‘Ndrangheta Swiss Holding

Ieri la condanna in secondo grado a 13 anni per il frontaliere delle Officine ‘ndranghetista. Dal 2010 però sono tredici le inchieste sulle organizzazioni mafiose che hanno coinvolto la Confederazione. In tutto sono state arrestate 39 persone, in vario modo, legate al nostro paese. Nel mirino soprattutto il Ticino, ma anche Grigioni, Turgovia, Zurigo San Gallo e Vallese. Tutte inchieste nate in Italia. E la Svizzera, – priva del reato di associazione mafiosa – cosa fa? Mappatura di un fenomeno criminale in espansione.

 

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(grafica: Luca Pintus)

 

Come ogni notte nel centro di Lugano non vola una mosca.  L’orologio segna le mezzanotte e mezza. Classico momento di dormiveglia che precede il sonno. La mattina dopo mi aspetta una giornata impegnativa. All’improvviso un rumore frastornante. Una sirena? Un allarme? Non capisco. Ma il fischio lacerante è continuo, senza sosta. Dopo qualche minuto decido di alzarmi. Apro la finestra, assonnato, e scopro che si tratta proprio di un allarme. È l’auto del garagista di fianco. Mi tranquillizzo, ma il rumore non smette, perfora. Che cos’è? Un furto? Un guasto? Non so, ma sono il primo a chiamare la polizia. Di lì a poco arrivano due agenti. Non sanno cosa fare. Il proprietario non risponde al telefono. Mi decido, vado in cantina e prendo una chiave inglese. Il suono non dà tregua. Dopo dieci minuti riusciamo a smontare la batteria del veicolo. Finalmente il silenzio. Tutto il vicinato timidamente si è svegliato, ma solo qualche coraggioso si affaccia al balcone e resta a guardare la scena, nell’indifferenza più totale. Torno a letto. Proprio in quel frangente penso che bisogna ascoltare l’allarme, muoversi, agire. Se si resta fermi il rumore, il crimine, continuerà all’infinito. E sarà troppo tardi.

Discrezione, riservatezza, tranquillità!

È dall’indifferenza che la mafia trae profitto, si rafforza. E lo fa soprattutto al nord Italia e all’estero dove il vettore armato non si sente, ma si annidano uomini d’affari e colletti bianchi compiacenti. La giornalista italiana Sabrina Pignedoli, minacciata da un poliziotto colluso con la ‘ndrangheta lo scorso anno per le sue inchieste in Emilia Romagna, è chiara a questo riguardo: “quando non spara, la mafia, in tutte le realtà dove si è insediata ha il bel volto dell’imprenditore di successo, rispettato e invidiato”.

La Svizzera non fa eccezione: discrezione, riservatezza e tranquillità, condite dal segreto bancario ne fanno un terreno fertile. Come spiega il rapporto Fedpol 2013: “gli investimenti delle organizzazioni mafiose in Svizzera sono in società commerciali e di servizi, in particolare nel campo finanziario ed immobiliare, nonché nel settore della gastronomia”. L’organizzazione più attiva è la ‘ndrangheta, spiega ancora la Polizia federale. “La Svizzera – si legge nel rapporto – è una meta importante per le organizzazioni mafiose che ne sfruttano la piazza finanziaria e le possibilità d’investimento e se ne servono come luogo di rifugio”. In tutto il globo si segnalano 19 ‘ndrine (cosche) in Australia, 14 in Colombia, 13 in Germania e 10 in Canada. Altre opererebbero negli Stati Uniti, Russia, Sud America, Asia e Africa. In tutto, sono oltre 60 mila gli affiliati alla ‘ndrangheta nel mondo. In Svizzera alcune stime parlano di 6-7 cosche.

‘Ndrangheta SPA: profitti più della Apple

Un fenomeno globale quello della ‘ndrangheta che più di altre associazioni criminali ha visto la sua diffusione già agli inizi del ‘900 con la migrazione italiana nel mondo. Oggi i dati finanziari dei proventi illegali sono impressionanti. Secondo l’indagine Demoskopika del marzo 2013 l’associazione criminale calabrese avrebbe un profitto, frutto della propria attività illecita (cioè traffico di droga, estorsione, usura, gioco d’azzardo, armi, prostituzione e sfruttamento dell’immigrazione) per un totale di 70 miliardi di dollari. Quasi il doppio della Apple, seconda azienda a fare più profitti nell’anno contabile 2014, con un fatturato di 39 miliardi di dollari. E più di quattro volte la Nestlé, società elvetica che ha registrato il maggiore profitto sempre nel 2014, quando registrava utili per 16 miliardi di dollari.

Attività illecite Euro
Traffico di droga 24,2 miliardi
Traffico illegale di rifiuti 19,6 miliardi
Estorsione e Usura 2,9 miliardi
Gioco d’azzardo 1,3 miliardi
Traffico armi, prostituzione, immigrazione 1 miliardo circa
Totale 53 miliardi (70 miliardi di dollari nel 2013)

L’espansione si registra nel dopo guerra, ma è soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino che le mafie approfittano della globalizzazione economica. Molti gli affari negli ex Paesi dell’URSS. Ingentissimi anche gli investimenti in Polonia, Ungheria, Romania con il controllo di case da gioco e altre attività criminose.

Il centro decisionale, nonostante questa diffusione, rimane la Calabria. L’importanza della famiglia, della grande famiglia mafiosa, la rende l’organizzazione più solida, un partner affidabile. Non esistono praticamente i pentiti che tanto hanno scosso Cosa Nostra siciliana e la Camorra napoletana. Ogni cosca ‘ndranghetista si spartisce il territorio, su cui ha il totale monopolio. Una specie di Confederazione del crimine che ha i suoi frammenti ovunque, formata da cosche con indipendenza e struttura uguale, ma che fanno capo sempre e solo alla madre calabra.

La Svizzera terreno fertile

Alle nostre latitudini i tentacoli si sentono soprattutto a sud delle Alpi, ma non solo, come vedremo più tardi. Secondo le autorità elvetiche: “la situazione in Ticino – dove in un’area relativamente piccola vivono esponenti della ’ndrangheta provenienti da zone diverse della Calabria – è più complessa rispetto al resto della Svizzera. Il Ticino va forse considerato parte della zona d’azione della ’ndrangheta dell’Italia settentrionale”. Tuttavia questa lettura viene criticata dagli esperti di sicurezza che tendono a sostenere che alcune cosche sono attive e ben radicate nel Cantone italofono già da anni.

La pressione è forte anche al di là della frontiera e lo è da parecchio tempo. A dirlo è la sentenza contro il clan Mazzaferro del 1999. A pochi chilometri da Chiasso, infatti, la città di Como sarebbe stata il “fulcro” di alcune delle attività storiche della ‘ndrangheta, come il contrabbando di sigarette e il controllo delle case da gioco, proprio per la vicinanza alla Svizzera e la presenza del Casinò di Campione d’Italia. Per quanto riguarda i traffici di droga, essi iniziarono nei primi anni Novanta, visto che precedentemente i vertici della “Locale” comasca erano contrari. Dal 1990, invece, sempre secondo la Corte d’Appello, la carica di capo società sarebbe stata detenuta da personaggi legati a questo tipo di traffici, come Rosario Saporito, Giuseppe Marcerò e Sabino Lupatelli. Secondo le stime di tre anni fa (prima della Voluntary Disclosure, amnistia italiana per il rientro di capitali), solo per quanto attiene alla provincia di Como, nelle banche ticinesi, sarebbero stati nascosti illegalmente circa 10 miliardi di euro.

Già negli anni Novanta la presenza delle organizzazioni mafiose era dunque nota nel nostro paese e lo dimostrano anche altre inchieste importanti della vicina penisola. All’epoca, non era però esclusivamente affari, ma anche armi. Enzo Ciconte – uno dei massimi esperti e studiosi del fenomeno – nel suo libro “Processo alla ‘Ndrangheta” del 1996, spiega che l’immaginario collettivo ha sempre pensato alla Confederazione elvetica come a un grande deposito di denaro. Ma la Svizzera non è solo questo. È anche il gran bazar delle armi che la legislazione elvetica permette di acquistare con facilità. Proprio gli uomini del boss Giuseppe Mazzaferro già negli anni Ottanta reperivano armi in gran quantità e di tutti i tipi. Anche il clan dei Di Giovine si riforniva sul mercato svizzero. In cambio di hashish ottenevano armi che facevano arrivare alla famiglia Seraino impegnata a Reggio Calabria nella guerra tra mafie contro i De Stefano.

Lapidaria la frase di Totò Riina quando venne processato: “Si facevano due passi e in Svizzera si acquistava quello che si voleva: mitragliatrici uzi, pistole, fucili”.

Il gruppo del boss Giuseppe Naimo di Badolato (in Calabria), importava armi dalla Svizzera in cambio di droga. Ancora nel nostro paese erano presenti uomini legati a Rocco Anello di Filadelfia (provincia di Vibo Valentia, in Calabria) e al boss Vito Tolone di Vallefiorita (sempre in Calabria) che trafficavano droga assieme e un gruppo di colombiani. Era la fine del secolo scorso. Ora i tempi sono cambiati, ma la presenza dell’organizzazione no. A supporto di questa tesi, stanno le numerose inchieste che si sono susseguite in questi ultimi anni.

Dal 2010: 13 inchieste, 39 mafiosi.

Le operazioni in Svizzera vengono da lontano. Le più famose sono “Pizza Connection”, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, un’inchiesta coordinata da Giovanni Falcone a cui collaborò anche l’allora procuratrice ticinese Carla del Ponte per la parte svizzera. Oppure “Ticinogate” conosciuta per aver incastrato il “re delle sigarette” Gerardo Cuomo. Ma che per la prima volta sancì in Svizzera la condanna di un esponente di spicco della mafia al 260ter (articolo elvetico relativo all’organizzazione criminale). Nel 2003, infatti, il cosiddetto “banchiere” della mafia, Francesco Paolo Moretti, prese 14 anni di reclusione per organizzazione criminale, infrazione aggravata alla legge sugli stupefacenti e riciclaggio. Nel 2000 quando venne arrestato Moretti furono anche sequestrati i beni in via Peri a Lugano. Oltre a ciò c’è anche il caso “Quatur” degli inizi del 2000. Un’inchiesta molto lunga e molto caotica (durata ben 12 anni per via di alcuni errori di forma negli atti dell’accusa) e che si è risolta con le condanne a sette cittadini italiani residenti in Ticino (4 nel 2011 e 3 nel 2015). Ma la procura non è riuscita ad incriminarli per appartenenza a un’organizzazione criminale, ma semplicemente per infrazione alla legge sugli stupefacenti. In questo caso si indagava sui traffici illegali di droga e armi della cosca Ferrazzo. Proprio in questi giorni si sta continuando al Tribunale penale di Bellinzona un altro filone del processo.

Questo solo l’inizio, perché oltre a tali inchieste ne sono susseguite molte altre. Dal 2010 sono ben 13 quelle che hanno toccato la Svizzera, in tutto sono 39 le persone che a vario titolo sono accusate o condannate per legami con le organizzazioni criminali mafiose che vivevano nel nostro paese. Cerchiamo qui di seguito di fornire una mappatura di quello che è successo negli ultimi cinque anni di storia giudiziaria elvetica.

Crimine e Infinito: le madri di tutte le inchieste

Nell’estate del 2010, l’Italia è sconvolta da due grandi inchieste collegate tra loro: Crimine e Infinto. La prima, portata avanti dalla procura di Reggio Calabria dal 2003, è la madre delle operazioni contro la ‘ndrangheta nella penisola e nel mondo. In tutto il globo sono 300 gli arresti. Sullo sfondo come si evince dagli atti c’è però anche la Svizzera. Nelle oltre 2000 pagine di intercettazioni figurano anche quattro persone affiliate alla “Società” di Frauenfeld nel Canton Turgovia. I quattro nel 2010 si sono recati nel frutteto di Don “Mico” Oppedisano, considerato il capo supremo della ’ndrangheta e condannato poi a 10 anni di carcere. In quel luogo loro stavano ricevendo le “doti”, una sorta di rito per riconoscere i gradi e i ruoli nell’organizzazione. È qui che per la prima volta si viene a conoscenza della presenza della cosca nel nostro Paese (di questa vicenda ne abbiamo parlato più approfonditamente in alcuni articoli scorsi).

Nell’ambito dell’inchiesta Crimine II nel maggio 2012 viene inoltre arrestato a Genova – mentre sta per imbarcarsi per la Sardegna dove avrebbe dovuto partecipare a un raduno di Harley Davidson – Donato Fratto, italiano residente nel Canton San Gallo. L’Italia aveva spiccato poco prima un mandato di cattura. Tuttavia per errori tecnici nella rogatoria non venne arrestato in Svizzera. Anche lui, arrestato e condannato in Italia, faceva parte della “Società” di Frauenfeld.

L’inchiesta Infinito invece è il filone coordinato nel 2010 al nord Italia dalla procura di Milano. 145 in questo caso gli arresti. Tra loro figurano anche due “ticinesi”. Emanuele Sangiovanni, detto “l’avvocato”, da alcuni anni residente a Savosa. Lui è il “banchiere” dell’organizzazione in Ticino, che ripuliva i soldi della ‘ndrina di Desio (in provincia di Milano) per conto della cosca dei Pensabene. L’altro è Fausto Giordano, 44enne imprenditore edile nato in Svizzera. Anche lui ha un ruolo chiave nell’organizzazione mafiosa del boss calabrese. A lui – come conferma il settimanale il Caffè – è affidata “la parte tecnica della gestione dei cantieri della ‘ndrina, per cui mette a disposizione due società edili: la Dieci mattoni Srl e la Metro quadro Srl”.

Bluecall: sui monti c’è puzza di mafia

Nel novembre 2012 l’inchiesta italiana Blue call che mira a sgominare il clan Bellocco, permette di arrestare a Carona – comune di 800 abitanti sui monti che sovrastano Lugano – Carlo Antonio Longo e la moglie. Gente per bene, alla moda, ben vestita: sempre con giacca e cravatta lui, con abiti fashion lei. Ma sotto il bell’aspetto si nasconde il crimine. Le indagini ruotano intorno alla Blue call srl, azienda specializzata nella gestione di call center, con centro direttivo a Cernusco sul Naviglio in Lombardia e sedi operative in tutta Italia, anche in Calabria naturalmente. Longo in Ticino aveva acquistato case e terreni, aveva anche messo in piedi una società, la Helvicorp Realinvest, per riciclare i soldi della malavita calabrese. Una volta un imprenditore italiano venne massacrato di botte dopodiché, con il coltello puntato alla gola, cedette tutte le sue quote a una società preparata ad hoc dalla ‘ndrangheta. Longo venne condannato a 10 anni di carcere in Italia.

Helvetia I e II: cosche in salsa svizzera

Siamo poi nell’agosto 2014 quando scoppia il bubbone nel Canton Turgovia. A 4 anni di distanza dall’inchiesta Crimine in Italia vengono arrestati Bruno Nesci e Raffaele Albanese, il capo e un pezzo grosso della “Società” di Frauenfeld. La cosca attiva da 40 anni in Svizzera, dipendente dal “Crimine di Polsi” con collegamenti alla “Società di Rosarno” ed alla “Locale di Fabrizia”. Per associazione mafiosa Nesci viene condannato a 14 anni di carcere, Albanese a 12. Questo il caso che più di tutti nell’estate di due anni fa ha sconvolto il Paese. Soprattutto per via delle immagini video che per la prima volta in assoluto dimostrano incontrovertibilmente l’esistenza di una struttura mafiosa radicata nel cuore della Confederazione.

Qui oltre al riciclaggio si parla soprattutto di traffici di droga, cocaina e eroina su tutto, ma anche di traffico di armi. Bisogna poi aspettare il febbraio 2016 perché le autorità elvetiche operino i primi arresti sul nostro territorio. In tutto quindici, tredici tra Turgovia e Canton Zurigo di membri della Locale di Frauenfeld. Tutti e tredici sono ora scarcerati perché, sostiene l’Ufficio federale di giustizia: “il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove è minimo”. Gente tutta ben radicata e integrata. Chi fa l’assicuratore, chi il banchiere, chi possiede un garage e fa l’imprenditore. C’è anche la moglie di un boss che è la segretaria della Missione cattolica di Frauenfeld. Gente dunque per bene, all’apparenza.

I 2 altri arresti sono stati effettuati nel Canton Vallese. Antonio Nucera, detto Ntonaci, 60 anni e il figlio Francesco Nucera 34, sono fermati il primo a Visp, il secondo a Stalden. Loro erano stati precedentemente condannati in Italia a 12 e 10 anni per associazione mafiosa. E sono poi scappati in Svizzera dove hanno trovato rifugio. Ora sono in attesa di estradizione.

L’Insubria si estende nei Grigioni 


Nel novembre 2014 in Lombardia si conclude l’inchiesta Insubria, denominata così proprio per via della regione dell’arco alpino Insubria, appunto. Nella vicina penisola sono 40 gli arresti con l’accusa di affiliazione all’organizzazione criminale. Tra i fermi anche Peppe Larosa, detto ‘Peppe la Mucca’. Residente per 2 anni nei Grigioni, a Pragg-Jenaz per la precisione. Secondo l’inchiesta avrebbe tenuto i contatti con alcune cellule lombarde del Comasco e Lecchese e la cosca di Frauenfeld. Larosa era stato già condannato – con sentenza non definitiva – per una tentata estorsione ai danni di un’impresa edile. È di poche settimane fa la notizia che in Svizzera Larosa non è più indagato. Il Ministero pubblico della Confederazione, dopo un anno e mezzo, ha dunque deciso di abbandonare l’indagine per presunto sostegno e partecipazione alla ‘Ndrangheta a suo carico. La procura federale sentita dalla Radiotelevisione della Svizzera Italiana ha sostenuto che “il sospetto di reato non ha trovato riscontro”. Ancora una volta il 260 ter resta chiuso nel cassetto. Peppe la mucca resta in carcere in Italia.

Rinnovamento a Vacallo

È il dicembre 2014 quando l’inchiesta Rinnovamento dal nord Italia sbarca in Svizzera. L’obiettivo dell’inchiesta era la cosca della ‘ndrangheta attiva a Milano Libri-De Stefano-Tegano, originaria di Reggio Calabria, ma attiva nella capitale lombarda, nella zona nord della città.

59 gli arresti nella terra di Dante, 3 in tutto quelli legati al Ticino. A finire in carcere il sessantenne Franco Longo, residente a Vacallo da due anni. Viene definito anche lui il “banchiere” della ‘ndrangheta”. Con lui erano residenti nella cittadina di confine Vincenzo e Domenico Martino figli del boss Giulio, condannato poi in quel processo a 20 anni di reclusione. I tre “elvetici” avevano anche comprato un palazzo davanti alla stazione di Chiasso, del valore di 3.3 milioni di franchi acquistato con un socio ticinese (ex municipale di Chiasso, lui non indagato). Sotto quel palazzo c’erano anche dei caveau, all’interno c’erano lingotti d’oro e soldi, molti soldi. Per Longo, il solo negli ultimi dieci anni ad essere processato dal Tribunale Penale Federale, il processo svoltosi nel dicembre 2015 sarà da rifare. I giudici hanno deciso a sorpresa che il rito abbreviato – con cui si è svolto il dibattimento – non ha permesso di andare in profondità nell’inchiesta. Longo aveva ammesso tutto, ma per la giustizia elvetica non basta.

Emilia è svizzera

La regione dell’Emilia Romagna terra di piadine e tortellini, e di Don Camillo e Peppone (il comune di Brescello noto per questi due personaggi cinematografici è stato sciolto per infiltrazioni mafiose proprio il 20 aprile 2016), è anche ‘ndrangheta. La maxi-inchiesta Aemilia infatti nel gennaio 2015 sgomina la cosca Grande Aracri attiva da almeno 30 anni. In tutto sono 160 i fermi. Ad essere arrestato anche Sergio Pezzatti, commercialista di Lugano. Il fiduciario originario di Wetzikon era l’amministratore della Multi Media Corporate, società con sede in via della Posta a Lugano. Pezzatti avrebbe messo a disposizione del boss Giuseppe Giglio e di altri soggetti attigui alle cosche conti correnti presso alcune banche luganesi. Utilizzati per un sistema di frodi a carosello per evadere l’IVA. Pezzatti, anche ex dirigente del Lugano Calcio, come specifica il quotidiano La Regione era già stato arrestato dall’Fbi nel 2010 a New York su rogatoria italiana ed estradato con l’accusa di concorso in attività mafiosa. Anche in quel caso, venne condannato per bancarotta fraudolenta e frode fiscale, fu però assolto in cassazione dopo 9 mesi carcere dall’accusa di organizzazione criminale. “Non sapeva dei legami dei suoi clienti con la cosca” si disse all’epoca.

Dalle dichiarazioni del boss Giglio che si è pentito nelle scorse settimane emerge un incredibile quadro fatto di broker prezzolati, riciclaggio e operazioni immobiliari. Al punto che saltano fuori 750 mila euro in nero e mezzo milione di euro nascosto in un sacchetto nero della spazzatura. E questi soldi sostiene la Gazzetta di Reggio vengono proprio da una banca svizzera e servirebbero per comprare terreni all’uscita dell’autostrada di Parma. Il 22 aprile Pezzatti è stato condannato a 5 mesi di carcere contro i 6 anni chiesti dall’accusa, come nel 2010 non è stato possibile confermare i suoi legami con l’associazione criminale.

Hydra: tra società fittizie e bocce

Nell’ottobre 2015 grazie all’inchiesta Hydra viene inferto un colpo al clan Mancuso. Scattano le manette ai polsi di sei persone in Italia. Diciassette complessivamente gli indagati tra cui anche l’ex capogruppo del partito dell’Italia dei valori (partito fondato dall’ex magistrato di Mani pulite, Antonio Di Pietro) della Regione Lazio Vincenzo Maruccio, già coinvolto in altre operazioni. Due di questi indagati erano residenti a Chiasso. Tra loro c’è il figlio del boss Luigi Bevilacqua (originario della Calabria, ma residente a Roma dove ha un florido giro di affari). Il rampollo Renato Bevilacqua con il socio Alfredo Bordogna (finito ai domiciliari) avevano aperto società fittizie, 3 in tutto quelle con sede in corso San Gottardo a Chiasso. Dove però c’erano solo delle bucalettere. Nel registro di commercio le società erano attive dal 2011 al 2013 (una fu liquidata proprio in quella data). Il bilancio dell’operazione parla di 5 milioni di sequestri tra immobili, conti correnti e commerci disseminati per il mondo, anche sulle spiagge di Miami, derivanti da attività illecite. In Svizzera però al momento non risulterebbe nessun incarto. Ma i due in Ticino erano attivi eccome. Dalle intercettazioni risulta che avrebbero anche finanziato una società di bocce del bellinzonese. “Siamo anche sponsor – dice Bordogna al telefono al socio – dall’ufficio stranieri di Bellinzona al campionato internazionale…di bocce, che ne so di cosa…”.

Risorgimento

Se ci spostiamo a pochi chilometri da Chiasso, per la precisione a Morbio inferiore, è lì che abitava Filippo Magnone. Finito nelle maglie della giustizia lo scorso novembre nell’inchiesta Risorgimento un’inchiesta questa che ha sgominato una banca della malavita lombarda. Dal comune ticinese di 4.500 abitanti alle pendici della Valle di Muggio, il 31enne milanese si prodigava per trovare prestanome col fine di investire i soldi della mafia. Lui era il grimaldello per entrare nelle banche svizzere e anche estere, grazie al socio Giuseppe Arnhold attivo in Ungheria. Entrambi fermati nella vicina penisola assieme al 63enne Vincenzo Guida e al 54enne Alberto Fiorentino con l’accusa di esercizio abusivo del credito con aggravante del metodo mafioso. Una vera e proprio banca della Camorra nel cuore della Milano bene, con arterie che pulsano in Ticino. Nell’operazione sono stati sequestrati valori patrimoniali per 3 milioni di franchi e anche questa inchiesta prosegue nelle stanze dei tribunali milanesi.

El Cartero: il postino

Di poche settimane fa l’inchiesta El Cartero, che evoca “Il postino di Neruda” romanzo di Antonio Skarmeta, che si sviluppa in due filoni. Il primo quando nel gennaio, sono state emesse 15 ordinanze di custodia cautelare in carcere di cui una a carico di un banchiere ticinese nato a Locarno, e residente a Chiasso. Cesare Goffredo Tenconi è stato arrestato pochi giorni fa in Romania dopo oltre un mese di latitanza. È considerato la mente di una maxi-truffa al fisco italiano.

A finire nel mirino della giustizia è anche Vincenzo Cotroneo, arrestato per associazione a delinquere finalizzata nell’esercizio abusivo del credito con l’aggravante della trasnazionalità. Lui investiva i soldi della ‘ndrina di Desio, del clan Pensane, riciclandoli a Lugano. Con questi investimenti avrebbe finanziato la Lombard Merchand Bank, la Centrofinanziaria Spa e la Confidi Nord Ovest, società che avrebbero inquinato il mercato italiano con fideiussioni false per un miliardo di euro. Nel secondo filone dell’indagine sono finiti in carcere quattro di altri cinque indagati. All’appello manca il presunto capobanda, latitante dallo scorso gennaio, lui è amministratore di una società di Mendrisio. Un ruolo ancora tutto da chiarire è quello di un altro personaggio organico della ‘ndrina degli Aimonti di Reggio Calabria residente in via Beltramina a Lugano. Alcune società coinvolte sarebbero state perquisite negli scorsi giorni in riva al Ceresio da parte del Ministero pubblico della Confederazione su rogatoria italiana.

Ultime condanne: un “frontaliere” alle Officine FFS

È fresca fresca la condanna in secondo grado a un altro mafioso “ticinese”. La vicenda era letteralmente balzata agli onori delle cronaca nel novembre 2014. Sempre nell’inchiesta Insubria era finito in manette Giuseppe Puglisi. Un insospettabile. Lui era saldatore alle Officine FFS di Bellinzona, ogni giorno si faceva oltre 50 chilometri dalla Provincia di Como verso la Capitale ticinese. Era iscrizitto al sindacato Unia, religioso, molto religioso. Chi lo ha conosciuto dice di lui che girava sempre con la Bibbia addosso. Il 53enne come volontario andava il sabato e la domenica alla Croce Rossa di Cermenate, dove abitava. In un articolo apparso sul Corriere della Sera si dice che frequentava anche l’oratorio e potrebbe esser stato decisivo nel sostenere il bilancio in difficoltà di una squadra di basket.

In primo grado lo scorso maggio si era beccato 8 anni. Ora invece sono ben 13 gli anni di carcere che dovrà farsi. Il Tribunale di Appello lo ha riconosciuto di essere uno dei vertici della cellula della ‘ndrangheta proprio di Cermenate, nel Comasco. All’epoca si era assistito a una vera e propria levata di scudi della politica, fiorivano le interrogazioni e gli atti parlamentari sulla vicenda. Adesso solo 3 brevi articoli confinati nelle pagine di cronaca. Con lui è finito dietro le sbarre anche Michelangelo Chindamo, altra personalità di spicco della Locale di Cermenate. I giudici gli hanno inflitto 7 anni e 6 mesi. Qualche anno fa aveva tentato di estorcere oltre 200’000 franchi a un fiduciario di Chiasso.

 

Inchiesta data Coinvolti Residenza
Crimine lug/ago 2010 4 intercettazioni Frauenfeld (Turgovia)
Infinito lug/ago 2010 3 arresti Savona (Ticino)
Crimine 2 mag 2012 1 arresto San Gallo
Blue Call nov 2012 2 arresti Savosa (Ticino)
Helvetia I ago 2014 2 arresti Frauenfeld (Turgovia)
Insubria nov 2014 2 arresti Carona (Ticino)
Rinnovamento dic 2014 3 arresti Vacallo (Ticino)
Aemilia gen 2015 1 arresto Lugano (Ticino)
Hydra ott 2015 2 arresti Chiasso (Ticino)
Risorgimento nov 2015 1 arresto Morbio Inf. (Ticino)
Helvetia II feb 2016 15 arresti Turgovia – Zurigo -Vallese
El Cartero I gen 2016 1 arresto Chiasso (Ticino)
El Cartero II apr 2016 1 ricercato/ 1 indagato Mendrisio, Lugano (TI)

 

5 anni a un mafioso, 4 a un pirata delle strada

Il denominatore comune di questa ridda di inchieste rimane senz’altro uno. Quasi la totalità delle operazione nasce dalla vicina penisola. Certo la collaborazione delle autorità giudiziarie italiane e elvetiche rimane stretta, ma manca ad oggi un dibattito aperto sul fenomeno nel nostro Paese. In un periodo dove soprattutto l’attenzione e le risorse sono rivolte alla lotta al terrorismo di matrice jihadista, l’errore più grave sarebbe abbassare la guardia. La società resta poco informata di fronte alla portata del crimine organizzato e la politica sembra muoversi lentamente. Alcune strade però sono aperte. Rimane infatti ancora in Governo la mozione del consigliere nazionale PLR Giovanni Merlini che chiede un inasprimento del 260 ter. Spero che presto ci assicura Merlini ci saranno delle novità da parte del Consiglio Federale. Fa specie che in Svizzera al momento il rischio per una condanna al reato di organizzazione criminale è di 5 anni, per un pirata della strada si arriva a un massimo di 4 anni.

Come sostiene lo storico Enzo Ciconte: “il maggior problema dei paesi stranieri, a cominciare da quelli europei, è l’assenza di una legislazione antimafia paragonabile al 416 bis italiano (che prevede l’isolamento e il carcere duro, con pene sino a vent’anni). Tutto ciò favorisce gli uomini di mafia, che possono agire in modo più spedito e sbrigativo perché il contesto e la storia di quei paesi glielo consentono”. Abbiamo raggiunto telefonicamente in Canada Antonio Nicaso, dove abita da anni e dove insegna nelle università canadesi e statunitensi. Lui è forse il più grande esperto di mafie al mondo che con il procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri ha scritto svariati libri e saggi sul tema. “Bisogna sfatare il luogo comune che la mafia è violenza e armi. È molto più pericolosa quando non spara e si muove sotto traccia – ci dice Nicaso – utilizzando ad esempio contatti nelle banche e negli istituti finanziari per riciclare denaro. La Svizzera continua ad avere un ruolo importante nella logica finanziaria della ‘ndrangheta”.

“Va anche detto – ci spiega Nicaso – che le autorità elvetiche hanno acquisito una certa pratica. Il procuratore capo Lauber sta proponendo misure e normative nuove. Ora c’è bisogno di maggiore consapevolezza politica e mi auguro che questa voglia di alzare il livello di guarda si traduca in fatti concreti”. Il passo da fare è uno, e dalla Svizzera può partire un monito forte all’Europa. “Ci può essere politica senza mafia, ci può essere corruzione senza mafia. Ma non c’è mafia senza politica, e non c’è mafia senza corruzione. È lì che bisogna concentrarsi e bisogna prendere consapevolezza” ci confida in conclusione Nicaso. Appendo il telefono e mi viene in mente la massima del religioso e saggista inglese John Donne, a cui Ernest Hemingway si ispirò per titolare uno dei suoi romanzi di maggiore successo che recita così: “E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te”. L’allarme sta suonando. Ed esso è per tutti noi.

 

(Articolo comparso sul mensile La Cité, maggio 2016)

 

 

Le ombre di Alptransit

Rapidità nei lavori e minor prezzo, ma come è possibile? Intanto 3 persone saranno processate per la morte di un operaio nel 2010 nella Galleria del Ceneri.

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Ci siamo, tutto è pronto per l’inaugurazione della Nuova trasversale ferroviaria alpina. A giugno i Capi di Stato di gran parte dell’ Europa presenzieranno all’inaugurazione della Galleria del Gottardo, la più lunga al mondo. In questi giorni la società Alptransit ha giudicato nel complesso “molto positivo” sia l’andamento del progetto sia la situazione finanziaria. Per la terza volta consecutiva, nel 2015 i costi sono diminuiti rispetto alle previsioni. Inclusi rincaro, interessi e IVA, il costo complessivo dell’opera si attesta a 23 miliardi di franchi, 500 milioni in meno di quanto figurava a preventivo. E i tempi di consegna, nonostante ricorsi ed altri imprevisti sono stati rispettati. Anzi come vedremo per certe tratte (si pensi alla Galleria del Ceneri) i lavori si sono conclusi prima del previsto. Ma come è possibile?

Per spiegarlo ci siamo affidati a un’inchiesta giornalista effettuata dai colleghi Maria Roselli e Marco Tagliabue, andata in onda nella puntata di Falò del 22 ottobre 2015. Un documentario storico, da vedere almeno una volta per tutti coloro che passeranno da quel tunnel. La storia parte da lontano e per capirla vanno definiti gli attori in causa. Nel 2009 Alptransit SA, società che gestisce la costruzione della linea, conferisce la gara d’appalto per i lavori di scavo della Galleria di base del Ceneri al gruppo italo-svizzero Condotte Cossi che si aggiudica così il lotto al prezzo di 1 miliardo e 71 milioni. Quasi il 10% in meno degli altri gruppi. Condotte è un gigante dell’edilizia italiano, una multinazionale che opera in tutto il mondo. A inizio marzo ha vinto ad esempio una gara d’appalto in Iran per grandi progetti infrastrutturali nel settore trasporti e ferrovie pari a 4 miliardi di euro. Cossi invece è un’impresa valtellinese che da una quindicina d’anni ha preso sede anche in Ticino, aggiudicandosi diversi appalti. Nel 2008 – poco prima dell’appalto per la Galleria del Ceneri – Condotte ha acquisito il 75% di Cossi avendo di fatto il potere decisionale sull’impresa.

Nel 2010 i lavori hanno inizio. E dopo poco anche i primi problemi nel cantiere. Nel documentario, le interviste agli operai sono numerose. Dalle testimonianze si parla di vere e proprie anomalie in interi processi di costruzione del tunnel. Gli operai raccontano – con tanto di documenti e fotografie – di chiodi di fissaggio (che dovrebbero essere lunghi 6 metri) tagliati a metà e inseriti senza le giuste procedure. In certe parti le centine sarebbero state messe in malo modo o addirittura non fissate. Altre volte le reti di ferro per fissare il materiale alla montagna non sarebbero state bullonate.

Ma perché tali anomalie? A detta degli operai per velocizzare i lavori. Nella costruzione del tunnel infatti un passaggio è fondamentale. Il materiale di fissaggio viene ricoperto con il cosiddetto “spritz”, cemento liquido che serve da manto. Impossibile dunque accorgersi degli errori commessi. Tutto è coperto, nulla si vede più. Il risultato dunque all’apparenza è perfetto ma sotto la crosta spessa del cemento armato si nasconderebbero lacune e crepe. Il pericolo tuttavia a galleria finita non dovrebbe esserci, il rischio è quando lo scavo è in costruzione, soprattutto per chi ci lavora. E gli incidenti in Alptransit ci sono stati. In tutto le persone decedute sono una decina (anche se i numeri precisi sono difficili da trovare). L’ultimo nel ottobre 2015 a Sigirino quando morì un operaio italiano sessantenne.

Sui tempi celeri di lavoro, la società è chiara, alle critiche risponde sempre che la velocità di consegna e i costi minori sono il risultato del buon funzionamento del consorzio. Andare spediti nei lavori è una richiesta specifica di Alptransit. “Sulle dicerie non ci sono prove” commentano i vertici. E anche dalle verifiche tali irregolarità non sono state riscontrate.

Ci sono fatti però che provano che qualcosa non è andato per il verso giusto. Tra il dicembre 2012 e l’aprile 2013, su una tratta di 600 metri nella canna sud est della Galleria del Ceneri ci sono stati dei lavori di ripristino. Lì – come spiega il documentario – si erano formate delle crepe e la galleria stava cedendo sotto la pressione della montagna. Questo perché le centine erano messe in malo modo, a tal punto che i macchinari di scavo del tunnel non passavano più. Il rischio di un crollo improvviso era elevatissimo. Alla fine si è sistemato tutto, ma non è stato riconosciuto il dolo. Alptransit non aveva vigilato e dunque si è assunta tutti i costi di ripristino. La Condotte Cossi non ha sborsato nemmeno un centesimo. La canna del Ceneri invece è stata terminata un anno e tre mesi prima del previsto.

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Ma per le aziende quali sono i vantaggi di terminare prima del previsto i lavori? Per contratto – spiega il sindacato Unia ai colleghi di Falò – si possono avere dei premi bonus oppure, cosa più probabile, si possono evitare penalità. Risparmiare un’ora al giorno significa risparmiare trecento venti ore all’anno. Su tre anni ciò vuol dire mille ore, e in questo caso si può quantificare un guadagno nell’ordine dei milioni di franchi. Molto spesso però a perderci è la qualità e la sicurezza dei lavoratori.

Le ombre su Cossi e sulla precarietà della sicurezza emergono in altri casi. Ne é esempio la morte di un operaio travolto da una centina mal fissata in uno scavo in Liguria, la ditta ha dovuto risarcire in sede civile la famiglia. Per il proprietario Renato Cossi invece finisce in un non luogo a procede. Per l’azienda la vicenda si risolve con la prescrizione. Poco dopo le Ferrovie italiane stanche dei numerosi contenziosi si separano dalla ditta.

Le ombre su Condotte invece sono ben altre. Nel 2008 – in piena gara di appalto di Alptransit – in Italia le viene ritirato il certificato antimafia per alcuni mesi. Dopo qualche anno in Calabria cinque manager di Condotte sono arrestati con accuse gravissime: concorso esterno in associazione mafiosa. Altri reati derivano sia per il crollo di una galleria, sia per truffa aggravata e cattiva esecuzione dei lavori. Le irregolarità hanno portato alla caduta di un tunnel stradale in fase di lavorazione nella Salerno-Reggio Calabria. Lì si parla di un patto con la ‘ndrangheta. Secondo i magistrati la multinazionale aveva stipulato con i boss un subappalto per la fornitura di colate per 7 milioni e 400 mila euro. Si parla anche di un affare da 15 milioni di euro, che si spartiranno i clan di Africo e quelli di Bova Marina. I primi sospetti agli investigatori vengono quando scoprono che per stipulare l’accordo tra Condotte e la ditta Imc (all’epoca sotto sequestro) il direttore dei cantieri, non chiama l’amministratore giudiziario, ma direttamente un uomo delle ‘ndrine. Per il Gip è la prova che gli uomini della società sanno bene chi comanda, nonostante la misura di prevenzione del Tribunale. Molti degli operai di Sigirino lavoravano proprio lì, in Calabria. Condotte nella vicenda si è costituita parte civile e ha subito licenziato i manager coinvolti. Il processo è ancora in corso.

Condotte è anche citata in un altro scandalo di grandi opere: il Mose di Venezia. È infatti da poco iniziato il dibattimento per tangenti che ha coinvolto anche l’ex governatore del veneto Giancarlo Galan. Il magistrato Raffaele Cantone da sempre attivo nella lotta alle mafie in un’intervista al riguardo parla di “spese e consulenze strane”. “Mancano all’appello molti denari, e non soltanto quelli della corruzione. Soldi spesi per obiettivi che nulla avevano a che fare con il fine istituzionale del Consorzio, cioè la costruzione del Mose”.

Altre ombre però ci sono sull’impresa Salini Impresilo (la stessa della Stabio-Arcisate) che ha vinto l’appalto della Galleria del San Gottardo. Un’altra multinazionale italiana delle costruzioni data per favorita nel 2014 per l’appalto del ponte sullo Stretto di Messina, assieme tra le altre, proprio anche alla Condotte. Di pochi mesi fa la morte in un incidente di auto a Roma del figlio dell’amministratore delegato Pietro Salini. Pochi giorni dopo l’incidente, Claudio Salini avrebbe dovuto testimoniare nella prima udienza del processo contro tre casertani che aveva fatto arrestare, con la sua denuncia, alla fine dell’anno scorso per tentata estorsione. Personaggi considerati dagli investigatori dell’Arma vicini agli ambienti della camorra e che pretendevano un risarcimento di 1,8 milioni di euro perché Salini aveva tolto a uno di loro il sub appalto per lavori al polo museale di Bergamo e al nuovo centro affari di Arezzo. Il terzetto aveva anche organizzato un sequestro lampo del costruttore. Si ipotizzava un sabotaggio della sua Porsche. Gli inquirenti hanno poi escluso l’ipotesi.

La società Alptransit ha sempre garantito che nonostante queste notizie, le gare di appalto sono state in tutto e per tutto regolari. Inoltre i controlli puntigliosi e a sorpresa non hanno dato nessun esito negativo. Anche le ultime notizie fornite dalla società in questi giorni sono positive. Le uniche pecche segnalate nel rapporto sono localizzate soltanto in alcuni impianti dove sono state riscontrate carenze di natura funzionale: radiocomunicazione, sistemi di raffreddamento, messaggi di errore, gestione parallela delle tratte della linea di contatto. Si sono inoltre verificati ritardi a nord e a sud del tunnel di base del San Gottardo a causa dell’adeguamento al sistema di controllo dei treni senza segnaletica esterna. Nel frattempo – specifica Alptransit – sono stati apportati “sostanziali miglioramenti” sia ai veicoli sia alle infrastrutture. “Entro la fine del 2016”, afferma la Delegazione, “le difficoltà di avvio saranno ampiamente superate”.

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Proprio in questi giorni però un’altra notizia nefasta si è abbattuta sul cantiere più grande d’Europa. Tre persone sono state infatti rinviate a giudizio perché ritenute coinvolte, “per aver agito con imprevidenza colpevole”, nella morte di un operaio sul cantiere AlpTransit di Sigirino, nel settembre del 2010. Secondo quanto reso noto dal procuratore generale John Noseda a capo dell’inchiesta, gli imputati sono accusati di omicidio colposo, subordinatamente per violazione colposa delle regole dell’arte edilizia. L’infortunio fatale è avvenuto nella notte di sei anni fa durante i lavori di perforazione della galleria di base. Una lastra di roccia si staccò colpendo e schiacciando un 54enne di origine calabrese.

Su questa vicenda John Noseda parlando al Blick nel gennaio 2015 disse: “Quando gli inquirenti arrivarono in loco, il luogo dell’incidente era stato completamente stravolto, con l’aggiunta di misure di sicurezza in precedenza non presenti. Ma nessuno dei trenta operai – spiega Noseda – ha voluto parlare, perché avevano paura per il loro lavoro e la loro famiglia. Questa è omertà riconducibile alla mafia. I lavoratori vengono portati in Ticino, sfruttati e minacciati”, conclude duramente Noseda. A breve dunque il processo. E la sentenza potrebbe riscrivere la storia di Alptransit.

Dopo Dilma? Chi è Michel Temer vicepresidente brasiliano che potrebbe prendere il suo posto

 

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Michel Miguel Elias Temer Lulia, questo il nome completo del vice presidente brasiliano che potrebbe prendere ad interim la carica di Dilma Rousseff, se la presidente dovesse essere destituita. Facendo un semplice giro su Wikipedia ( per la cronaca ho guardato anche alcuni siti brasiliani) si può capire chi è Temer. Non certo uno sconosciuto nelle aule di giustizia del paese verde oro.
Nell’inchiesta “Operaçao Castelo de Areja” (Castello di Sabbia) sulla corruzione all’interno dell’Impresa di costruzioni Camargo Correa, il suo nome è citato 21 volte nella lista desunta dalla contabilità parallela dell’impresa. A questo riguardo Temer negò sempre e con molta veemenza qualsiasi coinvolgimento. Un ricorso sul processo è ancora pendente presso la Corte Suprema.

Nell’inchiesta “Caixa de Pandora” (Vaso di Pandora) sul cosiddetto “Mensalão do DEM no Distrito Federal”, una presunta tangente fissa mensile destinata ad alcuni deputati presso il Parlamento di Brasilia, Temer è indicato essere uno dei possibili beneficiari. A questo proposito M. Temer disse: “Accuse vili ed infamanti furono scagliate contro il mio nome, il più grande patrimonio che ho creato con il lavoro ed accanimento durante i decenni”.  Temer  è il più giovane tra otto fratelli di una famiglia di maroniti emigrata da Betabura, nel Distretto di Koura, nel nord del Libano, nel 1925. È attualmente sposato con Marcela Tedeschi Araujo, di 42 anni più giovane, dalla quale ha avuto il figlio Michel. Temer è anche un membro della massoneria,  molto attivo e autorevole.

Intanto la Camera dei deputati brasiliana ha approvato, al termine di una sessione durata tre giorni, la messa in stato di accusa della presidente Dilma Rousseff il cui mandato scadrebbe solo nel 2018. I deputati del fronte di opposizione hanno raggiunto e superato il quorum dei due terzi dei 513 eletti, 342 voti. Ne hanno racimolati 367, 25 in più del necessario. Il procedimento passa ora al Senato che dovrà esprimersi sul futuro della presidente.

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Una manifestazione contro Rousseff a Rio de Janeiro (Mario Tama/Getty Images)

Il Governo ha ammesso la sconfitta. “Le possibilità di invertire il trend sono pari a zero, ma daremo battaglia al Senato”, ha annunciato il capogruppo alla Camera del Partito dei lavoratori. Al momento del raggiungimento del quorum è esplosa la gioia tra i deputati di opposizione e tra i militanti davanti alla Camera. Grande festa anche nelle strade di numerose città, dove erano stati allestiti maxi schermi. Si tratta di un voto storico dal forte valore politico e simbolico, ma non ancora definitivo. L’iter è infatti ancora lungo: il procedimento deve ora passare al vaglio del Senato. In caso positivo, l’impeachment sarà votato dall’aula. La presidente avrà poi fino a 180 giorni di tempo per difendersi davanti ai giudici della Corte costituzionale. E, infine, il Senato dovrà votare una seconda volta, dopo aver ascoltato la difesa della presidente. La Rousseff era stata giudicata colpevole di aver truccato i bilanci dello stato da una commissione lo scorso ottobre. Negli ultimi mesi il suo governo è stato ulteriormente indebolito dallo scandalo Petrobras, che ha investito l’ex presidente brasiliano Lula. Ma anche André Esteves, l’ex presidente della BTG Pactual, che aveva comprato la BSI nel settembre 2015.

Il ministero pubblico della Confederazione ha avviato nelle scorse settimane accertamenti su denaro transitato da due banche luganesi, riconducibile appunto alla corruzione emersa in seno al colosso petrolifero parastatale. Nessuna conferma però giunge dalle autorità. In tutto sono 60 i procedimenti avviati a livello nazionale per sospetto riciclaggio aggravato di denaro e corruzione di pubblici ufficiali stranieri. Accertamenti sono stati effettuati su un migliaio di conti di 40 istituti. Proprio su questi conti la procura ha sequestrato in tutto dal 2014 oltre 800 milioni di dollari.

“Una goccia in un Canale?”

Nuovi metodi di riciclaggio si sono sviluppati negli ultimi anni soprattutto dopo le pressioni dell’OCSE su determinati paesi. Per alcuni le rivelazioni del’Icij sono “cose già note”, per altri “uno tsunami mondiale” . Ma quale l’importanza dei Panama Papers? Nella rete coinvolti anche Svizzera e Ticino. 
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“Sì, potrebbe essere un granello di sabbia in un deserto, oppure una goccia in un canale. Certo è che ora i sistemi per evadere il fisco sono svariati e sempre più affinati. Si prediligono metodi diversi. Panama è un porto importante per gli affari, ma ormai sempre più sotto pressione”. Ma è davvero tutto cosi scontato? Si fa fatica a orientarsi in questo guazzabuglio di dati.
Da qui sono nate alcune riflessioni con un amico attivo sulla piazza finanziaria luganese sui Panama Papers. L’inchiesta che sta facendo tremare i grandi del mondo. Un dato interessante sfogliando le cifre snocciolate dal Consorzio internazionale di giornalismo investigativo (Icij) – che ha svelato i dati grazie a una gola profonda tramite oltre 11 mila documenti su un periodo di 40 anni di attività della società panamense Mossack e Fonseca – è che il paradiso fiscale del Canale è sempre meno meta di evasori.
Dalle 228 società offshore gestite nel 1978 si è passati al picco massimo di 13’287 nel 2005. Dopo la crisi dei subprime del 2006 finiscono gli anni d’oro e le cifre calano. IN dieci anni si sono dmimunite addirittura del 65%, arrivando nel 2015 ad avere una gestione totale di 4’341 società offshore. Le pressioni internazionali dunque si fanno sentire. Dopo la Svizzera, Lussemburgo e altri paesi nelle black list, tuttavia l’OCSE non ha raggiunto accordi con Panama, e altri paradisi fiscali come le Cayman o le Isole Vergini, ma anche con gli Stati Uniti, e in particolare con lo stato del Delaware. L’attacco – diceva un mio vecchio mister di calcio – è la miglior difesa, ma questo è un altro discorso.
Panama un “buco nero” del fisco, ma ormai noto da tempo
Ormai da tempo, soprattutto per chi opera nel settore, Panama è noto come paradiso fiscale dell’offshore. Secondo il professore Donato Masciandaro, direttore del Dipartimento di economia della Bocconi è la classica “scoperta dell’acqua calda”.
Il paese del Canale – spiega un esperto fiscale al Sole 24 ore – da tempo è un “buco nero” del fisco questo perché non partecipa agli accordi per lo scambio di informazioni fiscali, anche se ha recentemente manifestato l’intenzione di aderire, e si è dotato di una legislazione simile a quella elvetica, che punisce la violazione del segreto bancario e finanziario. Nell’aprile del 2015 il paese ha introdotto le prime modifiche legislative in ambito di trasparenza.
A Panama dagli anni ’80 il governo ha attuato la politica di attirare il massimo dei capitali, garantendo imposte basse rispetto ad altri pesi (circa al 25% per le persone giuridiche, le aziende agricole e le piccole imprese hanno un tassazione inferiore), ma soprattutto a Panama è garantito l’assoluto anonimato. È questo sicuramente il fattore più rilevante che attira criminali, riciclatori di denaro, ma anche politici e imprenditori.
Secondo una recente ricostruzione del quotidiano «Le Monde», in Europa sfuggono alla tassazione circa 2.600 miliardi di dollari, in Asia 1.300, negli Stati Uniti 1.200, nei Paesi del Golfo 800, in America Latina 700, in Africa 500, in Canada 300, in Russia 200. Totale: 7.600 miliardi: il triplo della ricchezza prodotta ogni anno dall’Italia. Il giornalista britannico Nicholas Shaxons, uno dei maggiori esperti in materia di paradisi fiscali, nel suo ultimo libro The Havens: annual report, sostiene che le risorse occultate siano pari a 32 mila miliardi di dollari: 13 volte il prodotto interno lordo del Regno Unito. Certo non briccioline anche oggigiorno.
Quali i vantaggi dell’offshore e soprattutto è un metodo illegale?
Come ricorda il Post in molti casi e per molti paesi è lecito avere società in paradisi fiscali, a patto che questo e la quantità di soldi che gestiscono venga dichiarato alle autorità. Spesso i paradisi fiscali vengono usati per superare regole particolarmente rigide di alcuni paesi sullo scambio di valuta, per proteggere la ricchezza da furti e per gestire complicate pratiche di bancarotta o acquisizioni. In molti casi, tuttavia, i paradisi fiscali vengono usati per scopi illegali: in primo luogo nascondere ricchezza per evitare di dover pagare le tasse e per riciclare denaro.
Creare una società a Panama è un’operazione facile. La spesa per l’incorporazione è di circa 1.200 dollari, ai quali vanno aggiunti 300 dollari per coprire le tasse statali e altre poche centinaia per pagare i professionisti che potranno sedere nel consiglio di amministrazione e fungeranno da schermo dietro i quali si celeranno i reali proprietari. In Svizzera come minimo questo procedimento costa 100 volte tanto.
Un inchiesta però che deve interessare tutti?
Nonostante i dubbi di taluni su secondi fini, o interessi più o meno velati a cui l’inchiesta potrebbe mirare, l’indagine del Consorzio internazionale di giornalismo investigativo ha fatto le prime vittime ed è colossale per i numeri e per la portata.
Il sito Vicenews ha interpellato in merito John Christensen, direttore di Tax Justice Network, un esperto che da anni studia il fenomeno, chiedendogli perché le rivelazioni di Panama Papers dovrebbero interessare tutti noi.
“Se i ricchi e i potenti decidono di non pagare più le tasse, – risponde Christensen – tutti gli altri si trovano davanti a una scelta comunque dolorosa: dover pagare più tasse o perdere i servizi pubblici. C’è un collegamento diretto tra l’uso della finanza offshore da parte dei ricchi e potenti e la perdita di efficacia della nostra società”.
“Mentre i nostri sistemi fiscali – continua l’esperto – si adattano al fatto che i miliardari non contribuiscono, la disuguaglianza aumenta minacciando la stabilità sociale e la sopravvivenza economica dei nostri paesi”. La questione dunque tocca tutti. E se le tasse aumentano sappiamo dove mancano questi soldi. Tuttavia va anche detto che il discorso dell’evasione è molto più ampio e va esteso anche ad altri canali e paesi.
Anche la Svizzera e il Ticino implicati
La Svizzera nella classifica dei paesi che hanno a che fare con la rete degli offshore legati alla  Mossack e Fonseca non se la passa male. Tra i 10 paesi in cui operano maggiori intermediari, la Confederazione  è terza con 1’223 intermediari, dietro solo alla Gran Bretagna (1’924) e Honk Kong (2212). Gli Stati Uniti sono quarti a 617 intermediari.
Ma anche il Ticino è implicato. La Mossack e Fonseca ha infatti una sede a Lugano, aperta dal 2013 in Via Curti 5 a Lugano, dove però non figura nemmeno un campanello.
“Nulla di illegale” commenta sul quotidiano La Regione la presidente della Federazione ticinese delle associazioni fiduciarie, Cristina Maderni, in merito alla possibilità di aprire offshore.
Spiega inoltre che è noto a tutti che nei decenni scorsi la piazza finanziaria luganese ha fatto un uso molto intenso di società panamensi. Ma ora anche secondo la Maderni, la costituzione di società offshore di diritto panamense non sarebbe più una pratica diffusa. “Sicuramente non lo è più per la clientela europea, visti i noti sviluppi sullo scambio di informazioni. Il discorso è diverso per le altre nazionalità” afferma la presidente dei fiduciari ticinesi, ricordando che anche a Panama la situazione si sta ora normalizzando.
Tuttavia facendo un giro sul sito di un hacker che ha svelato i segreti di Panama ben prime dai Panama Papers ( http://ohuiginn.net/panama/ ), abbiamo però trovato parecchi nomi noti nel Cantone. Ci sono sia politici, sia ex politici, ma anche imprenditori di punta e banchieri di alto livello, tutti accomunati dalla passione per l’offshore panamense. La pratica dunque sembra ancora fare gola a certi. Oppure qualcuno si è dimenticato in fondo al suo cassetto alcune azioni d’oltre oceano. Forse in attesa di qualche condono o amnistia. Fino ad ora però nel Cantone i nomi non si fanno e le bocche rimangono cucite. Escono invece alla spicciolata  nella vicina penisola, e non solo altri, nomi di Vip. Venerdì l’Espresso ha promesso altri scoop. Un nome nelle ultime ore rimbalza su tutti, quello di Barbara d’Urso.
E come diceva qualcuno: the show must go on!

Le “piante” di Frauenfeld crescono in Calabria

La più grande operazione antimafia all’estero si è svolta martedì sotto i nostri occhi. E il Ministero pubblico della Confederazione sapeva già da tempo della presenza di una cosca in Svizzera. Intanto il procuratore generale di Palermo Scarpinato lancia l’allarme: “Anche le autorità elvetiche devono eseguire inchieste autonome”. Una storia di oggi che viene da lontano.

 

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La camicia blu aperta sul petto, la pancia gonfia dal pranzo, le mani stringono i pantaloni alla vita per non farli cadere. Giuseppe Oppedisano ha fatto 1’500 chilometri per essere lì. Davanti a lui guida Michele Oppedisano, è giovane, ma il retaggio della sua famiglia lo obbliga a essere in quel luogo. Con loro c’è Romeo Carmelo Cavallaro, nonostante il caldo, indossa una maglia nera e pantaloni jeans scuri. L’aria è infatti afosa in quel 18 agosto 2009. È passato da poco ferragosto. Le vie di Rosarno sono deserte. La gente o prende il sole al mare, o dorme al riparo in qualche fresco rifugio climatizzato. Le lancette segnano le 15.34. Proprio in quell’istante la Kia nera targata Turgovia varca il cancello del frutteto di Don “Mico” Oppedisano. I tre scendono dalla macchina. Giuseppe è nato a Monsoreto il 19 dicembre 1958, ma è residente da 40 anni anni in Svizzera, al numero 1 di Stubenakerstrasse, a Isikon. Michele, nato a Cinquefrondi il 28 gennaio 1983, lui è residente a Kefikon sempre nel canton Turgovia (indagato e poi caso archiviato nel 2012). Cavallaro, invece è l’unico che è nato su territorio elvetico, proprio a Frauenfeld, il 23 ottobre 1973.

Un lungo viaggio, ma loro devono essere lì. Qualcosa di importante sta per accadere. All’ombra di quegli aranci le 4 persone non stanno contrattando un semplice carico di prodotti agricoli. Sotto le fronde di quegli alberi, e non in un’opulente stanza, l’organizzazione criminale più potente al mondo disegna il suo destino, come molte altre volte d’altronde. È un vero e proprio rito esoterico. I tre “elvetici” si sono recati in Calabria per ricevere le doti, o meglio le “piante” come si usa nel gergo ‘ndranghetista. Queste nomine permettono di poter vantare poteri anche sul territorio svizzero. Come un battesimo davanti a Dio, nessuno può scalfire quello che a Rosarno è stato trasmesso. Una certificazione di appartenenza esportabile ovunque. Un documento che vale in ogni paese.

Leggere le oltre duemila pagine del Decreto di Fermo dell’operazione “Crimine” che nel 2010 ha portato all’arresto di oltre 300 ‘ndranghetisti in tutto il mondo, è un pugno allo stomaco. E fa ancora più male in questi giorni. Graffia con unghie laceranti, la bocca si secca. Sì perché in quegli atti giudiziari è tutto già scritto. E quello che viviamo noi oggi non è altro che un film al rallentatore. Una pellicola in bianco e nero che va a scatti a causa delle increspature del tempo. Il sapore che rimane è aspro. È amaro come le arance di don “Mico”. All’anagrafe Domenico Antonio Oppedisano, 81 anni all’epoca, è considerato il capo della ‘ndrangheta. La più alta carica dell’organizzazione mafiosa della Società Maggiore, venne arrestato grazie alle intercettazioni e ai video degli inquirenti. Fu condannato a 10 anni carcere per associazione mafiosa. Secondo il pm di Reggio Calabria  Antonio De Bernardo lui era il detentore delle regole. Il suo potere permetteva di tenere unite le cosche disseminate per il mondo. Un meccanismo di protezione che ha permesso all’organizzazione Calabrese di essere la più solida, inviolabile nel tempo. Ed è proprio grazie alla sua mediazione, nell’agrumeto di Rosarno nel 2010, che la faida tra la Società di Frauenfeld e quella di Singen (in Germania), venne risolta sul nascere.

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Don “Mico” Oppesidano

Ora a distanza di 6 anni giungono i 15 arresti dell’operazione Helvetia, nata nel 2014, la più grande mai effettuata fuori dal territorio italiano. Tuttavia , nemmeno dopo la sentenza storica nei confronti del capo della locale elvetica Antonio Nesci, condannato a 14 anni di carcere lo scorso ottobre, le autorità elvetiche si sono mosse. Basti pensare che le prime richieste di estradizione da parte italiana datano febbraio 2015. I 15 fermi invece sono dell’8 marzo 2016. Più di un anno di distanza. Suona ancora più come una beffa il fatto che sei dei membri sono stati rilasciati dopo soli tre giorni dall’arresto. Per tornare in libertà hanno dovuto pagare una cauzione “adeguata alla loro situazione economica”, ha dichiarato il portavoce dell’Ufficio federale di giustizia Raffael Frei. Il solo degli arrestati che in un primo momento si era detto disposto ad essere estradato ha nel frattempo ritirato la sua autorizzazione. Due altre persone sono state sentite, ma non possono essere estradate poiché sono di nazionalità svizzera. Ciò vuol dire che sono a piede libero, senza nessuna accusa a loro carico. Le autorità stanno anche trattando con i nove ancora in carcere per una rimessa in libertà a precise condizioni perché – secondo l’UFG – “il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove è minimo, la maggior parte dei presunti mafiosi arrestati vivono da anni in Svizzera e già sapevano di essere nel mirino negli inquirenti italiani”.

In questo contesto le parole del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato fanno ancora più male: “La magistratura svizzera deve cominciare a operare in autonomia, con sue indagini, con suoi procedimenti perché non c’è soltanto la mafia italiana in Svizzera. C’è la mafia dell’est, ci sono le mafie balcaniche, che vedono alcuni Paesi, per esempio la Svizzera, come una base logistica. L’operazione Helvetia, è soltanto la punta dell’iceberg.” conclude il magistrato. La Svizzera dunque come una base al centro dell’Europa: la cerniera tra Germania e Italia. Dove non esiste il reato di associazione mafiosa, dove neppure il fatto di sapere della presenza di una cosca è sufficiente a far scattare le manette. Alla luce di tutto ciò il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ha annunciato che i reati legati alla criminalità organizzata saranno coordinati da un solo magistrato. Un passo avanti, anche se al momento è difficile dire se basterà. I lavori infatti non dovrebbero mancare in futuro. Basti considerare che secondo alcune stime in Svizzera sarebbero attive dalla 5 alle 6 cosche ‘ndranghetiste. Secondo il procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri sarebbero addirittura una ventina.

Molti dunque gli eventi noti alla giustizia. E solo pochi gli arresti se considerata la portata del fenomeno. Già nel 2010 un articolo del Caffè parlava della presenza del boss ‘Ntoni Nesci a Turgovia. Sono passati sei anni ma le “piante” di Frauenfeld nascono ancora al sole della Calabria. E le loro radici sono ben radicate nell’agrumeto di Rosarno.

 

 

 

A volte ritornano

Venerdì quando ho scritto il mio articolo sulla ‘ndrangheta in Svizzera chiedendo spiegazioni al Ministero Pubblico della Confederazione su 16 persone coinvolte nell’inchiesta Helvetia mi sono ritrovato questa risposta:
 
“HELVETIA est une procédure italienne. En Suisse actuellement personne ne se trouve en détention et aucun acte d’accusation n’a été récemment déposé auprès du Tribunal pénal fédérale dans ce contexte. Pour le surplus je vous prie de vous adresser aux autorités italiennes pour vos questions complémentaires.”
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Oggi i fatti sono diversi. Ed è lo stesso ministero pubblico a dirlo in un comunicato”:
 
15 presunti membri della ‘ndrangheta arrestati in attesa di estradizione
 
Berna, 08.03.2016 – Su ordine dell’Ufficio federale di giustizia (UFG), oggi in Turgovia, Zurigo e Vallese sono stati arrestati in attesa di estradizione 15 presunti membri della ‘ndrangheta calabrese, accusati dalle autorità italiane di far parte di un’associazione di tipo mafioso.
 
I 15 cittadini italiani sono stati arrestati oggi dalla polizia cantonale turgoviese, zurighese e vallesana (12 arresti in Turgovia, 1 nel Canton Zurigo e 2 nel Vallese). L’UFG ha ordinato gli arresti sulla base di richieste d’estradizione italiane presentate tra febbraio 2015 e gennaio 2016 e fondate a loro volta su ordini di arresto e due sentenze del Tribunale di Reggio Calabria per associazione criminale. Due persone sono già state condannate a pene detentive di rispettivamente nove e sei anni.
 
Dalle richieste di estradizione risulta che gli indagati, domiciliati in maggioranza nel Canton Turgovia, sono sospettati di appartenere alla cellula di Frauenfeld della ‘ndrangheta calabrese. Gli aderenti a tale associazione mafiosa si distinguono in particolare per la partecipazione a riunioni e rituali, la sottomissione alla gerarchia e l’obbedienza incondizionata. L’UFG è giunto alla conclusione che i fatti esposti nelle richieste sono punibili a priori anche in Svizzera secondo l’articolo 260ter CP (organizzazione criminale) e che quindi è adempiuta la condizione d’estradizione della doppia punibilità.
 
Precedenza all’estradizione
 
In linea di massima, il procedimento del Ministero pubblico della Confederazione (MPC) per lo stesso reato avrebbe la precedenza rispetto a un’estradizione. La legge sull’assistenza internazionale in materia penale consente tuttavia – tra l’altro per motivi di economia processuale – di derogare a tale regola e di autorizzare l’estradizione in determinati casi. I reati perseguiti in Svizzera si sono rivelati rientrare nel quadro di indagini più ampie condotte dalle autorità italiane. Inoltre, due membri della cellula sono stati arrestati in Italia nell’estate del 2014 e condannati, il 23 ottobre 2015, in prima istanza a pene detentive di rispettivamente 14 e 12 anni. Il MPC ha pertanto invitato l’UFG a privilegiare l’estradizione.
 
Audizione degli arrestati
 
Oggi, su ordine dell’UFG, le autorità turgoviesi, zurighesi e vallesane sentono le persone arrestate per conoscerne il parere in merito alle richieste d’estradizione. Il consenso all’estradizione immediata comporta la procedura semplificata: significa che l’UFG può autorizzare senza indugio l’estradizione all’Italia e disporne l’esecuzione. Se invece l’interessato si oppone all’estradizione, l’UFG deciderà in merito, fondandosi sulla richiesta italiana e il parere dell’estradando. Contro la decisione di estradizione dell’UFG è possibile ricorrere al Tribunale penale federale, la cui decisione è impugnabile dinanzi al Tribunale federale soltanto in casi particolari – segnatamente se sussistono indizi di gravi vizi procedurali all’estero.
 
Oltre agli arrestati sono stati convocati per un interrogatorio altri due indagati. Essendo questi ultimi naturalizzati, non è stato possibile arrestarli in attesa di estradizione. In quanto cittadini svizzeri non possono infatti essere estradati in Italia senza il loro consenso.”

Cosche dall’Infinito e oltre

Sempre più pressante la presenza della ‘ndrangheta in Lombardia che da infiltrazione passa al radicamento. Intanto un bar nella Brianza diventa il simbolo del sostegno alle cosche. Un’inchiesta che tocca da vicino anche la Svizzera.

coscaSeregno – Milano – Bar “Tripodi pane e caffè”

Quando ero più giovane mi capitava spesso di andare alla chiesetta di Obino. Da lì si vede tutto il Mendrisiotto, ogni singola strada, ogni lampione da Chiasso a Mendrisio è percettibile. A limitare la vista davanti allo sguardo è solo la collina di Pedrinate che delimita il confine tra Ticino e Lombardia. Ed è proprio al di là dell’orizzonte – per usare parole di leopardiana memoria – che c’è l’ “Infinito”. Ma non è una semplice metafora, questo infatti è il nome della maxi-operazione contro la ‘ndrangheta calabrese e le sue cosche milanesi, nata nel lontano 2003, ma i cui sviluppi sono ancora in corso e si sentono alle nostre latitudini. I rapporti investigativi parlano di 25 mila ore di registrazioni telefoniche e 20 mila ore di intercettazioni ambientali. Un’indagine che il 5 luglio 2010 portò all’arresto di 154 persone, con accuse che variano dall’associazione di stampo mafioso al traffico di armi, all’estorsione nonché intimidazione per l’aggiudicazione di appalti o preferenze elettorali.
Tra questi arresti figura anche Bruno Nesci capo della Locale di Singen, in Germania, sul lago di Costanza. Dagli atti di accusa che abbiamo potuto consultare si legge che Nesci era incaricato di tenere il coordinamento delle “locali” della Germania ed i contatti con gli esponenti di spicco della “Provincia” (Reggio Calabria). Lui operava a pochi passi da Turgovia, dove è stata sgominata la cosiddetta “società” di Frauenfeld. Tra le cosche non correva buon sangue. Solo con il summit del 2010 in un bar della zona il “Bocce club” si sotterrò l’ascia di guerra. A capo della cosca svizzera attiva da 40 anni vi era un altro Nesci, in questo caso Antonio alias “chiacchiarune” oppure “la montagna della Svizzera”. Nelle intercettazioni è anche denominato quel “cornuto della Svizzera”. Lui  finì in manette nelle vicina penisola con il sodale Raffaele Albanese grazie all’inchiesta Helvetia scattata nell’agosto 2014. I due sono poi stati condannati dai giudici italiani a 14 anni e 12 anni di carcere. Entrambi i cittadini svizzeri di origine italiana sono riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere di stampo mafioso. 16 in tutto gli altri esponenti della cosca finiti in manette . Un’inchiesta questa ben nota che ha sconvolto il paese tutto.
Ora però le ultime notizie che arrivano dalla vicina penisola ci fanno capire che l’allerta deve restare alta. E questo nonostante la percezione del fenomeno nel nostro territorio sia nulla. Fanno male le parole  del Governo ticinese che due mesi fa ha risposto a un’interrogazione parlamentare spiegando che “la Mafia in Ticino non c’è”.  I legami però col nostro territorio ci sono, eccome.

“In Lombardia si è da tempo superata la logica della infiltrazione, intesa come sporadico inserimento della ‘ndrangheta nell’economia legale e ad essa è subentrato il concetto di vero e proprio radicamento”. A dirlo è l’ultima relazione annuale della Direzione nazionale italiana antimafia (DNA) che prende in esame la diffusione delle organizzazioni mafiose in Lombardia dal primo luglio 2014 al 30 giugno 2015.
E proprio in questi giorni a Seregno – a 39 chilometri da Chiasso -la prefettura di Monza ha chiuso un bar-panificio per infiltrazioni mafiose. Luogo non qualunque, ma frequentato dalla politica locale. Come sottolinea nel suo ultimo articolo il giornalista dell’Espresso Giovanni Tizian, sotto scorta da anni. A stupire è il fatto che poco dopo sulle saracinesche del “Tripodi pane e caffè” è apparso uno striscione con scritto “Noi vi vogliamo bene”. Un manifesto d’amore con tanto di cuoricini apparso di notte e tolto solo la mattina dopo. Una scritta rosso sangue che fa tremare. Un esempio allarmante che come una cartina di tornasole ci dà la misura di quanto sia radicato il fenomeno nella società civile anche al nord. In questo caso uno dei soci, Antonino Tripodi, è stato coinvolto in alcune indagini dell’antimafia di Milano. Il titolare del bar è stato condannato anche per reati legati alle armi nell’ambito proprio del maxi processo “Infinito”. Politici e borghesia erano noti frequentatori di quel bar, tra cui anche l’ex sindaco, che proprio lì girò uno spot elettorale. Seregno con la sua politica comunale sono infiltrate. Molte le famiglie che esercitano il loro potere: i Tripodi, i Siragusa, i Cristello, i Pio ma anche i Pensabene.

Ed è proprio Giuseppe Pensabene, capo della locale di Desio che finì dietro le sbarre nel marzo 2014. Nell’hinterland milanese aveva organizzato una vera e propria banca illegale. Uno sportello autonomo, grazie a una rete di società di copertura e alla collusione di insospettabili, accumulava soldi provenienti dall’usura e dal riciclaggio, per portarli in Svizzera. Questi servivano anche per finanziare le famiglie degli arrestati nell’inchiesta “Infinito”. Suo uomo residente a Savosa era Emanuele Sangiovanni anch’egli finito dietro le sbarre nel 2014. È di alcune settimane fa una costola di quest’indagine che tocca da vicino ancora il Ticino. L’inchiesta si chiama “El Cartero“, quasi a evocare “Il postino di Neruda” romanzo di Antonio Skarmeta. Con “El Cartero” in gennaio, sono state emesse 15 ordinanze di custodia cautelare in carcere di cui una a carico di un banchiere ticinese nato a Lugano, residente a Chiasso per il quale la magistratura milanese a breve chiederà l’estradizione. A finire nel mirino della giustizia è anche Vincenzo Cotroneo. Arrestato per associazione a delinquere finalizzata nell’esercizio abusivo del credito con l’aggravante della trasnazionalità. Lui investiva i soldi della ‘ndrina di Desio, riciclandoli a Lugano. Con questi investimenti avrebbe finanziato la Lombard Merchand Bank, la Centrofinanziaria Spa e la Confidi Nord Ovest, società che avrebbero inquinato il mercato italiano con fideiussoni false per un miliardo di euro.

“La ‘ndrangheta è ancora fortissima. Il problema è che questa organizzazione come sua caratteristica principale ha il consenso di una gran parte, no ovviamente di tutta, della popolazione del territorio su cui insiste.” Queste le parole pronunciate pochi giorni ai microfoni di Radio 1 del sostituto procuratore della Divisione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Antonio De Bernardo da anni impegnato in delicate indagini riguardanti la zona ionica reggina, ma anche Paesi esteri come Svizzera, Canada, Germania, Olanda e Australia. “L’organizzazione – spiega De Bernanrdo – continua la sua attività nonostante la repressione che evidentemente non basta”. “Bisogna quindi – ha concluso il magistrato – fare avvertire alla popolazione che, nel momento in cui interviene lo Stato, le condizioni migliorano”.
I fatti di Seregno non possono dunque passare inosservati per chi vive a pochi chilometri. Scomodando “Don Raffé” del maestro Farbrizio De Andrè ci vien da dire: “A che bell’ò cafè pure in carcere ‘o sanno fa co’ à ricetta ch’à Ciccirinella compagno di cella ci ha dato mammà”. Un caffè amaro a due passi da casa.

Lassù qualcuno ci chiama

Se puoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva.

Libro dei Consiglio, José Saramago.

ecodylan

La prima volta che ho “conosciuto” Umberto Eco era il gennaio del 1998, avevo 14 anni. Lo avevo visto sul fumetto “Lassù qualcuno ci chiama” di Dylan Dog. È vero in quel caso il protagonista di quel fantasioso racconto si chiamava Humbert Coe, ma era pur sempre un esperto di semiologia e glottologo. Da subito rimasi folgorato. Crescendo lo scoprì in tutte le sue forme e  sfumature. Dapprima con il Pendolo di Foucault. In quanti viaggi in treno mi ha accompagnato parlando di esoterismo e cabala. Eco era così, ti prendeva per mano e ti spiegava i manoscritti medievali e poi la settimana dopo analizzava il ruolo del fumetto nella contemporaneità. Con una elasticità sovrumana passava da Tommaso D’Aquino all’analisi di Mike Bongiorno. Viveva con naturalezza la contraddizione del sapere.

Di tutte le cose che mi ha insegnato, apprezzo maggiormente quella di non limitarsi a “guardare”, ma di “osservare”. Mai soffermarsi su una superficie, ma scavarvici dentro. Andare a fondo. Cercare la verità ad ogni costo. E di questo era una mago e chi meglio di lui ha spiegato cosa significa il complottismo. “Perché le bufale hanno successo?” Si chiedeva Eco. “Perché promettono un sapere negato agli altri. Il complotto – come diceva anche Pasolini – ci fa delirare perché ci libera dal peso di doverci confrontare con la verità”. Tanto ho apprezzato il Cimitero di Praga. Un romanzo che racconta e smonta i protocolli dei Savi di Sion. In quel caso ci voleva rendere attenti su chi pensa che la cospirazione ha sempre una medesima radice al di là dello spazio e delle epoche. “Il complotto cosmico esiste? Forse è peggio sapere che ci sia gente che ci crede davvero” – diceva il maestro.

La cosa più inaspettata che Umberto Eco poteva fare era quella di morire. Sì perché io lo vedevo come eterno, ma forse eterno lo sarà veramente. Di sicuro ci è riuscito ancora: per l’ennesima volta ci ha spiazzato. Quando questa mattina ho letto la notizia ho sgranato gli occhi ancora pieni di sonno. Non ci volevo credere. Ma ho subito capito che questa volta era vero.

Per un po’ ho pensato che era una delle solite bufale di internet, e Eco ci ha insegnato a diffidare del web. Come quella volta che scrisse nelle sua Bustina di Minerva sull’Espresso di essere a sua insaputa su Facebook con una pagina fasulla. Sorrise di apprendere che grazie a un suo “finto” post nel 2012 in cui si annunciava la morte di Gabriel García Márquez (prima che effettivamente morisse) la stampa di tutto il mondo aveva ripreso la notizia e sul web tutti avevano espresso il proprio cordoglio. “Inutile – sosteneva – per alcuni tutto ciò che appare su uno schermo retroilluminato è vero, e poi si capisce perché la gente vota come vota”. Provocatoriamente aveva osservato che “Internet aveva dato il diritto di parola a tutti gli imbecilli”. E tanto si discusse di quelle parole.

La settimana scorsa ho terminato di rileggere il Nome della rosa. Uno dei più grandi suoi romanzi che in fondo parla del valore del sorriso. Ma che soprattutto incita a combattere chi lo vuole far tacere. Il riso visto come libertà dei popoli di sopravvivere ai dolori terreni. Nasconderlo, per i membri più ottusi del clero dell’epoca, significava avere potere sulle masse e detenere il mistero della morte. Come al solito, sfogliando l’ultima pagina mi era rimasta quella fame di sapere. Quella voglia di apprendere ancora, di studiare, di leggere che solo la sua arguzia dell’intelletto era capace di trasmettere. Oggi mi vengono in mente le gesta di Adso, francescano e discepolo di Frate Guglielmo, che nell’ultimo capitolo torna all’abbazia teatro delle vicende. Al posto della biblioteca (la più grande dell’Europa dell’epoca) andata in fiamme molti anni prima, trova ancora un cumulo di macerie. Lì raccoglie le reliquie e ciò che rimane di alcune pergamene. Ed è proprio in quel momento che si accorge che più rilegge quel elenco più si convince che è effetto del caso e che non contiene alcun messaggio. Se non quello che noi siamo capaci di vederci. Come una biblioteca andata in fiamme ora sta a noi – orfani di un grande letterato – tessere la tela della vita.

Da lassù qualcuno ti ha chiamato, ma noi qui sotto staremo ancora ad ascoltarti.

Sit tibi terra levis! Che la vita ti sia lieve, maestro!

Mille franchi. La banconota della discordia

La moneta più “preziosa” al mondo non si tocca secondo la BNS. L’Europa invece vuole eliminare il taglio da 500 euro, la cosiddetta banconota dei narcos. “Sono altri i metodi per combattere il riciclaggio” commenta la ex magistrata Ferrara Micocci.

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Jacob Burckhardt continuerà a guardarci. Sì perché lo studioso e storico elvetico che compare sulle banconote da mille franchi non ha i giorni contanti. La Banca nazionale svizzera non intende rinunciarvi, nonostante le discussioni in atto nell’Unione europea per il ritiro dei 500 euro. Per la Banca centrale europea e il presidente Mario Draghi la sua abolizione renderebbe più difficile per terroristi e criminali spostare soldi in contanti.

Il 1000 franchi elvetico vale quasi il doppio del 500 euro e dieci volte il 100 dollari, la banconota più “pesante” americana. A livello mondiale esiste solo un altro biglietto più prezioso, il 10’000 dollari di Singapore, che ha un valore di 7000 franchi. Questo è usato però principalmente nelle transazioni fra banche e nella vita normale – contrariamente alla banconota elvetica – non ha alcun ruolo. Inoltre dal 2014 non viene più emesso. Nonostante ciò la BNS non si scompone e spiega che “il valore di una banconota non ha alcun impatto sugli sforzi per combattere il crimine”. Per ora dunque non si tocca il 1000 franchi.

Sulla scelta della BNS si è espresso anche lo scrittore italiano Roberto Saviano sulla sua pagina Facebook. “Chiunque studi le organizzazioni criminali sa che le banconote di grosso taglio possono essere spostate con facilità, depositate in banca e riciclate. La risposta dell’Istituto di emissione elvetico è stata: “Il taglio di una banconota non è un elemento determinante nella lotta a criminali e terroristi. Eppure i soldi che il Cartello di Sinaloa versava nella filiale messicana di HSBC erano contanti”. Anche secondo il magistrato Nicola Gratteri nell’economia della ‘ndrangheta e dei narcos: grazie al suo taglio, il taglio da 500 è il preferito per gli scambi di denaro tra criminali perché è estremamente facile portarla con sé.

Ma oggi i metodi possono essere anche altri per riciclare denaro di dubbia provenienza. Ad esempio passare dalle economie emergenti o dai paradisi fiscali come Panama o Seychelles, senza per forza possedere contante. “Secondo me la BNS ha ragione” – commenta la ex Procuratrice pubblica Natalia Ferrara Micocci. “Trovo invece più sensata la nuova norma antiriciclaggio introdotta il 1 gennaio 2016 che prevede per i commercianti professionisti – come ad esempio il gioielliere – l’obbligo di verifica per importi superiori ai 100 mila franchi”.

Una scelta del Parlamento elvetico, questa, spinta dalle pressioni del GAFI “il Gruppo d’azione finanziaria” che già nel 2012 aveva raccomandato ai paesi membri dell’OCSE – dunque anche alla Svizzera – di inasprire le norme contro il riciclaggio di denaro. Altre dunque le misure che possono combattere il riciclaggio. E in Svizzera si può fare certamente di più, ma va detto che, anche se in ritardo, qualcosa si sta muovendo. Ad esempio grazie all’inclusione nelle PEP – ossia quelle persone con cui gli intermediari finanziari devono essere sempre vigili a causa dei rischi di corruzione –  di altri attori sensibili. Dittatori, trafficanti, organizzazioni criminali sotto i riflettori. Ma oltre a questi, sono sottoposti ai controlli anche deputati e senatori elvetici, così come i dirigenti delle federazioni sportive che operano a livello mondiale. Per Sepp Blatter e compagnia c’è poco da sorridere. Il GAFI tornerà a riunirsi e a fornire le sue indicazioni sulla lotta ai fenomeni di criminalità finanziaria nella primavera 2016. Si attendono dunque altre misure. Ma per ora è certo che i mille franchi non si toccano. Lo sguardo di Burckhardt ci veglierà ancora in futuro e forse anche lui ci aiuterà a stare vigili sui traffici di denaro illeciti.

 

Ascolta l’audio Radio3i

 

Mafia Ticino 3.0

Retrospettiva di un anno di vicende mafiose del cantone. Dal “banchiere” della ‘ndrangheta di Vacallo, all’inchiesta Hydra, fino al caso del camorrista di Morbio Inferiore. 

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Si dice che dalla vetta del Monte Generoso, nei giorni di sole più limpidi, si possa vedere la madonnina del Duomo di Milano. Ma se si osserva meglio dalle nostre cime si può vedere anche il Sud Italia e le sue ramificazioni mafiose.
Nel tranquillo e ridente Ticino passa spesso nel silenzio e si fatica a ricordare la serie di arresti e inchieste legate al fenomeno nell’ultimo anno appena trascorso. Terra di banche e tranquillità. Ma anche di affari e finanza in tutta discrezione.
Un fenomeno non certo di oggi. A scuotere il cantone negli ultimi decenni non sono infatti solo i casi più noti. Come ad esempio quello di Gerardo Cuomo (proprio di questi giorni la prescrizione per il “re delle sigarette” che sconvolse la giustizia ticinese nei primi anni 2000) o l’altro caso tanto discusso di Michele Varano (di ottobre la decisione della sua espulsione dalla Svizzera). Ma le infiltrazioni sul nostro territorio trovano sempre terreno fertile e sembrano faticare a esaurirsi. Questi sono solo alcuni dei fatti del 2015.
Era la fine del 2014 quando a Vacallo venne arrestato Franco Longo, il cosiddetto “banchiere” della ‘ndrangheta. Il 4 dicembre scorso si è tenuto il processo che a sorpresa, e non senza stupore, si dovrà rifare. Secondo i giudici di Bellinzona il rito abbreviato con cui si è svolto il dibattimento non ha permesso di andare in profondità nell’inchiesta. Inoltre si attendeva il termine del filone giudiziario italiano con gli altri indagati coinvolti. Il 61enne molisano, residente in Svizzera da 2 anni con regolare permesso B, è accusato di organizzazione criminale e riciclaggio di denaro. Longo è sospettato di aver ricoperto un ruolo centrale all’interno di una cosca della ‘ndrangheta attiva in Lombardia. Nella vicina penisola son stati ben 40 gli arresti nell’operazione denominata “Rinnovamento”. Oltre al molisano, a finire in cella anche Vincenzo e Domenico Martino, i fratelli considerati i capi del clan di Reggio Calabria Libri-De Stefano-Tegano. Con loro Longo investì soldi “sporchi” comprando un palazzo a Chiasso, in via Motta a due passi dalla stazione delle FFS. Un’operazione da 3,3 milioni di franchi eseguita tramite un socio ticinese (ex municipale della cittadina di confine), lui però non indagato. In Ticino Longo potrebbe prendere dai 4 a i 5 anni, in Italia i fratelli Martino dovranno rimanere dietro le sbarre per 20 anni, rispettivamente 11 anni e 3 mesi. Così è stato deciso pochi giorni fa dal Tribunale di Milano nel processo di prima istanza. Per non parlare delle altre condanne più eclatanti. Quelle di Antonio Nesci e Raffaele Albanese, dell’operazione Helvetia che scoperchiò la cellula ‘ndranghetista di Frauenfeld. Nello scorso ottobre, al primo furono dati 14 anni di reclusione, al secondo 12 anni.
Se “Rinnovamento” ha sconvolto il Ticino e la ridente Vacallo, in ottobre anche l’inchiesta “Hydra” – più silente e meno seguita dai media – ha svelato un altro nervo scoperto: il fenomeno delle residenze e società fittizie. Ben tre quelle intestate a Renato Bevilacqua, figlio del più noto Ferruccio, boss di Vibo Valentia vicino al clan dei Mancuso di Limbaldi. Entrambi accusati a Roma di essere gli usurai dell’organizzazione. Anche qui gli arresti scattano in Italia (addirittura è stato arrestato l’ex capogruppo dell’Italia dei Valori della Regione Lazio Vincenzo Maruccio), ma la punta dell’iceberg è in Ticino. Con loro a finire in manette c’è Alfredo Bordogna, residente con Renato Bevilacqua a Chiasso in una appartamento usato come pied-à-terre. A loro due erano intestate le tre aziende chiassesi attive nel campo dell’edilizia e delle costruzioni. Di queste l’unica traccia che rimane sono delle bucalettere inutilizzate in Corso San Gottardo.
Il vettore finanziario passa certo dalla Svizzera, ma la presenza mafiosa è contraddistinta anche da relazioni radicate sul territorio. “Siamo anche sponsor di una società di bocce di Bellinzona” spiega Bordogna in un’intercettazione ripresa dal Corriere della Sera. Una frase che di primo acchito può sembrare semplice, ma in verità fa capire la portata delle interconnessioni mafiose in ogni ambito della società ticinese. Finanza e discrezione prima di tutto, ma anche integrazione e quotidianità contano. Sugli sviluppi dell’inchiesta da parte elvetica, la procura federale – da noi interpellata – si era trincerata dietro al più classico “no comment”.
Se ci spostiamo a pochi chilometri da Chiasso, per la precisione a Morbio inferiore, è lì che abitava Filippo Magnone. Nel comune di 4.500 abitanti alle pendici della Valle di Muggio, il 31enne milanese si prodigava per trovare prestanome col fine di investire i soldi della Camorra. Lui era il grimaldello per entrare nelle banche svizzere e anche estere, grazie al socio Giuseppe Arnhold attivo in Ungheria. Entrambi fermati nella vicina penisola assieme al 63enne Vincenzo Guida e al 54enne Alberto Fiorentino con l’accusa di esercizio abusivo del credito con aggravante del metodo mafioso. Una vera e proprio banca della Camorra nel cuore della Milano bene, con arterie che pulsano in Ticino. Nell’operazione sono stati sequestrati valori patrimoniali per 3 milioni di franchi e anche questa inchiesta prosegue nelle stanze dell’Antimafia milanese. A condurre le indagini, prudentemente eseguite anche con pedinamenti lunghi mesi, è la procuratrice capo Ilda Boccasini, che di processi in Italia ne ha fatti parecchi e molto importanti.
Questi casi sono solo alcuni esempi del fenomeno nel nostro cantone. Nel 2014 la Polizia federale nel suo rapporto annuale aveva lanciato l’allarme: “la criminalità organizzata italiana è una minaccia per la Svizzera”. A lambire il nostro cantone è anche l’inchiesta Insubria: che ha smantellato nel Comasco e nel Lecchese altre cosche calabresi. In tutto per i 35 imputati alla sbarra sono state inflitte condanne pari a 162 anni di carcere. In un altro caso, a novembre, la Procura di Torino aveva chiesto il rientro dalla Svizzera di quasi un milione di franchi depositati in conti correnti riconducibili a Giuseppe Nirta, esponente della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta, condannato a sette anni e otto mesi per traffico di stupefacenti.
In totale, nel solo 2014 sono stati posti sotto sequestro in Svizzera 8 milioni di franchi, cifra confermata dal Ministero Pubblico della Confederazione nella conferenza stampa di presentazione della nuova procuratrice capo di Lugano, la ticinese Dounia Rezzonico. Nel complesso sono una cinquantina le procedure legate alla criminalità organizzata nel nostro paese. Molte dunque le inchieste aperte di cui sentiremo parlare nei prossimi anni.

E dopo tutti questi atti d’accusa e nomi mi balena in testa un film di Paolo Sorrentino intitolato “Le conseguenze dell’amore”. Nel film un magistrale Toni Servillo intrepreta Titta di Girolamo, finanziere che opera a Lugano per conto della Camorra. A un certo momento ha una brillante uscita: “Un famoso finanziere diceva che quando due persone conoscono un segreto, non è più un segreto”. E di segreti legati alla mafia, molto probabilmente, ne sentiremo ancora parlare anche alle nostre latitudini.