Il Castelliere e il Sol invictus

Arrivare al Castelliere anche in un giorno qualsiasi è emozionante.
Ma oggi, nel solstizio d’inverno, è diverso. È un viaggio sensoriale nel passato. Qui si incontrano saperi di culture dimenticate e bellezze della natura.
In questo luogo furono trovati resti neolitici di oltre 6000 anni, forse i ritrovamenti più antichi del Ticino. In epoca gallo-romana venne eretto il Castelliere, la sua posizione e la sua diagonale nel giorno del solstizio corrisponde perfettamente al punto dove sorge il sole, di poco ad est del Monte Ceneri.


Qui si celebrava molto probabilmente anche il Dio Mitra, una delle divinità solari dei Veda. Per i romani Dio dell’onestà, dell’amicizia, dei patti, della crescita. Proteggeva i giusti dalle forze demoniache. Simbolicamente nel giorno del Sol invictus faceva dunque risorgere il sole morente dal buio dell’inverno.

Indelebile essere stato qui oggi con un gruppo di amici!!!

UNADJUSTEDNONRAW_thumb_2bc0Il Castelliere – Tegna

“Lo svizzero”

 

TPF

Lui non si muove, è fermo, inespressivo.
Io mi innervosisco, sudo, sento che comunque l’aria si fa pesante.
Assistere a un processo è così. Oltre alle leggi devi fare i conti con i sentimenti, i tuoi e di quelli di chi è in sala.
La voce può tremare anche a loro. Anche al giudice alle cui parole è appeso il destino dell’imputato.
Ma lui non si muove, per tutto il tempo è sempre stato fermo, inespressivo.

Cosimo “lo svizzero”, non è un affiliato qualunque.

Il suo nome lo deve al fatto che in Svizzera è un referente delle cosche, possiede autorità, organizza la latitanza dei boss, il supporto logistico di armi e droga. Un “tutto fare” che dirime diatribe tra clan rivali, comodo nel suo garage di Bienne.

Non ha mai avuto ambizione di fare carriera scalando i ferrei ranghi gerarchici della ‘ndrangheta. Proprio per questo è uomo fidato, sempre disposto a rendere favori. Non dice mai di no. È pacato, duro quando serve, ma sempre coerente.

“La ‘ndrangheta ha bisogno di gente così, che agisce sottotraccia e contribuisce alla potenza di fuoco dell’organizzazione criminale”. Le parole del giudice sono forti, mi rimangono impresse anche dopo la sentenza.
Proprio “sottotraccia”, nel sottobosco criminale della nazione più ricca al mondo, si tessono le tele di organizzazioni internazionali che gestiscono miliardi. Ma i tentacoli non stringono solo sul riciclaggio, ma si fanno pressanti anche laddove non ce lo si attende. “È n uomo pronto a tutto. A difendersi con la violenza contro le minacce di non si sa chi, che opera in un “milieu” criminale in piena Svizzera”, commenta ancora il giudice.

3 anni e 8 mesi di carcere che sembrano poco, ma che hanno un valore che va al di là della sentenza stessa. Una sentenza che diventerà sicuramente una pietra miliare nella storia della giurisprudenza elvetica. Perché per la prima volta sono state ritenute attendibili le dichiarazioni di due pentiti italiani. Condannati e sotto protezione in Italia. E per la prima volta queste testimonianze hanno portato ad una condanna, nel nostro paese, per organizzazione criminale.

Esco dall’aula, ripenso a quanto detto, e incrocio il suo sguardo.
Una goccia di sudore mi scende dalla fronte. Fa freddo. Ma dentro ho caldo.
Lui non si muove, è inespressivo, nonostante tutto.

 

https://www.rsi.ch/news/svizzera/Ndranghetista-condannato-11145324.html

Un’aula vuota

 

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Sono solo.
La sala stampa del Tribunale è vuota.
Forse sono arrivato in anticipo oppure ho sbagliato giorno, mi domando. Per me è un processo atteso. Per la prima volta un pentito testimonia in video-conferenza a un procedimento penale elvetico.
“Non è mai successo”, mi confida nel corridoio il procuratore. Per la giustizia federale – penso – questa è sicuramente una tappa importante. Come mai non c’è nessuno?

Il processo, forse non è uno dei principali degli ultimi tempi, non fa i titoloni, mi dico. Sicuramente ci saranno molti altri impegni, oggi è il primo giorno di scuola. Oppure sono il solito che ingigantisce fatti che non interessano a nessuno.

Ci rifletto su. E penso che comunque il caso è importante. Le inchieste che hanno portato sino a qui hanno condannato centinaia di persone in Italia.

Ma davvero tutto questo può passare inosservato? Non è giusto che la maggior parte delle persone sia informata su come il crimine dilaga silente? Mi domando.

Durante il dibattimento mi sembra di essere in un film. Si racconta di come 7 ettari e mezzo di piantagioni di canapa sono sorvegliati da uomini armati, non in Colombia, ma nel Canton Berna.
Si racconta poi di come un garage di Bienne diventa il luogo deputato a risolvere problemi di varie bande criminali. Un crocevia da cui passano piccoli banditi per la compravendita di armi e dove si chiede ai rivali di appianare debiti. Diventa una sorta di Tribunale per la giustizia fai da te. Un arbitrato alternativo. Solo che qui non c’è il Cecato di Mafia Capitale, ma criminali veri. Questa è la Suburra de noantri. Nel cuore della Svizzera.

C’è silenzio. Parla solo il pentito e il giudice. A un tratto l’aula si riempie. Mi giro e vedo tanti sguardi giovani, un po’ imbarazzati. Sono gli occhi di chi per la prima volta entra in un’aula di Tribunale. È una classe di liceo, una ventina di allievi che interrogano la docente. Lei risponde appassionata, spiega cosa sta accadendo lì. Descrive i meccanismi della giustizia e di conseguenza quelli del crimine.

Sorrido. Sono rincuorato. In fondo l’interesse, la voglia di sapere, di conoscere questi fenomeni non tramonta. Vive in questi giovani.
Sorrido. Mi sento meno solo.

 

Qui il mio servizio per il TG della RSI.

https://www.rsi.ch/news/mondo/Pentito-di-%E2%80%98ndrangheta-a-Bellinzona-10834799.html

Il boss della droga “rosa”

 

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Era un semplice magazziniere in una ditta di legname. Ad Aarau Karl Miguel Fernandez Salcedo, aveva ricostruito la sua vita. Viveva da tempo con la sua famiglia tra i verdi prati del canton Argovia. Ma per l’Italia era latitante.

Sì perché il 36enne cittadino della Repubblica Dominicana è stato condannato lo scorso 6 febbraio a 8 anni e 8 mesi per traffico internazionale di stupefacenti. Lui secondo la giustizia italiana che lo segue da anni è stato uno dei referenti europei sino alla fine del 2007 del cartello di Santo Domingo comandato dai fratelli Jorge Luis e Joselin Tineo Camilo. Importanti narcotrafficanti che importano cocaina color “rosa” corallo dalla Bolivia via Spagna.

 

La droga color corallo

L’indagine nata a Varese nel 2009 parla di 250-300 chili per spedizione della sostanza stupefacente molto ricercata in quegli anni e pagata oltre 150 franchi al grammo.

Veniva smistata in Italia, Olanda e anche Svizzera. Questo grazie alla complicità dei luogotenenti trapiantati nel Vecchio Continente. Uno era appunto Fernandez Salcedo, che, secondo l’indagine, faceva un po’ di tutto: trattava il prezzo con gli acquirenti finali, si occupava di un appartamento-magazzino per stoccare la droga e consegnava persino le dosi ai clienti eccellenti piuttosto che agli assaggiatori per future forniture.

Un quadro accusatorio confermato dai tre gradi di giudizio, come sintetizzato nel verdetto della Cassazione: «Quanto al ruolo concretamente svolto dall’imputato nell’organismo criminale in questione – si legge nel dispositivo pubblicato il 23 febbraio – la Corte, unitamente alla motivazione della sentenza di primo grado, ha sottolineato come il ricorrente avesse svolto non solo il ruolo di trasportatore della sostanza stupefacente ma anche quello di colui che spediva il denaro che serviva per pagare i corrieri».

 

Indagine anche in Svizzera

Dopo la sentenza in via definitiva è scattato l’arresto. Secondo l’Ufficio federale di giustizia il 36enne “si trova in detenzione nell’ambito d’una inchiesta svizzera dal 7 maggio 2018.”

L’uomo che era anche iscritto nella banca dati SIS per traffico illecito di stupefacenti. L’UFG – fa sapere inoltre – che ha invitato le autorità italiane a trasmettere una domanda formale di estradizione nei suoi confronti. “Attualmente conclude l’UFG – l’inchiesta svizzera ha per principio la priorità”. Il 36enne che era latitante da quanto scattò l’inchiesta nel 2009, è ora detenuto nel carcere di Lenzburg.

Quel silente boato

 

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Limbadi (foto Ansa)

 

Sono le 15.19 di lunedì 9 aprile. Matteo Vinci è seduto al volante della sua Ford Fiesta, affianco a lui c’è suo padre 70enne, Francesco. Le gomme scorrono a zig zag sul cemento precario della strada, una piccola via dissestata di campagna stretta tra i campi del Vibonese. Cervolaro è un piccola località nei pressi di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Quei terreni però non sono terreni qualunque, sono il simbolo del potere, il potere delle “famiglie”.

È lì che all’improvviso un forte boato rompe il silenzio della campagna, poi le fiamme divorano la vettura. In poco tempo l’auto prende le sembianze di una carcassa triturata da uno sfasciacorrozze. Quando arrivano i primi soccorsi, il puzzo di bruciato è ancora forte. Matteo Vinci è già deceduto. Il padre viene trovato in gravi condizioni. È lui che ha dato l’allarme. Secondo una prima ricostruzione il figlio sarebbe morto lentamente, l’esplosione gli ha fratturato le gambe ed è rimasto bloccato in quella palla di fuoco dove viene bruciato vivo.

Sulle cause non sembrano esserci dubbi. A far esplodere l’auto a metano non è stato un malfunzionamento nell’impianto di alimentazione, ma una bomba. L’ipotesi che viene avanzata dai Carabinieri, che stanno svolgendo le indagini sotto le direttive della Procura di Vibo Valentia, è che l’ordigno sia stato collocato nel vano portabagagli della vettura. Ancora non si sa come sia stato possibile azionarlo. L’ipotesi più plausibile dicono gli inquirenti è quella di un radiocomando a distanza. Non si é esclude neppure quella di un timer. Tuttavia filtra dagli ambienti investigativi, si é trattato di un lavoro compiuto da professionisti e che denota l’elevato livello criminale dell’atto.

Matteo Vinci, ex rappresentante di medicinali, era stato candidato alle ultime elezioni comunali nella lista “Limbadi libera e democratica”. Lui non era mai finito in indagini di mafia. Aveva qualche precedente, ma solo per una banale rissa. E proprio con quella rissa aveva incrociato il destino con il potentissimo clan Mancuso. S. Mancuso, sorella Giuseppe “Mbrogghia”, boss ergastolano dell’omonimo clan mafioso, è proprietaria degli appezzamenti di terreno confinanti con il suo campo e secondo alcune fonti, come ricorda “la Repubblica”, su quei pochi spazi che i Vinci avevano nelle campagne che gli uomini del clan erano intenzionati a mettere le mani. 

Le frizioni erano sfociate due anni fa in una violenta lite. Ad avere la peggio il padre di Matteo che viene ferito gravemente con un’arma da taglio. Per quella lite finiscono in manette i due Vinci, la Mancuso, la figlia e il marito D. Di Grillo. Ed è proprio lui che in queste ore è stato nuovamente arrestato. Per ora gli inquirenti non fanno legami tra l’omicidio e la rissa. Ufficialmente il 67enne è stato arrestato per porto abusivo di armi. Ma l’attentato è un segnale, una firma che lascia poche interpretazioni. La firma è quella della ‘ndrangheta, ancora capace di far esplodere una macchina in un paese europeo. Proprio in quella Regione dove alle recenti elezioni Matteo Salvini è stato eletto.

“Sto parlando con Dio”

La ‘ndrina Mancuso è una delle più potenti al mondo, si estende da Vibo all’Australia sino al Canada, dalla Brianza all’Emilia Romagna. Il loro potere si basa su quello che ormai è il classico settore di guadagno della mafia calabrese: la cocaina. Ed è proprio in un vasto traffico di polvere bianca dal Sud America che la ‘ndrina Mancuso si lega alla Svizzera. Nell’inchiesta Stammer, nel gennaio 2017 vengono arrestate 42 persone, per  39 di esse, pochi giorni fa, sono stati chiesti in primo grado complessivamente 338 anni di reclusione per il reato di narcotraffico internazionale. A finire nelle maglie della giustizia in quest’operazione c’era anche S. Minotti, 63 anni, di Bellinzona, che si era recato a Medellìn per prendere parte ad alcuni incontri con i narcos colombiani al fine di acquistare 8 mila chili di coca. Lui secondo i parenti è deceduto in Repubblica Dominicana, dove viveva, per gli inquirenti è invece latitante. «Appena torno qui vado a parlare con la massima autorità locale, protetta da 300 persone (…) qui stiamo trattando con il Dio», aveva riferito il ticinese al suo contatto calabrese. “Dio” era Jaime Eduardo Cano Sucerquia, detto «Jota Jota», potente narcotrafficante colombiano. In quell’occasione il business sfumò a causa dell’intervento delle forze dell’ordine italiane e statunitensi. La droga avrebbe potuto fruttare secondo gli inquirenti un miliardo e 700 mila euro.

“Sponsor di bocce a Bellinzona”

I legami della cosca Mancuso si estendono alla Svizzera anche per altri casi. È infatti a Chiasso che nel 2015 a R. Bevilacqua, figlio del più noto Ferruccio, boss di Vibo Valentia vicino ai Mancuso che vengono trovate tre società fittizie create con l’intento di riciclare i soldi del clan. Entrambi vengono arrestati nell’inchiesta Hydra e accusati di essere gli usurai dell’organizzazione. A finire in manette all’epoca anche l’ex capogruppo dell’Italia dei Valori della Regione Lazio Vincenzo Maruccio. Con loro finisce dietro le sbarre anche A. Bordogna, residente assieme a Bevilacqua in un appartamento usato come pied-à-terre a Seseglio. 

A loro due erano intestate le tre aziende ticinesi attive nel campo dell’edilizia e delle costruzioni. Di queste l’unica traccia che rimaneva poco dopo l’arresto erano delle bucalettere inutilizzate in Corso San Gottardo. In quell’occasione a colpire gli inquirenti fu una frase, all’apparenza insignificante, ma che lascia presagire la volontà delle cosche di inserirsi nel tessuto sociale. “Siamo anche sponsor di una società di bocce di Bellinzona” diceva intercettato Bordogna. Sugli sviluppi dell’inchiesta da parte elvetica, la procura federale si era trincerata dietro al più classico “no comment”.

Nuovi importanti arresti

Ma ieri è stata una giornata importante per il lungo e sottile filo che lega la Calabria alla Svizzera. In manette sono finiti due imprenditori già indagati dell’operazione “Martingala” tra loro M. Surace. Lui ha fatto “confluire in Ticino – si legge nelle carte dell’inchiesta in nostro possesso – i proventi  di una ingente truffa ai danni dello Stato, derivanti da un sostanzioso premio assicurativo”. I due “avevano chiesto ed ottenuto i soldi poi depositati presso un conto bancario elvetico”. L’indennizzo assicurativo, grazie ai servizi di A. Scimone, principale indagato dell’inchiesta, doveva rientrare in Italia attraverso due società slovene, ma i controlli anti-riciclaggio del paese li fecero bloccare, mandando in fumo l’affare.

In tutto ieri sono quattro gli imprenditori arresati nell’inchiesta “Monopoli” ritenuti affiliati alle cosche di ‘ndrangheta. Sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni e autoriciclaggio. Avrebbero contato sull’appoggio delle più pericolose cosche di Reggio per accumulare enormi profitti illeciti, riciclati poi in fiorenti attività commerciali. Sotto sequestro sono finite numerose aziende, centinaia di appartamenti e decine di terreni edificabili nel capoluogo, per un valore complessivo di oltre 50 milioni di euro.

M. Surace e il suo socio hanno fatto confluire nei conti elvetici circa 22 milioni di euro. I due all’epoca si sarebbero rivolti a fratelli Martino, finiti in manette nell’operazione “Rinnovamento”, che ha portato alla condanna di F. Longo e dell’ex fiduciario di Chiasso O. Camponovo, di appiccare un incendio nella loro fabbrica di acque. Con quel sostanzioso premio assicurativo e grazie al cosiddetto “sistema Scimone” (uomo di spicco dei clan), un’articolata costruzione di società fittizie e scatole cinesi, hanno permesso ai clan di tutta la provincia reggina di “lavare” centinaia di milioni di euro proventi del narcotraffico.

Mentre scrivo queste righe le indagini sulla morte di Vinci continuano serrate, a occuparsene c’è anche il pm della DDA di Catanzaro Antonio De Bernardo, colui che guidò le indagini dell’inchiesta Helvetia che sgominò la cosiddetta società di Frauenfeld. E intanto proprio in questi giorni un altro De Bernardo fa discutere il Ticino. In queste ore in piazza a Locarno centinaia di persone saccheggiano i salvagenti a forma di fenicottero dell’installazione “Apolide” di Olly De Bernardo. Quel sottile filo che collega la Calabria alla Svizzera si intreccia nuovamente, e come sempre lo fa nell’indifferenza della gente.

Una sentenza esemplare

 

Tribunale21

La sentenza che è giunta ieri dopo un iter tortuoso, 5 anni e 6 mesi al banchiere della ‘ndrangheta Franco Longo, e 3 anni di cui 6 mesi da espiare al suo “socio in affari”, O. Camponovo, (ex municipale di Chiasso ed ex fiduciario) è esemplare.

Lo è per due motivi. Il primo perché stabilisce di fatto che anche in Svizzera, seppur con differenze sostanziali rispetto all’Italia circa la severità della durata della pena, l’appartenenza ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso può essere punita e anche severamente. E può essere punita con il massimo della pena prevista. Il 260 ter, articolo che sanziona tale reato, prevede appunto un massimo di 5 anni. Longo oltre alla partecipazione a un’organizzazione criminale è stato riconosciuto colpevole di riciclaggio semplice e inganno delle autorità.

A breve, dopo un lungo iter di modifica, la legge contro le organizzazioni mafiose terroristiche potrebbe essere modificata, e dovrebbe portare la pena massima a un inasprimento di 10 anni di carcere per il sostegno o la partecipazione ad un’organizzazione criminale, e sino a 20 per i capi dell’organizzazione. Una legge attesa che significa “pugno duro” contro il crimine organizzato. Ma a cui devono seguire inchieste, lavori di intelligence, analisi e studi dei fenomeni criminali.

In secondo luogo, questa sentenza rimane un monito, una pietra miliare, uno sparti acque di riferimento per la lotta alla mala-finanza in Ticino. Potrebbe essere vista come il classico detto: “punirne uno per educarne mille”. Forse non sarà così, ma il segnale lanciato dal Tribunale penale federale è forte: “anche il settore fiduciario non è esente da responsabilità e colpe”.

Non si era mai vista negli ultimi anni una sanzione così dura per un operatore del settore fiduciario o bancario. Un settore ancora oggi a rischio collusione. Poco controllato, scivoloso, auto-regolamentato. Camponovo è stato condannato per riciclaggio di denaro aggravato, ripetuta falsità in documenti, ripetuto inganno nei confronti delle autorità. Dei reati pesanti per una personalità che in passato aveva rivestito incarichi pubblici. Il Tribunale ha sancito che  ha aiutato Longo a riciclare milioni di provenienza criminosa. Tra le altre cose, i due, in società con i fratelli Martino, esponenti della cosca dei Libri-De Stefano-Tegano già condannati in Italia in secondo grado, avevano comprato un palazzo davanti alla Stazione FFS di Chiasso, per un valore di 3 milioni 300 mila franchi, sotto il quale – caso vuole – vi erano anche dei caveaux bancari.

Ora gli imputati possono fare ricorso ed andare sino al Tribunale federale di Losanna, seconda ed ultima istanza in Svizzera. Tribunale però che per sua natura non entrerà in materia in un nuovo dibattimento. Ma si limiterà a verificare se le procedure giudiziarie sono state fatte secondo i crismi della legge, il che potrebbe significare una convalida delle pene per entrambi. E questo potrebbe mettere la parola fine ad un processo esemplare per la giustizia del nostro Paese.

Per le strade di Parigi

CB2078CA-C43D-4328-9A5F-E6579C4A0FC7.jpegEssere qui a Parigi due anni dopo, è come rivivere addosso quei momenti. Alle 21.21 la prima esplosione allo stadio Saint-Denis. Dopo 4 minuti la prima sparatoria nei pressi dei due bar Le Carillon e Le Petit Cambodge, su Rue Bichat, uno in faccia all’altro. Quattro terroristi sparano all’impazzata. Fanno 13 morti e decine di feriti. Gli attacchi continuano ma è solo alle 21.48 che si consuma la tragedia del Bataclan. La situazione di allerta finisce tardi, a terra finiranno prive di vita trivellate dai colpi degli AK47 130 persone. Un’allerta però mai sopita del tutto.

Oggi la Francia si muove, ma si muove con passo titubante. La polizia è ovunque, i militari con i mitra presidiano la strada, i CRS, les Corps Republican de securité, scrutano ogni mossa dei passanti.

Un esempio di questo stato di cose, è quando io e il mio compagno di viaggio  stiamo camminando in una strada discosta di Calais. Siamo vicino alle “Nuove Giungle”, piccoli accampamenti illegali di migranti nascosti nei boschi, tra alcuni magazzini. All’improvviso una camionetta si ferma davanti a noi:
“Attendete lì” ci dice il poliziotto che scende dal mezzo irrequieto.
“Certo, ha bisogno?” Chiedo.
“Dovete aspettare che il treno sia passato”. È una chiara scusa per controllarci: “favorite i documenti”.
“Certo, ecco io sono giornalista” gli dico mostrando la mia tessera. La faccia del suo collega cambia, mi analizza. “Non sono qui per lavoro, solo curiosità”, spiego.
Un altro agente sogghigna, ha sguardo di sfida. È un uomo robusto, un metro e 80 di altezza, sulla quarantina, testa rasata, in mano una bomboletta spray, grande, molto grande, forse gas lacrimogeno. Potrebbe usarla contro di noi? Mi chiedo tra me e me. Di sicuro l’impatto è intimidatorio e non lascia indifferenti.
Il treno passa, dopo i controlli di rito ci lasciano andare. Noi ci guardiamo inebetiti e un po’ scossi. Alla fine che abbiamo fatto? Stavamo semplicemente camminando a pochi passi da un accampamento precario di migranti.

Questa però è la Francia di oggi, sotto scacco. Che si muove, ma con passo felpato. Le cicatrici sono ovunque e le sirene danno poca tregua. Ogni scusa è buona per controllare e la reazione dello Stato in questa guerra assimmetrica è difficile da pianificare. In tutto secondo le cifre di luglio del ministero degli Interni, in Francia sono 15 mila i “fichier S”, persone sotto controllo perché legate in qualche modo al radicalismo islamico.

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Di pochi giorni fa l’operazione a cavallo tra Svizzera e Francia che ha portato all’arresto di 8 persone. Tra loro un 27enne svizzero, sedicente Imam, radicalizzato sul web dal 2014, e la sua compagna una 23enne colombiana. Abitava nel Canton Neuchâtel a St-Aubin-Sauges e gli inquirenti stanno indagando per capire i progetti della cellula terroristica. I loro discorsi su Telegram hanno accelerato l’operazione. A destare dubbi, tra le altre cose, l’iscrizione al canale criptato Ansar At-Tawhid, dove sono iscritte 400 persone tra cui anche gli assassini di padre Amel, sgozzato a Saint-Etienne-du-Rouvray (Seine-Maritime) l’estate del 2016.
Cosa progettavano è ancora presto dirlo, le indagini lo chiariranno. Certo è che oggi il paese si sforza a dormire sonni tranquilli.

Per le strade di Parigi la gente cammina in gran numero, come sempre nella propria quotidianità. Certi indifferenti, altri sorridenti o pensierosi. Colpiscono ancora le mescolanze tra culture, qui la multiculturalità nonostante tutto vince ancora, un crogiolo di lingue e etnie. Ma la gente non dimentica e la paura quella non può vincere, mai!