī, il “Quarto vuoto” che con i suoi 650.000 chilometri quadrati è il secondo deserto più grande al mondo dopo il Sahara, lascia senza fiato. La strada (circa 150 chilometri di sterrato) che percorriamo su sfavillanti 4×4 per arrivare al campo “Wuesten del Dhofar” era sino al Medioevo la vecchia via dell’incenso. Il paese è sempre stato una delle regioni più feconde di questa pianta. E tutt’oggi è uno dei produttori maggiori al mondo. Da qui nel passato la resina dalle esalazioni profumate partiva per l’Occidente via terra, trasportata attraverso il vasto “mare di sabbia” da beduini grazie alla loro “nave del deserto”: il cammello. Il fascino è ovunque e lo sguardo si perde. Ammirare le stelle nell’infinita distesa di sabbia ocra, fine come farina, oltre che rilassante è una pratica purificatrice per l’anima. Come chiosava lo scrittore Erri De Luca, “non c’è niente di più bello di abituarsi al deserto, che è di nessuno e dove si sta tra terra e cielo senza l’ombra di un muro, di un recinto”. In altre parole in libertà.

(Articolo pubblicato su Ticino 7 – 2017 – no° 9)

“Santa” Svizzera

SCHWEI, ALPEN-INITIATIVE,  SCHWEIZ, AKTION, BALLON, ROT, ALPEN, ALPEN-INITIATIVE, HERZ,

La Santa, la Società Maggiore, o anche Picciotteria. La `Ndrangheta ha molte facce e tutte portano in Calabria. Ma le doti crescono, e come piante carnivore si infilano nel mercato sano, e quello elvetico è uno di quelli privilegiati. “In Svizzera – ha detto recentemente in un convegno il procuratore capo del Ministero pubblico della Confederazione Michael Lauber – non c’è infiltrazione sistematica, ma solo casi singoli”. Dal 2010 ad oggi, secondo i dati che abbiamo raccolto in oltre 3 anni di monitoraggio sul fenomeno, sono almeno 25 le inchieste sulla mafia che hanno in qualche modo toccato le Alpi, una cinquantina le persone coinvolte a vario titolo. Da quando ne abbiamo scritto su questo blog circa un anno fa i casi emersi non hanno fatto che crescere.

Le banane dei narcos portano a Bellinzona
Quest’oggi i colleghi del Corriere del Ticino hanno pubblicato la notizia di S. Minotti su cui pende un mandato di cattura internazionale dallo scorso 24 gennaio. Il bellinzonese 63enne era il tramite tra le cosche e i narcos colombiani. Ma qualcosa è andato storto in quel giorno di settembre 2014 a Medellin, visto che è stato estromesso dalla trattative. La banda voleva importare in Italia nascoste in casse di banane 8 tonnellate di cocaina per un valore di oltre 1,7 miliardi di franchi. Come spiega il Vibonese “da semplice co-finanziatore della partita, si era elevato a mediatore tra “Beppe” Giuseppe Mercuri (la persona incaricata dal sodalizio italiano) e il cartello colombiano, scavalcandolo di fatto nella trattativa”. Ma Mercuri non ci sta e esautora Minotti, contrattando direttamente con l’organizzazione sudamericana per il tramite del narcos Karlsson Jaime, detto “El Coronel”. I piani però non vanno come pianificato. Un carico da 63 chilogrammi viene prima intercettato al porto di Livorno, e poi quello più ingente di 8mila chilogrammi fermato direttamente in Colombia. L’inchiesta si è nel frattempo allargata visto che il 16 febbraio il gip distrettuale di Catanzaro ha emesso nuovi provvedimenti cautelari a carico di 68 persone. Gli indagati risultano complessivamente 70. Ma questa è solo una delle operazioni contro le organizzazioni criminali italiane che hanno lambito il nostro paese.

Dal Pirellone si vede Carona
Recentemente si è perso nelle cronache il nome di Domenico Zambetti. L’ex assessore Pdl che ha fatto tremare il Pirellone nel novembre 2012 è stato condannato alla fine dell’anno scorso a Milano a 13 anni e 6 mesi per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa, e corruzione aggravata dall’aver agevolato la ‘ndrangheta. Il suo nome figurava nell’inchiesta Bluecall che in Svizzera ha portato all’arresto di due persone a Carona. C. A. Longo e la moglie. Con la sentenza si è attestato che non solo nei tradizionali feudi della criminalità organizzata al Sud esiste il voto di scambio ‘ndranghetista, ma anche nella Regione Lombardia dell’era Formigoni. Zambetti avrebbe scambiato 11.217 voti alle regionali 2010. Ma i legami in Svizzera si creano soprattutto con il riciclaggio. Come diceva il capo cosca Domenico Bellocco in una intercettazione: “Io i soldi mica li tengo a casa, io li riciclo, li reinvesto”. Infatti tra gli arrestati c’era il rampollo Umberto Bellocco. Ed è proprio lui che gestiva la scalata della grande azienda milanese di call center, la Blue Call appunto, grazie all’intermediario elvetico Longo, “il vero regista delle strategie della famiglia Bellocco”, si legge nell’Ordinanza di custodia cautelare. Nel processo di appello lo scorso febbraio al colletto bianco elvetico vennero inflitti 10 anni di carcere.

Dura lex, sed lex
Un’altra operazione passata in sordina è l’inchiesta Lex coordinata dalla Procura di Reggio Calabria scattata il 26 novembre scorso nelle provincie di Roma, Milano, Vibo Valentia, Pavia, Varese, Como, Monza-Brianza e Cagliari. 41 i provvedimenti di fermo per associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione di tipo mafioso.
Un duro colpo alla cosca Locale di Laureana di Borrello, formata dalle famiglie “Ferrentino-Chindamo” e “Lamari” con ramificazioni che portano nel Comasco e nel Varesotto e anche in Svizzera. Tra gli ordini di cattura figura infatti anche J. Signorello residente a Winterthur. “Un uomo organico alle cosche” secondo gli inquirenti il 29enne, “aveva il compito di dare immediata esecuzione agli ordini impartiti dal boss Ferrentino Marco e suo “consigliore” nelle operazioni di avvio di nuove attività imprenditoriali, oltre che referente della ‘ndrina in Svizzera. Inoltre – si legge nell’Ordinanza di Custodia Cautalare “è titolare del potere di mantenere rapporti e relazioni criminali con esponenti di altre articolazioni territoriali della ndrangheta, quali i Molè di Gioia Tauro, Bellocco e Pesce di Rosarno. Signorello è al momento latitante. Da noi contattato l’Ufficio federale di giustizia non ha rilasciato dichiarazioni e non conferma che un ordine di cattura è attivo sul nostro territorio.

Il denaro ha odore
È già stata completamente dimenticata l’operazione “Pecunia Olet” che ha coinvolto il Ticino. La Guardia di Finanza e la Polizia di Stato di Brescia hanno sequestrato, tra Italia e Svizzera, beni e liquidità per circa 10 milioni di euro ritenuti attività di riciclaggio. Il flusso di denaro secondo gli inquirenti è proveniente da reati tributari e fallimentari, poi trasferito dal gruppo criminale su conti correnti svizzeri tramite società off-shore. Un’inchiesta che era nata con l’operazione “Mercato libero” della Procura di Brescia. L’associazione per delinquere era già stata bloccata nel 2014: allora erano state arrestate nove persone alcune delle quali ritenute vicine a cosche della ‘ndrangheta calabrese in particolare quella dei “Facchineri” di Cittanova(RC) e quella dei “Feliciano” egemone ad Oppido Mamertina (RC). Ma le indagini sono poi proseguite ed è stata individuata la destinazione finale dei flussi finanziari. L’attività di riciclaggio era coordinata da una donna di origine bergamasca, I. Sirani, oggi residente in Svizzera. La donna è indagata con i genitori. L’imprenditrice, insieme ai propri familiari, secondo la magistratura italiana svuotava le società edili delle risorse finanziarie attraverso trasferimenti bancari dai conti italiani verso conti svizzeri, sanmarinesi e di Singapore. Questi conti erano intestati a società offshore gestite a loro volta da società fiduciarie svizzere.

Vallese: appalti e pasticcerie
Il Ticino è solo uno dei cantoni toccati dal fenomeno. Gli addentellati si fanno sentire anche alla pendici del Matterhorn. Il Vallese infatti è un altro territorio fertile per le organizzazioni criminali italiane. Lì la parola ‘Ndrangheta non esiste, e la mafia è un fenomeno cinematografico da gustarsi nelle serie di Netflix o su qualche DVD dei Sopranos. Ma nonostante il silenzio di media e autorità le cosche si sono installata già da tempo. A tessere i contorni delle infiltrazioni in salsa vallessane è una vasta inchiesta del sito romando Jet d’Acre. E il settore prediletto degli affari sono gli appalti pubblici: ad esempio nella costruzione del tunnel d’Eyholz, il risanamento della autostrada A9 e la costruzione di un ponte vicino a Niedergesteln. Ad aggiudicarsi i lavori assieme a una ditta di Thun, c’è un azienda di Visp fondata da un italiano di origine calabrese nel 1993, residente all’epoca nella provincia piemontese di Verbano-Cusio-Ossola. L’uomo avrebbe ancora a suo nome un’altra ditta sempre attiva in Vallese. I primi due cantieri non sono ancora stati terminati e hanno generato costi sensibilmente più elevati. Un’inchiesta del Controllo federale delle finanze è ancora in corso. Ma non finisce qui perché nel marzo scorso il manager viene arrestato e con lui sono stati fermati, e poi liberati, due funzionari della filiale vallesana dell’Ustra, l’Ufficio federale delle strade. Erano accusati di corruzione attiva e passiva in merito all’assegnazione di un appalto del valore di 35 milioni di franchi per la ristrutturazione delle galleria della “Casermetta” sulla strada del Sempione. Secondo il sito, nonostante a carico dell’ormai ex manager della ditta di Visp non è stata aperta alcuna procedura penale in Italia, il suo nome figura nell’ordinanza di arresto preventiva emessa dal Tribunale di Reggio Calabria nel 2009, nel quadro dell’Inchiesta “Nuovo Potere”, che porta anche in questo caso su dei clan attivi sulla Costa Jonica con ramificazioni in Piemonte e Svizzera. L’uomo secondo gli inquirenti avrebbe avuto legami “non solo occasionali” con membri dell’organizzazione. Gli affiliati secondo l’inchiesta avrebbero condotto un traffico di droga tra l’Italia e la Svizzera e in senso in verso un traffico di armi, chiamato in gergo “cioccolato”. L’imprenditore avrebbe all’attivo un’altra società di costruzioni notificata regolarmente sul registro di commercio.

Alla luce di questi fatti la presenza di persone legate alla mafia in Vallese non sembra nulla di nuovo. E anche a queste latitudini gli appalti fanno sempre più gola alle mafie. Ma recentemente – come avevamo parlato proprio qui – dal Cantone è stato estradato L. Caridi (che non ha nulla a che fare con i Nucera, padre e figlio già estradati l’estate 2016 in Italia). Lui era il reggente della Cosca Caridi-Borghetto-Zindato condannato per associazione mafiosa a 9 anni e 6 mesi nel dicembre 2014 (sentenza confermata in secondo grado pochi mesi fa) e poi latitante per oltre due anni in Svizzera. Qui lavorava tranquillamente in un bar-pasticceria con un regolare permesso B. Il 17 febbraio scorso il Tribunale Penale Federale di Bellinzona ha respinto il ricorso contro la decisione di estradizione dell’Ufficio federale di giustizia. L’avvocato dell’uomo ha già annunciato (come riportato in un nostro articolo de la Cité dello scorso dicembre) di voler ricorrere ulteriormente contro questo provvedimento al Tribunale federale. Ma se non ci saranno colpi di scena Caridi verrà estradato in Italia dove attende il terzo grado di giudizio.

Non più due, ma “Cosa unica”
La ‘Ndrangheta dicevamo ha mille facce, ma recentemente – hanno svelato alcune importanti inchieste – la si può chiamare Cosa Unita o Cosa Unica. Questa “associazione mantello delle cosche” per la verità è stata scoperta delle intuizioni del pm Vincenzo Macrì negli anni ’80 grazie all’inchiesta Olimpia che portò a centinaia di anni di reclusione e a 60 ergastoli. Purtroppo come egli stesso ha ammesso le piste investigative di quegli anni si fermarono e furono dimenticate nei cassetti delle procure. Sino a poco tempo fa però, e questo grazie al lavoro di procuratori del calibro di Federico Cafiero de Raho o Nicola Gratteri.
“In sostanza Cosa Nuova – spiega Macrì al Lamentino  – era una nuova struttura associativa, soprattutto proiettata all’esterno, con collegamenti sia con le altre mafie, soprattutto la siciliana, sia con altri poteri occulti associazioni iniziatiche, agganci politici o nei servizi segreti”. A far ritornare in voga il concetto di Cupola unita, una sorta di gota delle organizzazioni criminali italiane, sono state le recenti inchieste calabresi: Mammasantissima, Meta, Fata Morgana, ma anche le più famose operazioni del 2010 Crimine-Infinito. Si tratta di un potere occulto nato nel cono d’ombra e cresciuto fino a essere l’interlocutore delle potenze statali internazionali, oltre che potenza economica globale in sé. Un’oligarchia che si interfaccia direttamente con le altre organizzazioni internazionali russe, balcaniche e non da ultimo sudaAmericane, in primis i narcos colombiani.

Dall’Etna alle cassette di sicurezza elvetiche
A congiungere la Sicilia e la Svizzera ci pensa Giovanni Domenico Scimonelli, nato a Locarno, condannato il 17 luglio scorso a 17 anni di carcere. Lui era definito il “postino” locarnese del super latitante Matteo Messina Denaro, uno dei criminali più ricercati del Mondo. Scimonelli era solito viaggiare per affari fra Roma, Milano, Verona e Lugano. Nella sentenza di condanna si sostiene che il 48enne locarnese raccoglieva i pizzini degli altri uomini d’onore da recapitare al boss stragista, in fuga dal 1993, dal quale riceveva le risposte, per risolvere le questioni interne alle cosche e portare avanti gli affari. Con forzieri che ancora non sono stati violati, in quanto ben nascosti tra Svizzera, Liechtenstein e Belgio. “Sono in corso verifiche di natura finanziaria presso alcuni istituti di credito ticinesi” hanno fatto sapere le autorità giudiziarie italiane.
Potremmo continuare a lungo con le inchieste che toccano il nostro paese, parlando del pentito di ‘Ndrangheta Gennaro Pulice che avrebbe acquistato il permesso di residente in Ticino pagando un funzionario pubblico; oppure come anticipato da Tio.ch delle ramificazioni della Argo1 ditta di sicurezza nell’occhio del ciclone per l’arresto del titolare (per usura) e di un dipendente (presunto reclutatore dell’ISIS in Ticino) nel cui CdA figuravano due colletti bianchi non qualunque: l’uno citato nell’inchiesta Mammasantissma, l’altro coinvolto in Mani pulite e presunto anello di congiunzione con Cosa Nostra. Per ora noi ci limitiamo qui. Si tratta solo di aspettare qualche mese e aprire un nuovo capitolo. Sperando che quello che avete appena letto non sia già stato seppellito nei ricordi di questa pulita e “santa” Svizzera.