Lassù qualcuno ci chiama

Se puoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva.

Libro dei Consiglio, José Saramago.

ecodylan

La prima volta che ho “conosciuto” Umberto Eco era il gennaio del 1998, avevo 14 anni. Lo avevo visto sul fumetto “Lassù qualcuno ci chiama” di Dylan Dog. È vero in quel caso il protagonista di quel fantasioso racconto si chiamava Humbert Coe, ma era pur sempre un esperto di semiologia e glottologo. Da subito rimasi folgorato. Crescendo lo scoprì in tutte le sue forme e  sfumature. Dapprima con il Pendolo di Foucault. In quanti viaggi in treno mi ha accompagnato parlando di esoterismo e cabala. Eco era così, ti prendeva per mano e ti spiegava i manoscritti medievali e poi la settimana dopo analizzava il ruolo del fumetto nella contemporaneità. Con una elasticità sovrumana passava da Tommaso D’Aquino all’analisi di Mike Bongiorno. Viveva con naturalezza la contraddizione del sapere.

Di tutte le cose che mi ha insegnato, apprezzo maggiormente quella di non limitarsi a “guardare”, ma di “osservare”. Mai soffermarsi su una superficie, ma scavarvici dentro. Andare a fondo. Cercare la verità ad ogni costo. E di questo era una mago e chi meglio di lui ha spiegato cosa significa il complottismo. “Perché le bufale hanno successo?” Si chiedeva Eco. “Perché promettono un sapere negato agli altri. Il complotto – come diceva anche Pasolini – ci fa delirare perché ci libera dal peso di doverci confrontare con la verità”. Tanto ho apprezzato il Cimitero di Praga. Un romanzo che racconta e smonta i protocolli dei Savi di Sion. In quel caso ci voleva rendere attenti su chi pensa che la cospirazione ha sempre una medesima radice al di là dello spazio e delle epoche. “Il complotto cosmico esiste? Forse è peggio sapere che ci sia gente che ci crede davvero” – diceva il maestro.

La cosa più inaspettata che Umberto Eco poteva fare era quella di morire. Sì perché io lo vedevo come eterno, ma forse eterno lo sarà veramente. Di sicuro ci è riuscito ancora: per l’ennesima volta ci ha spiazzato. Quando questa mattina ho letto la notizia ho sgranato gli occhi ancora pieni di sonno. Non ci volevo credere. Ma ho subito capito che questa volta era vero.

Per un po’ ho pensato che era una delle solite bufale di internet, e Eco ci ha insegnato a diffidare del web. Come quella volta che scrisse nelle sua Bustina di Minerva sull’Espresso di essere a sua insaputa su Facebook con una pagina fasulla. Sorrise di apprendere che grazie a un suo “finto” post nel 2012 in cui si annunciava la morte di Gabriel García Márquez (prima che effettivamente morisse) la stampa di tutto il mondo aveva ripreso la notizia e sul web tutti avevano espresso il proprio cordoglio. “Inutile – sosteneva – per alcuni tutto ciò che appare su uno schermo retroilluminato è vero, e poi si capisce perché la gente vota come vota”. Provocatoriamente aveva osservato che “Internet aveva dato il diritto di parola a tutti gli imbecilli”. E tanto si discusse di quelle parole.

La settimana scorsa ho terminato di rileggere il Nome della rosa. Uno dei più grandi suoi romanzi che in fondo parla del valore del sorriso. Ma che soprattutto incita a combattere chi lo vuole far tacere. Il riso visto come libertà dei popoli di sopravvivere ai dolori terreni. Nasconderlo, per i membri più ottusi del clero dell’epoca, significava avere potere sulle masse e detenere il mistero della morte. Come al solito, sfogliando l’ultima pagina mi era rimasta quella fame di sapere. Quella voglia di apprendere ancora, di studiare, di leggere che solo la sua arguzia dell’intelletto era capace di trasmettere. Oggi mi vengono in mente le gesta di Adso, francescano e discepolo di Frate Guglielmo, che nell’ultimo capitolo torna all’abbazia teatro delle vicende. Al posto della biblioteca (la più grande dell’Europa dell’epoca) andata in fiamme molti anni prima, trova ancora un cumulo di macerie. Lì raccoglie le reliquie e ciò che rimane di alcune pergamene. Ed è proprio in quel momento che si accorge che più rilegge quel elenco più si convince che è effetto del caso e che non contiene alcun messaggio. Se non quello che noi siamo capaci di vederci. Come una biblioteca andata in fiamme ora sta a noi – orfani di un grande letterato – tessere la tela della vita.

Da lassù qualcuno ti ha chiamato, ma noi qui sotto staremo ancora ad ascoltarti.

Sit tibi terra levis! Che la vita ti sia lieve, maestro!

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