Quel silente boato

 

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Limbadi (foto Ansa)

 

Sono le 15.19 di lunedì 9 aprile. Matteo Vinci è seduto al volante della sua Ford Fiesta, affianco a lui c’è suo padre 70enne, Francesco. Le gomme scorrono a zig zag sul cemento precario della strada, una piccola via dissestata di campagna stretta tra i campi del Vibonese. Cervolaro è un piccola località nei pressi di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Quei terreni però non sono terreni qualunque, sono il simbolo del potere, il potere delle “famiglie”.

È lì che all’improvviso un forte boato rompe il silenzio della campagna, poi le fiamme divorano la vettura. In poco tempo l’auto prende le sembianze di una carcassa triturata da uno sfasciacorrozze. Quando arrivano i primi soccorsi, il puzzo di bruciato è ancora forte. Matteo Vinci è già deceduto. Il padre viene trovato in gravi condizioni. È lui che ha dato l’allarme. Secondo una prima ricostruzione il figlio sarebbe morto lentamente, l’esplosione gli ha fratturato le gambe ed è rimasto bloccato in quella palla di fuoco dove viene bruciato vivo.

Sulle cause non sembrano esserci dubbi. A far esplodere l’auto a metano non è stato un malfunzionamento nell’impianto di alimentazione, ma una bomba. L’ipotesi che viene avanzata dai Carabinieri, che stanno svolgendo le indagini sotto le direttive della Procura di Vibo Valentia, è che l’ordigno sia stato collocato nel vano portabagagli della vettura. Ancora non si sa come sia stato possibile azionarlo. L’ipotesi più plausibile dicono gli inquirenti è quella di un radiocomando a distanza. Non si é esclude neppure quella di un timer. Tuttavia filtra dagli ambienti investigativi, si é trattato di un lavoro compiuto da professionisti e che denota l’elevato livello criminale dell’atto.

Matteo Vinci, ex rappresentante di medicinali, era stato candidato alle ultime elezioni comunali nella lista “Limbadi libera e democratica”. Lui non era mai finito in indagini di mafia. Aveva qualche precedente, ma solo per una banale rissa. E proprio con quella rissa aveva incrociato il destino con il potentissimo clan Mancuso. S. Mancuso, sorella Giuseppe “Mbrogghia”, boss ergastolano dell’omonimo clan mafioso, è proprietaria degli appezzamenti di terreno confinanti con il suo campo e secondo alcune fonti, come ricorda “la Repubblica”, su quei pochi spazi che i Vinci avevano nelle campagne che gli uomini del clan erano intenzionati a mettere le mani. 

Le frizioni erano sfociate due anni fa in una violenta lite. Ad avere la peggio il padre di Matteo che viene ferito gravemente con un’arma da taglio. Per quella lite finiscono in manette i due Vinci, la Mancuso, la figlia e il marito D. Di Grillo. Ed è proprio lui che in queste ore è stato nuovamente arrestato. Per ora gli inquirenti non fanno legami tra l’omicidio e la rissa. Ufficialmente il 67enne è stato arrestato per porto abusivo di armi. Ma l’attentato è un segnale, una firma che lascia poche interpretazioni. La firma è quella della ‘ndrangheta, ancora capace di far esplodere una macchina in un paese europeo. Proprio in quella Regione dove alle recenti elezioni Matteo Salvini è stato eletto.

“Sto parlando con Dio”

La ‘ndrina Mancuso è una delle più potenti al mondo, si estende da Vibo all’Australia sino al Canada, dalla Brianza all’Emilia Romagna. Il loro potere si basa su quello che ormai è il classico settore di guadagno della mafia calabrese: la cocaina. Ed è proprio in un vasto traffico di polvere bianca dal Sud America che la ‘ndrina Mancuso si lega alla Svizzera. Nell’inchiesta Stammer, nel gennaio 2017 vengono arrestate 42 persone, per  39 di esse, pochi giorni fa, sono stati chiesti in primo grado complessivamente 338 anni di reclusione per il reato di narcotraffico internazionale. A finire nelle maglie della giustizia in quest’operazione c’era anche S. Minotti, 63 anni, di Bellinzona, che si era recato a Medellìn per prendere parte ad alcuni incontri con i narcos colombiani al fine di acquistare 8 mila chili di coca. Lui secondo i parenti è deceduto in Repubblica Dominicana, dove viveva, per gli inquirenti è invece latitante. «Appena torno qui vado a parlare con la massima autorità locale, protetta da 300 persone (…) qui stiamo trattando con il Dio», aveva riferito il ticinese al suo contatto calabrese. “Dio” era Jaime Eduardo Cano Sucerquia, detto «Jota Jota», potente narcotrafficante colombiano. In quell’occasione il business sfumò a causa dell’intervento delle forze dell’ordine italiane e statunitensi. La droga avrebbe potuto fruttare secondo gli inquirenti un miliardo e 700 mila euro.

“Sponsor di bocce a Bellinzona”

I legami della cosca Mancuso si estendono alla Svizzera anche per altri casi. È infatti a Chiasso che nel 2015 a R. Bevilacqua, figlio del più noto Ferruccio, boss di Vibo Valentia vicino ai Mancuso che vengono trovate tre società fittizie create con l’intento di riciclare i soldi del clan. Entrambi vengono arrestati nell’inchiesta Hydra e accusati di essere gli usurai dell’organizzazione. A finire in manette all’epoca anche l’ex capogruppo dell’Italia dei Valori della Regione Lazio Vincenzo Maruccio. Con loro finisce dietro le sbarre anche A. Bordogna, residente assieme a Bevilacqua in un appartamento usato come pied-à-terre a Seseglio. 

A loro due erano intestate le tre aziende ticinesi attive nel campo dell’edilizia e delle costruzioni. Di queste l’unica traccia che rimaneva poco dopo l’arresto erano delle bucalettere inutilizzate in Corso San Gottardo. In quell’occasione a colpire gli inquirenti fu una frase, all’apparenza insignificante, ma che lascia presagire la volontà delle cosche di inserirsi nel tessuto sociale. “Siamo anche sponsor di una società di bocce di Bellinzona” diceva intercettato Bordogna. Sugli sviluppi dell’inchiesta da parte elvetica, la procura federale si era trincerata dietro al più classico “no comment”.

Nuovi importanti arresti

Ma ieri è stata una giornata importante per il lungo e sottile filo che lega la Calabria alla Svizzera. In manette sono finiti due imprenditori già indagati dell’operazione “Martingala” tra loro M. Surace. Lui ha fatto “confluire in Ticino – si legge nelle carte dell’inchiesta in nostro possesso – i proventi  di una ingente truffa ai danni dello Stato, derivanti da un sostanzioso premio assicurativo”. I due “avevano chiesto ed ottenuto i soldi poi depositati presso un conto bancario elvetico”. L’indennizzo assicurativo, grazie ai servizi di A. Scimone, principale indagato dell’inchiesta, doveva rientrare in Italia attraverso due società slovene, ma i controlli anti-riciclaggio del paese li fecero bloccare, mandando in fumo l’affare.

In tutto ieri sono quattro gli imprenditori arresati nell’inchiesta “Monopoli” ritenuti affiliati alle cosche di ‘ndrangheta. Sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni e autoriciclaggio. Avrebbero contato sull’appoggio delle più pericolose cosche di Reggio per accumulare enormi profitti illeciti, riciclati poi in fiorenti attività commerciali. Sotto sequestro sono finite numerose aziende, centinaia di appartamenti e decine di terreni edificabili nel capoluogo, per un valore complessivo di oltre 50 milioni di euro.

M. Surace e il suo socio hanno fatto confluire nei conti elvetici circa 22 milioni di euro. I due all’epoca si sarebbero rivolti a fratelli Martino, finiti in manette nell’operazione “Rinnovamento”, che ha portato alla condanna di F. Longo e dell’ex fiduciario di Chiasso O. Camponovo, di appiccare un incendio nella loro fabbrica di acque. Con quel sostanzioso premio assicurativo e grazie al cosiddetto “sistema Scimone” (uomo di spicco dei clan), un’articolata costruzione di società fittizie e scatole cinesi, hanno permesso ai clan di tutta la provincia reggina di “lavare” centinaia di milioni di euro proventi del narcotraffico.

Mentre scrivo queste righe le indagini sulla morte di Vinci continuano serrate, a occuparsene c’è anche il pm della DDA di Catanzaro Antonio De Bernardo, colui che guidò le indagini dell’inchiesta Helvetia che sgominò la cosiddetta società di Frauenfeld. E intanto proprio in questi giorni un altro De Bernardo fa discutere il Ticino. In queste ore in piazza a Locarno centinaia di persone saccheggiano i salvagenti a forma di fenicottero dell’installazione “Apolide” di Olly De Bernardo. Quel sottile filo che collega la Calabria alla Svizzera si intreccia nuovamente, e come sempre lo fa nell’indifferenza della gente.

Una sentenza esemplare

 

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La sentenza che è giunta ieri dopo un iter tortuoso, 5 anni e 6 mesi al banchiere della ‘ndrangheta Franco Longo, e 3 anni di cui 6 mesi da espiare al suo “socio in affari”, O. Camponovo, (ex municipale di Chiasso ed ex fiduciario) è esemplare.

Lo è per due motivi. Il primo perché stabilisce di fatto che anche in Svizzera, seppur con differenze sostanziali rispetto all’Italia circa la severità della durata della pena, l’appartenenza ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso può essere punita e anche severamente. E può essere punita con il massimo della pena prevista. Il 260 ter, articolo che sanziona tale reato, prevede appunto un massimo di 5 anni. Longo oltre alla partecipazione a un’organizzazione criminale è stato riconosciuto colpevole di riciclaggio semplice e inganno delle autorità.

A breve, dopo un lungo iter di modifica, la legge contro le organizzazioni mafiose terroristiche potrebbe essere modificata, e dovrebbe portare la pena massima a un inasprimento di 10 anni di carcere per il sostegno o la partecipazione ad un’organizzazione criminale, e sino a 20 per i capi dell’organizzazione. Una legge attesa che significa “pugno duro” contro il crimine organizzato. Ma a cui devono seguire inchieste, lavori di intelligence, analisi e studi dei fenomeni criminali.

In secondo luogo, questa sentenza rimane un monito, una pietra miliare, uno sparti acque di riferimento per la lotta alla mala-finanza in Ticino. Potrebbe essere vista come il classico detto: “punirne uno per educarne mille”. Forse non sarà così, ma il segnale lanciato dal Tribunale penale federale è forte: “anche il settore fiduciario non è esente da responsabilità e colpe”.

Non si era mai vista negli ultimi anni una sanzione così dura per un operatore del settore fiduciario o bancario. Un settore ancora oggi a rischio collusione. Poco controllato, scivoloso, auto-regolamentato. Camponovo è stato condannato per riciclaggio di denaro aggravato, ripetuta falsità in documenti, ripetuto inganno nei confronti delle autorità. Dei reati pesanti per una personalità che in passato aveva rivestito incarichi pubblici. Il Tribunale ha sancito che  ha aiutato Longo a riciclare milioni di provenienza criminosa. Tra le altre cose, i due, in società con i fratelli Martino, esponenti della cosca dei Libri-De Stefano-Tegano già condannati in Italia in secondo grado, avevano comprato un palazzo davanti alla Stazione FFS di Chiasso, per un valore di 3 milioni 300 mila franchi, sotto il quale – caso vuole – vi erano anche dei caveaux bancari.

Ora gli imputati possono fare ricorso ed andare sino al Tribunale federale di Losanna, seconda ed ultima istanza in Svizzera. Tribunale però che per sua natura non entrerà in materia in un nuovo dibattimento. Ma si limiterà a verificare se le procedure giudiziarie sono state fatte secondo i crismi della legge, il che potrebbe significare una convalida delle pene per entrambi. E questo potrebbe mettere la parola fine ad un processo esemplare per la giustizia del nostro Paese.

Per le strade di Parigi

CB2078CA-C43D-4328-9A5F-E6579C4A0FC7.jpegEssere qui a Parigi due anni dopo, è come rivivere addosso quei momenti. Alle 21.21 la prima esplosione allo stadio Saint-Denis. Dopo 4 minuti la prima sparatoria nei pressi dei due bar Le Carillon e Le Petit Cambodge, su Rue Bichat, uno in faccia all’altro. Quattro terroristi sparano all’impazzata. Fanno 13 morti e decine di feriti. Gli attacchi continuano ma è solo alle 21.48 che si consuma la tragedia del Bataclan. La situazione di allerta finisce tardi, a terra finiranno prive di vita trivellate dai colpi degli AK47 130 persone. Un’allerta però mai sopita del tutto.

Oggi la Francia si muove, ma si muove con passo titubante. La polizia è ovunque, i militari con i mitra presidiano la strada, i CRS, les Corps Republican de securité, scrutano ogni mossa dei passanti.

Un esempio di questo stato di cose, è quando io e il mio compagno di viaggio  stiamo camminando in una strada discosta di Calais. Siamo vicino alle “Nuove Giungle”, piccoli accampamenti illegali di migranti nascosti nei boschi, tra alcuni magazzini. All’improvviso una camionetta si ferma davanti a noi:
“Attendete lì” ci dice il poliziotto che scende dal mezzo irrequieto.
“Certo, ha bisogno?” Chiedo.
“Dovete aspettare che il treno sia passato”. È una chiara scusa per controllarci: “favorite i documenti”.
“Certo, ecco io sono giornalista” gli dico mostrando la mia tessera. La faccia del suo collega cambia, mi analizza. “Non sono qui per lavoro, solo curiosità”, spiego.
Un altro agente sogghigna, ha sguardo di sfida. È un uomo robusto, un metro e 80 di altezza, sulla quarantina, testa rasata, in mano una bomboletta spray, grande, molto grande, forse gas lacrimogeno. Potrebbe usarla contro di noi? Mi chiedo tra me e me. Di sicuro l’impatto è intimidatorio e non lascia indifferenti.
Il treno passa, dopo i controlli di rito ci lasciano andare. Noi ci guardiamo inebetiti e un po’ scossi. Alla fine che abbiamo fatto? Stavamo semplicemente camminando a pochi passi da un accampamento precario di migranti.

Questa però è la Francia di oggi, sotto scacco. Che si muove, ma con passo felpato. Le cicatrici sono ovunque e le sirene danno poca tregua. Ogni scusa è buona per controllare e la reazione dello Stato in questa guerra assimmetrica è difficile da pianificare. In tutto secondo le cifre di luglio del ministero degli Interni, in Francia sono 15 mila i “fichier S”, persone sotto controllo perché legate in qualche modo al radicalismo islamico.

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Di pochi giorni fa l’operazione a cavallo tra Svizzera e Francia che ha portato all’arresto di 8 persone. Tra loro un 27enne svizzero, sedicente Imam, radicalizzato sul web dal 2014, e la sua compagna una 23enne colombiana. Abitava nel Canton Neuchâtel a St-Aubin-Sauges e gli inquirenti stanno indagando per capire i progetti della cellula terroristica. I loro discorsi su Telegram hanno accelerato l’operazione. A destare dubbi, tra le altre cose, l’iscrizione al canale criptato Ansar At-Tawhid, dove sono iscritte 400 persone tra cui anche gli assassini di padre Amel, sgozzato a Saint-Etienne-du-Rouvray (Seine-Maritime) l’estate del 2016.
Cosa progettavano è ancora presto dirlo, le indagini lo chiariranno. Certo è che oggi il paese si sforza a dormire sonni tranquilli.

Per le strade di Parigi la gente cammina in gran numero, come sempre nella propria quotidianità. Certi indifferenti, altri sorridenti o pensierosi. Colpiscono ancora le mescolanze tra culture, qui la multiculturalità nonostante tutto vince ancora, un crogiolo di lingue e etnie. Ma la gente non dimentica e la paura quella non può vincere, mai!

 

La fabbrica del consenso web

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Viene chiamata la “click farm”, la fabbrica dei click. Una vera e propria industria per produrre like, condivisioni e ri-tweet fasulli sui social: sia Facebook che Twitter, ma anche Instagram.
L’immagine in alto mostra una muraglia gigante costituita da oltre 10.000 telefoni cellulari tutti collegati ad altri pc che si connettono alla rete. L’articolo del Mirror corredato da un video fatto da un cittadino russo sarebbe stato girato in uno stabile in Cina. Nell’edificio ci sono altre stanze piene di migliaia di cellulari che servono al medesimo scopo. È qui che aziende, cantanti, media e chicchessia, possono crearsi la propria reputazione online.
La questione dei falsi like o dei bot è emersa già da tempo. Sia Facebook che Twitter hanno cercato da alcuni anni di risolvere il problema, non con poche fatiche. A partire da marzo 2015, i sistemi di “polizia virtuale” del social di Zuckerberg non danno tregua ai falsi profili e a coloro che li creano, e centinaia di migliaia di account inattivi sono stati automaticamente cancellati. Anche se però molti rimangono attivi tutt’ora. Basta andare su Google e cercare: “comprare mi piace su Facebook”, per trovare pagine e pagine di aziende che offrono questo servizio. In certi siti, si può partire da un minimo di 2 dollari per 100 like, oppure 10 dollari per 500 like. Con 1.000 dollari se ne possono ottenere sino 100 mila. Il pagamento viene effettuato semplicemente con PayPal. Già nel 2014 un dettagliato articolo del sito italiano linkiesta aveva messo a fuoco il grande business. Citando il Guardian, mostrava come il fenomeno delle “click farm” era soprattutto localizzato a Dhaka, capitale del Bangladesh, centro mondiale della delocalizzazione dei like. Li venivano utilizzati migliaia e migliaia di lavoratori sottopagati il cui unico compito era quello di cliccare manualmente su tutta una serie di banner che scorrevano ininterrottamente sotto i loro occhi.
Non sempre però la strategia di comprare like funziona. Infatti come ha svelato il sito AdEspresso le pagine vere sono vive, ogni post è visto da molti utenti che generano like e traffico. Le pagine con gli utenti falsi, invece, non hanno commenti (pari quasi a zero), né condivisioni, e neppure un “mi piace” per ogni post.

I metodi del doping online

Il doping sui social si fa anche in altre maniere. In un interessantissimo articolo della giornalista de La Stampa ed esperta di cybercrime Carola Frediani si spiega quali sono i metodi utilizzati per il consenso online:

“Sono tre i modi principali con cui si possono usare bot o più in generale dei sistemi automatizzati sui social a fini di marketing, politico o meno. Il primo si basa su bot elementari, che svolgono alcune funzioni, ad esempio rispondono in automatico con un tweet a una parola, un hashtag e via dicendo.
Il secondo è orchestrato con sistemi che controllano reti di account reali, ceduti dai proprietari. “Ti arruoli volontariamente in una rete controllata da un altro e il tuo account condividerà in automatico una serie di contenuti”, spiega a La Stampa Matteo Flora, ad di The Fool, società che si occupa di reputation online. “È quanto avvenuto tempo fa con un’applicazione realizzata dalla Lega Nord”. E a dire il vero è una modalità usata anche dall’attivismo di base di vari colori, ad esempio in Italia è stato adottato in concomitanza di alcune manifestazioni da militanti di alcuni centri sociali.
La terza forma è invece la più sporca: “usi utenti finti attaccati a un sistema centralizzato, e gli fai fare tweet a intervalli regolari”, continua Flora, che aggiunge. “Quello su cui si vuole agire in questo modo è la percezione del consenso”.”

Sulla rilevanza politica dei social bot e sulle possibili manipolazioni delle discussioni politiche e dei trend sui social network, sono molti i paesi a preoccuparsi. Nella vicina penisola ci sono stati dubbi durante la recente campagna elettorale del referendum costituzionale, dove il Movimento 5 Stelle, il cui sistema operativo “Rousseau” è gestito dalla Casaleggio Associati (ditta attiva nella consulenza di strategie digitali che possiede svariati server e snodi internet in tutta Italia) ha orchestrato vere e proprie opere di manipolazione online che si mescolano a fake news. I membri  di Rousseau sono oltre 140 mila e contribuiscono alla creazione o modifica di proposte di legge. “Un sistema bottom-up in cui i cittadini possano proporre direttamente leggi che verranno portate in Parlamento” ha detto Davide Casaleggio, figlio dell’ideatore del M5S e amico di Beppe Grillo, Gianroberto. Di fatto però per entrare a far parte della rete 5 stelle un membro deve fornire una dettagliata mole di dati personali. Dati che andranno poi nelle mani della Casaleggio Associati che potrà beneficiarne a proprio uso e consumo. Anche il movimento di Salvini, grazie l’App della Lega nord, è molto attivo con queste strategie di marketing online “occulto” ed ha contributo al “tam tam” mediatico contro il referendum sostenuto da Renzi.
“In Italia – ha dichiarato Renato Gabriele, del collettivo Gilda35, sempre a La Stampa – esistono varie “botnet” politiche e non sono isolate, spesso si sommano o sovrappongono in una comunanza di interessi. A volte sono usate in grappoli distinti giorno per giorno in modo che non si notino sempre gli stessi account”. A questo si aggiungono anche veri e propri gruppi Telegram o Facebook, dove i membri su invito condividono alcuni post di politici o giornalisti vicini ai partiti in questione. Un sistema win-win dove l’utente web produttore di contenuti, sostenuto da uno gruppo politico, beneficia dei suoi like; a sua volta il gruppo politico veicola le proprie idee e ideologie grazie all’utente web dotato nella maggior parte delle volte  di una legittimità creata con la forza della rete.

Il problema ancora poco conosciuto non è confinato però solo all’Italia, ma riguarda molti altri paesi occidentali. Ad essere preoccupata è ora anche la Germania in vista delle elezioni di settembre, sono sempre più i casi di fake news e attacchi diretti alla Merkel o al cosiddetto “establishment” per favorire movimenti perlopiù populisti e anti-europeisti. Per non considerare naturalmente quello che è avvenuto negli USA con l’hackeraggio alla Clinton e alle intrusioni nella campagna elettorale di cui abbiamo parlato qui. Neppure la Francia è esente da tali attacchi, ad esempio con il maxi-hackeraggio ad opera, si presume, degli stessi hacker russi attivi negli States, i quali hanno trafugato il giorno prima dell’elezione migliaia di giga-byte privati dalle mail del neo eletto presidente Macron. Come abbiamo scritto in questo blog si è assistito a una diffusione in poche ore ad opera di ambienti  vicini alla estrema destra americana, in seguito veicolati da lepenisti francesi. Gruppi molto attivi nel web dove esercitano le proprie influenze. Strategie e metodi questi purtroppo utilizzati anche nel nostro piccolo ma ricco territorio ticinese.

qui si trovano gli account svelati dal collettivo Gilda35 che hanno gonfiato alcuni post di Salvini.

qui invece come vengono utilizzate le botnet leghiste.

Quel vento gelido che ci soffia addosso

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“La gestione del Centro migranti di Isola Capo Rizzuto, ha mostrato uno spaccato raccapricciante, sul piano umano dispiace aver visto filmati e ascoltato intercettazioni dove si spiega come su mille rifugiati potevano mangiare cinquecento o quattrocento-cinquanta. Il cibo non bastava per tutti e spesso era un cibo che si da ai maiali”. Queste sono le parole scioccanti del Procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri, da anni in prima linea nella lotta alle organizzazioni criminali. Oggi nell’operazione Jonny sono state arrestate in Calabria 68 persone legate alla cosca Arena che gestivano il Centro Cara di Sant’Anna, e i soldi oltre ad ingrassare il clan venivano riciclati anche in Svizzera. È così che i milioni di euro guadagnati lucrando sulla miseria, servivano a comprare teatri, cinema, macchine di lusso e barche. E parte di essi circola su suolo elvetico. Tra i fermati c’è infatti anche il prete Edoardo Scordio. È lui il ponte con il Ticino. Suo fratello è un parrucchiere di Lugano.

Secondo quanto si legge nel provvedimento di fermo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda), citato dall’Agenzia telegrafica svizzera, il parroco avrebbe avuto «la capacità di riciclare il danaro in Svizzera per il tramite di un fratello ivi dimorante». Uno dei collaboratori di giustizia ha sostenuto di aver saputo che «della confraternita della Misericordia di Isola sono “usciti” molti capitali per contanti che sono stati consegnati al fratello del prete, che a sua volta li ha depositati in conti svizzeri».

Oltre a ciò, il sacerdote sarebbe riuscito a ottenere da esponenti delle forze dell’ordine notizie sulle indagini in corso. Nelle intercettazioni avvenute in una “barberia” emerge come don Scordio «non solo ha ricevuto da parte di sicuri ‘infedeli’ operatori di polizia giudiziaria l’informazione che il locale era monitorato ma ha addirittura preteso, da parte di qualche carabiniere, l’ostensione delle registrazioni per catechizzare i dipendenti e/o i collaboratori della Misericordia che sparlavano di lui».

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Il business, ha detto il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto, ha permesso di distrarre 32 milioni di euro sui 100 erogati dallo Stato derivanti da fondi UE dal 2006 al 2015 per la gestione della struttura. Proprio Don Scordio, indicato come gestore occulto della Misericordia, sarebbe stato l’organizzatore del sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all’emergenza profughi, riuscendo ad aggregare le capacità criminali del clan con imprenditori contigui.

Sentito da tio.ch il fratello del parrocco nega i fatti.  «È vero, mio fratello veniva a trovarmi a Lugano in occasione dei suoi viaggi nel nord Italia: l’ultima volta, due anni fa. Ma non mi ha mai consegnato dei soldi, come sostengono i giornali» afferma il 69enne. “Voci di paese” – spiega l’uomo – che non arrestano l’indignazione, una nuova indignazione che ci tocca da vicino e non può lasciare silenti.

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Cara Sant’Anna – Isola Capo Rizzuto

I reati contestati ai 68 fermati e ai 16 indagati non si limitano al centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto. Il provvedimento di fermo conta almeno 150 pagine di capi di imputazione. Ci sono molteplici altri aspetti riguardo all’indagine “Jonny”: dalle estorsioni all’aspetto dei giochi on line, tramite una società maltese che riesce a gestire i giochi on line per milioni di euro. Il primo marzo scorso venne sequestrato il parco eolico più grande d’Europa, “Wind farm” di Isola di Capo Rizzuto considerato fra i più importanti del continente per estensione e potenza erogata ed era nelle solide mani degli Arena. In tutto i beni sequestrati valgono 350 milioni di euro. “La cosca Arena è tra le più agguerrite, una famiglia che in modo costante ha dominato il respiro sociale ed economico del territorio”, aveva detto Nicola Gratteri al Fatto Quotidiano.

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Funzionario del Comune di Isola Capo Rizzuto, Pasquale Arena è ritenuto il gestore occulto degli affari della cosca, l’uomo che curava gli interessi economici della famiglia e che era riuscito, attraverso una fitta rete di società tedesche, svizzere e della Repubblica di San Marino, a far entrare la famiglia mafiosa nel business delle energie rinnovabili. Le società estere, infatti, detenevano formalmente le quote sociali di altre tre società con sede a Crotone e Isola. Un sistema di scatole cinesi che ha consentito di ottenere le autorizzazioni da parte degli enti locali e di realizzare e avviare, per conto della cosca, il parco eolico. L’operazione è chiamata “l’Isola del Vento”, un vento freddo che soffia su tutti noi.

Chi c’è dietro l’attacco hacker a Macron?

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Il silenzio elettorale francese questa notte è stato bruscamente rotto da un frastuono venuto dal web. In tutto sono stati trafugati dati privati per 9 gigabyte dai server e dalle mail del candidato alle presidenziali francesi del movimento “En marche” Emmanuel Macron. Ma chi c’è dietro questo violento hackeraggio?

Il ricercatore e giornalista Nicolas Vanderbiest analizzando la rete ha potuto mostrare che i nodi di diffusione della notizia e l’architettura di quanto accaduto, è stata molto simile alla propagazione della “fake news” diffusa mercoledì secondo cui Macron possederebbe conti offshore alle Bahamas.

Al sito d’inchiesta francese Mediapart, il ricercatore belga ha dichiarato che “la somiglianza tra i due casi è piuttosto sorprendente e sono stati lanciati dallo stesso sito americano. Tutto prende piede dall’account di @JackPosobiec ed immediatamente viene ripreso dal gestore della propaganda digitale del Front Nation. Poi a diffondere la notizia nel web sono altri account del FN, seguiti da quelli della comunità russofila pro-Trump, come ad esempio @Messmer o @KimJongUnique, sino ad arrivare al più noto WikiLeaks”.

Quella che Vanderbiest chiama “Operazione piede di porco” inizia venerdì alle 20:35 ora francese, nel misterioso forum  “Politicamente scorretto” del sito americano 4chan. A questi siti si possono trovare tutti i file da scaricare, postati sul blog da un anonimo

https://pastebin.com/bUJKFpH1

http://archive.is/eQtrm

Come possiamo leggere nel suo post, il blogger scrive: “In questo pastebin sono postati collegamenti a torrent di e-mail tra Macron, la sua squadra e altri funzionari, politici, nonché documenti e foto originali. Questi sono mi stati trasmessi quest’oggi, così adesso li rigiro al popolo. Il leaks è massiccio e viene rilasciato nella speranza che il motore di ricerca umano qui potrà iniziare a sfogliare i contenuti e capire esattamente quello che abbiamo sottomano”.

Il sito 4chan è un blog noto del dibattito americano ed è conosciuto per il supporto a Donald Trump, e per ospitare sostenitori di estrema destra o della Russia di Putin. Proprio qui erano state divulgate le voci sulla vita privata di Emmanuel Macron, e la news dei conti alle Bahamas che Marine Le Pen ha ripreso durante il dibattito televisivo mercoledì. Anche nel caso di questa voce tutto si basava su un documento caricato su 4chan, che poi si è rivelato una grossolana falsificazione, come riferisce il sito Numerama.

Il lancio della news è stato fatto alle sette di martedì sera su uno dei forum di 4chan quando, come spiega Il Sole24ore, compare un messaggio proveniente da una fonte anonima della Lettonia in cui si accusa Macron – «documenti alla mano» – di aver costruito un sofisticato sistema di conti offshore per evadere le tasse. I documenti – compreso quello con la supposta firma del candidato centrista alle presidenziali – sono ovviamente dei falsi. Nonostante ciò, alle 19 e 12 la “notizia” è ripresa, sul suo account Twitter, da tale Nathan Damigo, probabilmente americano, a suo tempo attivo nella campagna pro-Donald Trump e vicino, in Francia, agli ambienti dell’estrema destra di Génération Identitaire.
Poi viene rilanciata dal sito americano DisbedientMedia, che pure aveva sostenuto Trump, e da numerosi account Twitter di gente vicina al neo-presidente americano.
In pochi minuti attraversa l’Atlantico e la si ritrova ripresa da 213 account francesi (o francofoni) noti per essere la cinghia di trasmissione agli articoli dei media russi Russia Today e Sputnik (media internazionali finanziati dal Cremlino). Fino ad arrivare,, nello studio televisivo del dibattito tra i due finalisti delle presidenziali francesi.

Le similitudini sono molte. Infatti tornando all’hackeraggio di ieri, come spiega anche il Corriere della Sera, il lancio dell’hashtag #MacronLeaks è appunto di Jack Posobiec, capo dell’ufficio di Washington di un oscuro sito di destra, “The Rebel media”. Nel 2016 era il direttore dei progetti speciali di “Cittadini per Trump”, la più grande organizzazione a sostegno dell’allora candidato alle presidenziali Usa, Donald Trump .

L’hashtag #MacronLeaks ha raggiunto i 47’000 tweet in tre ore e mezza. Il primo tweet è stato retwittato 15 volte nel primo minuto, e 87 volte nei primi cinque. Sembra grazie all’utilizzo di bot automatici i quali hanno diffuso la notizia, amplificandola notevolmente. Otto minuti dopo il tweet di Posobiec, un altro tweet con l’hashtag #MacronLeaks è stato diffuso dall’account di William Craddick, altro influente membro della propaganda della alt right americana. Come spiega le Parisien, dopo quasi un’ora e mezza che Posobiec ha twittato la notizia è stata ripresa da account nazionalisti francesi vicini al FN. Secondo uno studio del Digital Forensic Research lab di Washington, i dieci più influenti account che hanno usato l’hasthtag #macronleaks hanno postato più di 1’300 tweet in tre ore, ciò che lascia presagire all’evidente segno di bot automatici. Ad esempio l’account @dontreanonmemes ha fatto 150 tweet all’ora sul tema. Ma il colpo di grazia lo ha dato la ripresa di Wikileaks, infatti la notizia sul suo account è stata retwittata oltre 2’000 volte.

Ma questo non è il solo tentativo di destabilizzazione la campagna elettorale francese. Secondo alcuni esperti sentiti da Agence France-Presse dietro potrebbero esserci gli stessi gruppi di hacker russi, già balzati agli onori della cronaca per gli attacchi a Hillary Clinton, nella recente campagna elettorale americana. Non è infatti l’unico caso di hackeraggio contro il candidato di “En Marche”. Il 25 aprile scorso, una relazione dell’impresa di sicurezza informatica giapponese Trend Micro ha attribuito al russo Pawn storm, noto anche con i nomi Fancy Bears, Tsar Team o APT28, un tentativo di phishing su larga scala contro la campagna di Macron. Lo stesso gruppo russo, sospettato di stretti legami con i servizi di sicurezza russi, accusato di aver colpito i democratici statunitensi.

Come nel caso degli Stati Uniti, anche in questo tipo di attacco, non sono richiesti mezzi sofisticati. Gli hacker possono sfruttare falle di sicurezza nei software, tramite dei cosiddetti cavalli di troia (trojan) o malware che possono essere aperti ad esempio durante un aggiornamento o cliccando su di un link mandato via mail. Infatti il principio di phishing, un processo classico nell’arsenale degli hacker, è quello di inviare un gran numero di messaggi di posta elettronica falsi spesso contenenti allegati infetti, sperando che all’altra estremità un visitatore distratto faccia clic su di esso, creando così una breccia nel sistema. Gli esperti pensano che anche in questo caso la modalità sia la medesima. E dopo i vari tentativi, i pirati del web sono riusciti a colpire Macron a un giorno dal voto per il prossimo presidente della Francia. Ormai la guerra si fa anche sulle onde della rete.

Volo solo andata: Vallese-Fiumicino

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Leo Caridi non è una criminale qualunque, ma un boss. Soprannominato “Lillo”, il 57enne, è esponente di vertice della omonima cosca mafiosa operante nei quartieri San Giorgio e Boschicello di Reggio Calabria. Oggi si è conclusa la sua latitanza svizzera con il termine delle procedure di estradizione. È stato consegnato alle autorità italiane questa mattina all’aeroporto di Roma-Fiumicino, proveniente da Ginevra.
Caridi la prima volta è stato arrestato nel  dicembre 2011 e dopo tre anni di custodia cautelare nelle carceri italiane, una sentenza del Tribunale del Riesame ne aveva disposto la scarcerazione. Dopo poco però si era dato alla macchia. Formalmente era latitante dal 6 dicembre 2014, ovvero dal giorno in cui si era sottratto all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere quando il Tribunale di Reggio Calabria lo ha condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per associazione mafiosa (sentenza poi confermata in secondo grado il 22 novembre scorso). Caridi si era rifugiato in Vallese, cantone dove risiedevano due altri esponenti delle cosche estradati l’anno passato. Padre e figlio Nucera.
Le indagini degli inquirenti italiani avevano consentito di individuarlo a Ried Brig dove la Polizia elvetica, lo scorso 3 agosto 2016, lo aveva arrestato. Dopo il classico iter burocratico è stato dunque consegnato alle autorità italiane. In Svizzera era a beneficio di un regolare permesso B. Lavorava secondo nostre informazioni in un bar/pasticceria dell’Alto Vallese. Un cantone questo sempre più soggetto alle infiltrazioni.
Le informazioni dell’intelligence italiana già da tempo hanno fatto emergere che tra le provincie di Verbano-Cusio-Ossola e il Vallese ci sono cellule di ‘ndrangheta ormai radicate dagli anni ’60 e che opererebbero per conto delle cosche madri. Proprio a Visp e Briga, appunto, erano stati rintracciati altri componenti del gruppo familiare dei Nucera ossatura centrale della struttura criminale condofurese. Antonio Nucera aveva aperto diversi rapporti bancari con istituti di credito elvetici, tracciati come sospetti dalle istituzioni antiriciclaggio della Confederazione.
Ma poi ci sono gli appalti. Le mani delle cosche sono arrivate sino ai cantieri stradali: ad esempio nella costruzione del tunnel d’Eyholz, il risanamento della autostrada A9 e la costruzione di un ponte vicino a Niedergesteln. Un’inchiesta aveva portato all’arresto di due funzionari dell’Ufficio federale delle strade e di un imprenditore calabrese. Erano accusati di corruzione attiva e passiva in merito all’assegnazione di un appalto del valore di 35 milioni di franchi per la ristrutturazione delle galleria della “Casermetta” sulla strada del Sempione. Stanno ancora attendendo un procedimento.
Il Vallese è teatro in queste settimane anche dello scandalo che ha coinvolto la procura di Aosta, il capo procuratore Longarini è stato arrestato il 31 gennaio con le accusa di induzione indebita e favoreggiamento. Avrebbe spifferato notizie secretate a un suo amico tale Gerardo C. Imprenditore attivo nel nord Italia e anche in Vallese. Lui sarebbe in buone relazioni con G. Nirta, condannato a 7 anni e 8 mesi per mafia e poi uscito dal carcere per una questione procedurale nel 2014. I due erano sotto stretta osservazione delle autorità italiane, ma quando sono stati informati dal capo procuratore la loro relazione si era interrotta. Nirta aveva nascosto nelle banche svizzere un milione di franchi, cifre provento dal traffico di cocaina dalla Colombia. Una bomba giuridica questa che è esplosa al di là della frontiera e la Svizzera rimane ancora silente. Attendendo che qualcuno se ne accorga.
Noi ne avevamo parlato qui