La fabbrica del consenso web

cina

Viene chiamata la “click farm”, la fabbrica dei click. Una vera e propria industria per produrre like, condivisioni e ri-tweet fasulli sui social: sia Facebook che Twitter, ma anche Instagram.
L’immagine in alto mostra una muraglia gigante costituita da oltre 10.000 telefoni cellulari tutti collegati ad altri pc che si connettono alla rete. L’articolo del Mirror corredato da un video fatto da un cittadino russo sarebbe stato girato in uno stabile in Cina. Nell’edificio ci sono altre stanze piene di migliaia di cellulari che servono al medesimo scopo. È qui che aziende, cantanti, media e chicchessia, possono crearsi la propria reputazione online.
La questione dei falsi like o dei bot è emersa già da tempo. Sia Facebook che Twitter hanno cercato da alcuni anni di risolvere il problema, non con poche fatiche. A partire da marzo 2015, i sistemi di “polizia virtuale” del social di Zuckerberg non danno tregua ai falsi profili e a coloro che li creano, e centinaia di migliaia di account inattivi sono stati automaticamente cancellati. Anche se però molti rimangono attivi tutt’ora. Basta andare su Google e cercare: “comprare mi piace su Facebook”, per trovare pagine e pagine di aziende che offrono questo servizio. In certi siti, si può partire da un minimo di 2 dollari per 100 like, oppure 10 dollari per 500 like. Con 1.000 dollari se ne possono ottenere sino 100 mila. Il pagamento viene effettuato semplicemente con PayPal. Già nel 2014 un dettagliato articolo del sito italiano linkiesta aveva messo a fuoco il grande business. Citando il Guardian, mostrava come il fenomeno delle “click farm” era soprattutto localizzato a Dhaka, capitale del Bangladesh, centro mondiale della delocalizzazione dei like. Li venivano utilizzati migliaia e migliaia di lavoratori sottopagati il cui unico compito era quello di cliccare manualmente su tutta una serie di banner che scorrevano ininterrottamente sotto i loro occhi.
Non sempre però la strategia di comprare like funziona. Infatti come ha svelato il sito AdEspresso le pagine vere sono vive, ogni post è visto da molti utenti che generano like e traffico. Le pagine con gli utenti falsi, invece, non hanno commenti (pari quasi a zero), né condivisioni, e neppure un “mi piace” per ogni post.

I metodi del doping online

Il doping sui social si fa anche in altre maniere. In un interessantissimo articolo della giornalista de La Stampa ed esperta di cybercrime Carola Frediani si spiega quali sono i metodi utilizzati per il consenso online:

“Sono tre i modi principali con cui si possono usare bot o più in generale dei sistemi automatizzati sui social a fini di marketing, politico o meno. Il primo si basa su bot elementari, che svolgono alcune funzioni, ad esempio rispondono in automatico con un tweet a una parola, un hashtag e via dicendo.
Il secondo è orchestrato con sistemi che controllano reti di account reali, ceduti dai proprietari. “Ti arruoli volontariamente in una rete controllata da un altro e il tuo account condividerà in automatico una serie di contenuti”, spiega a La Stampa Matteo Flora, ad di The Fool, società che si occupa di reputation online. “È quanto avvenuto tempo fa con un’applicazione realizzata dalla Lega Nord”. E a dire il vero è una modalità usata anche dall’attivismo di base di vari colori, ad esempio in Italia è stato adottato in concomitanza di alcune manifestazioni da militanti di alcuni centri sociali.
La terza forma è invece la più sporca: “usi utenti finti attaccati a un sistema centralizzato, e gli fai fare tweet a intervalli regolari”, continua Flora, che aggiunge. “Quello su cui si vuole agire in questo modo è la percezione del consenso”.”

Sulla rilevanza politica dei social bot e sulle possibili manipolazioni delle discussioni politiche e dei trend sui social network, sono molti i paesi a preoccuparsi. Nella vicina penisola ci sono stati dubbi durante la recente campagna elettorale del referendum costituzionale, dove il Movimento 5 Stelle, il cui sistema operativo “Rousseau” è gestito dalla Casaleggio Associati (ditta attiva nella consulenza di strategie digitali che possiede svariati server e snodi internet in tutta Italia) ha orchestrato vere e proprie opere di manipolazione online che si mescolano a fake news. I membri  di Rousseau sono oltre 140 mila e contribuiscono alla creazione o modifica di proposte di legge. “Un sistema bottom-up in cui i cittadini possano proporre direttamente leggi che verranno portate in Parlamento” ha detto Davide Casaleggio, figlio dell’ideatore del M5S e amico di Beppe Grillo, Gianroberto. Di fatto però per entrare a far parte della rete 5 stelle un membro deve fornire una dettagliata mole di dati personali. Dati che andranno poi nelle mani della Casaleggio Associati che potrà beneficiarne a proprio uso e consumo. Anche il movimento di Salvini, grazie l’App della Lega nord, è molto attivo con queste strategie di marketing online “occulto” ed ha contributo al “tam tam” mediatico contro il referendum sostenuto da Renzi.
“In Italia – ha dichiarato Renato Gabriele, del collettivo Gilda35, sempre a La Stampa – esistono varie “botnet” politiche e non sono isolate, spesso si sommano o sovrappongono in una comunanza di interessi. A volte sono usate in grappoli distinti giorno per giorno in modo che non si notino sempre gli stessi account”. A questo si aggiungono anche veri e propri gruppi Telegram o Facebook, dove i membri su invito condividono alcuni post di politici o giornalisti vicini ai partiti in questione. Un sistema win-win dove l’utente web produttore di contenuti, sostenuto da uno gruppo politico, beneficia dei suoi like; a sua volta il gruppo politico veicola le proprie idee e ideologie grazie all’utente web dotato nella maggior parte delle volte  di una legittimità creata con la forza della rete.

Il problema ancora poco conosciuto non è confinato però solo all’Italia, ma riguarda molti altri paesi occidentali. Ad essere preoccupata è ora anche la Germania in vista delle elezioni di settembre, sono sempre più i casi di fake news e attacchi diretti alla Merkel o al cosiddetto “establishment” per favorire movimenti perlopiù populisti e anti-europeisti. Per non considerare naturalmente quello che è avvenuto negli USA con l’hackeraggio alla Clinton e alle intrusioni nella campagna elettorale di cui abbiamo parlato qui. Neppure la Francia è esente da tali attacchi, ad esempio con il maxi-hackeraggio ad opera, si presume, degli stessi hacker russi attivi negli States, i quali hanno trafugato il giorno prima dell’elezione migliaia di giga-byte privati dalle mail del neo eletto presidente Macron. Come abbiamo scritto in questo blog si è assistito a una diffusione in poche ore ad opera di ambienti  vicini alla estrema destra americana, in seguito veicolati da lepenisti francesi. Gruppi molto attivi nel web dove esercitano le proprie influenze. Strategie e metodi questi purtroppo utilizzati anche nel nostro piccolo ma ricco territorio ticinese.

qui si trovano gli account svelati dal collettivo Gilda35 che hanno gonfiato alcuni post di Salvini.

qui invece come vengono utilizzate le botnet leghiste.

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