“Una goccia in un Canale?”

Nuovi metodi di riciclaggio si sono sviluppati negli ultimi anni soprattutto dopo le pressioni dell’OCSE su determinati paesi. Per alcuni le rivelazioni del’Icij sono “cose già note”, per altri “uno tsunami mondiale” . Ma quale l’importanza dei Panama Papers? Nella rete coinvolti anche Svizzera e Ticino. 
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“Sì, potrebbe essere un granello di sabbia in un deserto, oppure una goccia in un canale. Certo è che ora i sistemi per evadere il fisco sono svariati e sempre più affinati. Si prediligono metodi diversi. Panama è un porto importante per gli affari, ma ormai sempre più sotto pressione”. Ma è davvero tutto cosi scontato? Si fa fatica a orientarsi in questo guazzabuglio di dati.
Da qui sono nate alcune riflessioni con un amico attivo sulla piazza finanziaria luganese sui Panama Papers. L’inchiesta che sta facendo tremare i grandi del mondo. Un dato interessante sfogliando le cifre snocciolate dal Consorzio internazionale di giornalismo investigativo (Icij) – che ha svelato i dati grazie a una gola profonda tramite oltre 11 mila documenti su un periodo di 40 anni di attività della società panamense Mossack e Fonseca – è che il paradiso fiscale del Canale è sempre meno meta di evasori.
Dalle 228 società offshore gestite nel 1978 si è passati al picco massimo di 13’287 nel 2005. Dopo la crisi dei subprime del 2006 finiscono gli anni d’oro e le cifre calano. IN dieci anni si sono dmimunite addirittura del 65%, arrivando nel 2015 ad avere una gestione totale di 4’341 società offshore. Le pressioni internazionali dunque si fanno sentire. Dopo la Svizzera, Lussemburgo e altri paesi nelle black list, tuttavia l’OCSE non ha raggiunto accordi con Panama, e altri paradisi fiscali come le Cayman o le Isole Vergini, ma anche con gli Stati Uniti, e in particolare con lo stato del Delaware. L’attacco – diceva un mio vecchio mister di calcio – è la miglior difesa, ma questo è un altro discorso.
Panama un “buco nero” del fisco, ma ormai noto da tempo
Ormai da tempo, soprattutto per chi opera nel settore, Panama è noto come paradiso fiscale dell’offshore. Secondo il professore Donato Masciandaro, direttore del Dipartimento di economia della Bocconi è la classica “scoperta dell’acqua calda”.
Il paese del Canale – spiega un esperto fiscale al Sole 24 ore – da tempo è un “buco nero” del fisco questo perché non partecipa agli accordi per lo scambio di informazioni fiscali, anche se ha recentemente manifestato l’intenzione di aderire, e si è dotato di una legislazione simile a quella elvetica, che punisce la violazione del segreto bancario e finanziario. Nell’aprile del 2015 il paese ha introdotto le prime modifiche legislative in ambito di trasparenza.
A Panama dagli anni ’80 il governo ha attuato la politica di attirare il massimo dei capitali, garantendo imposte basse rispetto ad altri pesi (circa al 25% per le persone giuridiche, le aziende agricole e le piccole imprese hanno un tassazione inferiore), ma soprattutto a Panama è garantito l’assoluto anonimato. È questo sicuramente il fattore più rilevante che attira criminali, riciclatori di denaro, ma anche politici e imprenditori.
Secondo una recente ricostruzione del quotidiano «Le Monde», in Europa sfuggono alla tassazione circa 2.600 miliardi di dollari, in Asia 1.300, negli Stati Uniti 1.200, nei Paesi del Golfo 800, in America Latina 700, in Africa 500, in Canada 300, in Russia 200. Totale: 7.600 miliardi: il triplo della ricchezza prodotta ogni anno dall’Italia. Il giornalista britannico Nicholas Shaxons, uno dei maggiori esperti in materia di paradisi fiscali, nel suo ultimo libro The Havens: annual report, sostiene che le risorse occultate siano pari a 32 mila miliardi di dollari: 13 volte il prodotto interno lordo del Regno Unito. Certo non briccioline anche oggigiorno.
Quali i vantaggi dell’offshore e soprattutto è un metodo illegale?
Come ricorda il Post in molti casi e per molti paesi è lecito avere società in paradisi fiscali, a patto che questo e la quantità di soldi che gestiscono venga dichiarato alle autorità. Spesso i paradisi fiscali vengono usati per superare regole particolarmente rigide di alcuni paesi sullo scambio di valuta, per proteggere la ricchezza da furti e per gestire complicate pratiche di bancarotta o acquisizioni. In molti casi, tuttavia, i paradisi fiscali vengono usati per scopi illegali: in primo luogo nascondere ricchezza per evitare di dover pagare le tasse e per riciclare denaro.
Creare una società a Panama è un’operazione facile. La spesa per l’incorporazione è di circa 1.200 dollari, ai quali vanno aggiunti 300 dollari per coprire le tasse statali e altre poche centinaia per pagare i professionisti che potranno sedere nel consiglio di amministrazione e fungeranno da schermo dietro i quali si celeranno i reali proprietari. In Svizzera come minimo questo procedimento costa 100 volte tanto.
Un inchiesta però che deve interessare tutti?
Nonostante i dubbi di taluni su secondi fini, o interessi più o meno velati a cui l’inchiesta potrebbe mirare, l’indagine del Consorzio internazionale di giornalismo investigativo ha fatto le prime vittime ed è colossale per i numeri e per la portata.
Il sito Vicenews ha interpellato in merito John Christensen, direttore di Tax Justice Network, un esperto che da anni studia il fenomeno, chiedendogli perché le rivelazioni di Panama Papers dovrebbero interessare tutti noi.
“Se i ricchi e i potenti decidono di non pagare più le tasse, – risponde Christensen – tutti gli altri si trovano davanti a una scelta comunque dolorosa: dover pagare più tasse o perdere i servizi pubblici. C’è un collegamento diretto tra l’uso della finanza offshore da parte dei ricchi e potenti e la perdita di efficacia della nostra società”.
“Mentre i nostri sistemi fiscali – continua l’esperto – si adattano al fatto che i miliardari non contribuiscono, la disuguaglianza aumenta minacciando la stabilità sociale e la sopravvivenza economica dei nostri paesi”. La questione dunque tocca tutti. E se le tasse aumentano sappiamo dove mancano questi soldi. Tuttavia va anche detto che il discorso dell’evasione è molto più ampio e va esteso anche ad altri canali e paesi.
Anche la Svizzera e il Ticino implicati
La Svizzera nella classifica dei paesi che hanno a che fare con la rete degli offshore legati alla  Mossack e Fonseca non se la passa male. Tra i 10 paesi in cui operano maggiori intermediari, la Confederazione  è terza con 1’223 intermediari, dietro solo alla Gran Bretagna (1’924) e Honk Kong (2212). Gli Stati Uniti sono quarti a 617 intermediari.
Ma anche il Ticino è implicato. La Mossack e Fonseca ha infatti una sede a Lugano, aperta dal 2013 in Via Curti 5 a Lugano, dove però non figura nemmeno un campanello.
“Nulla di illegale” commenta sul quotidiano La Regione la presidente della Federazione ticinese delle associazioni fiduciarie, Cristina Maderni, in merito alla possibilità di aprire offshore.
Spiega inoltre che è noto a tutti che nei decenni scorsi la piazza finanziaria luganese ha fatto un uso molto intenso di società panamensi. Ma ora anche secondo la Maderni, la costituzione di società offshore di diritto panamense non sarebbe più una pratica diffusa. “Sicuramente non lo è più per la clientela europea, visti i noti sviluppi sullo scambio di informazioni. Il discorso è diverso per le altre nazionalità” afferma la presidente dei fiduciari ticinesi, ricordando che anche a Panama la situazione si sta ora normalizzando.
Tuttavia facendo un giro sul sito di un hacker che ha svelato i segreti di Panama ben prime dai Panama Papers ( http://ohuiginn.net/panama/ ), abbiamo però trovato parecchi nomi noti nel Cantone. Ci sono sia politici, sia ex politici, ma anche imprenditori di punta e banchieri di alto livello, tutti accomunati dalla passione per l’offshore panamense. La pratica dunque sembra ancora fare gola a certi. Oppure qualcuno si è dimenticato in fondo al suo cassetto alcune azioni d’oltre oceano. Forse in attesa di qualche condono o amnistia. Fino ad ora però nel Cantone i nomi non si fanno e le bocche rimangono cucite. Escono invece alla spicciolata  nella vicina penisola, e non solo altri, nomi di Vip. Venerdì l’Espresso ha promesso altri scoop. Un nome nelle ultime ore rimbalza su tutti, quello di Barbara d’Urso.
E come diceva qualcuno: the show must go on!

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