Respiriamo e torniamo liberi

fr br

L’idea che fra pochi giorni prenderò un aereo, lo dico senza vergogna, mi preoccupa. Passerò dal Kenya, farò scalo a Mombasa. Dove soltanto pochi mesi fa (era l’aprile scorso) 148 persone, per lo più studenti, sono morti in un attentato all’interno di un campus per mano del dal gruppo di fondamentalisti islamici di Al Shabaab. Era invece il luglio scorso quando lo stesso gruppo fece 14 morti in un villaggio sempre del Kenya, al confine con la Somalia. Per non parlare dell’attentato al centro commerciale Westgate di Nairobi nel settembre 2013. Dove sempre Al Shabaab ammazzò 68 persone, la maggior parte turisti di ogni nazionalità. Pochi giorni fa poi quell’aereo russo precipitato nel Sinai, di cui poco ancora sappiamo. Gente che tornava dalle loro vacanze.
Ho paura, sono terrorizzato. E poi mi dico devo esserlo per davvero? Anche se oggi non siamo più liberi? Anche se ci hanno tolto da sotto i piedi quella porzione di libertà fondamentale per ogni uomo? E pensare che basta prendere un TGV e andare a trovare alcuni miei amici che lavorano a Parigi in sole poche ore. E oggi non posso più di farlo?
Ci hanno toccato nel cuore, nell’intimità. Non solo dell’anima, ma anche del corpo. Del movimento, del respiro. Alla fine è quello il loro obiettivo. E se mi sforzo, ragiono un po, solo una cosa mi viene in mente. Come dice Mario Calabresi nel suo editoriale il giorno dopo la barbarie di Parigi: “Ci hanno tolto l’aria. Ma ora riprendiamoci la nostra vita”. Devo reagire anch’io. Devo alzarmi, respirare a pieni polmoni. E poi camminare e mettermi in marcia. Solo così potremo reagire nel nostro piccolo. Albert Camus diceva che: “La metà della vita di un uomo è passata a sottintendere, a girare la testa e a tacere”. Beh, ora puntiamo dritto lo sguardo e smettiamo di tacere.
Buon viaggio, respiriamo e torniamo liberi.
MP

“13 novembre: nulla più come prima”

paris“Una candela per chi vorrà sarà messa questa sera sulle finestre di tutta Parigi. Fatelo anche voi, ditelo a tutti!”. Così si conclude la nostra chiamata con Nicolas Desse, parigino doc, che abita a soli 20 minuti di metrò dal teatro Bataclan. Lui non ci vuole credere: “Siamo a casa nostra, ma siamo in guerra. È come se fossimo in un paese straniero. Vediamo delle scene di orrore. Sono dei luoghi vicini e conosciamo degli amici che erano nel teatro al momento degli spari. Che fortunatamente non sono morti. Sono vivi e si sono rifugiati da dei loro conoscenti vicino alla sala”. Un sospiro di sollievo visto che all’inizio per un amico di è temuto il peggio. “Ora sembra che stia bene – ci spiega Nicolas – perché i contatti sono molto difficili. Non sappiamo ancora se è arrivato a casa oppure se è alla centrale della polizia. Sappiamo che interrogano tuttora un certo numero di persone”.

Ora nulla sarà più come prima per le vie di Parigi. “La vita cambierà, perché quello che è scioccante è  il fatto che questi attentatori sono arrivati come se nulla fosse e hanno sparato a 50 cm di distanza hanno ammazzato queste persone che erano sulle terrazze nei ristoranti. Per dei luoghi che frequentiamo quotidianamente. Non pensavamo che potessero mai realizzarsi”.
Nemmeno dopo gli attentati di Charlie Hebdo si poteva credere una tale tragedia. “Ce lo aspettavamo senza attendercelo per davvero”. Asserisce il parigino. “Dopo Charlie, io e tutti noi eravamo molto toccati. Io sono andato alla marcia pochi giorni dopo. Da quel momento la sicurezza è molto aumentata. Per questo c’era uscito di testa che poteva ripresentarsi. Ma quello che è avvenuto ora dimostra che non era così. Che l’orrore non è finito. Dopo le morti di gennaio ora ne abbiamo 130. Non ci crediamo. Quando vediamo le immagini non crediamo che sono accanto a casa nostra”.
Noi ci salutiamo e Nicolas ci ricorda: “mettete la candela questa sera, ditelo a tutti”. Sapendo che Parigi non sarà più come prima.

Il Muro è ancora lì

BerlinBN.Quando andai per la prima volta a Berlino era il ventesimo dalla caduta del Muro. Oggi 5 anni dopo mi ritrovo là davanti, a guardarlo, a osservarlo, con la stessa voglia di capire. Un sentimento di incomprensione frammista a incredulità. Difficile immergersi, per noi ragazzi classe 1980, in quel mondo, così diverso, ma che allo stesso tempo ci ha visto nascere. Noi svizzeri, italiani, francesi, inglesi, spagnoli, europei e americani proveniamo in fin dei conti tutti da quel momento. Quando i due blocchi si sono fusi. Quando la guerra fredda ha smesso di dividere. Quando l’era che conosciamo è cominciata.

Quasi 2 milioni di persone provenienti da tutto il mondo si sono riversati nelle strade in questi giorni di commemorazione. Tutti con un senso profondo della memoria stampato sul volto indipendentemente dall’etnia e dall’età. Quello che più mi ha colpito è la compostezza – in classico stampo tedesco – che però era di ognuno. Si camminava in vie affollate, colme di gente, ma più di tutto regnava il silenzio. Malinconico, introspettivo, teso a proiettarsi nel tempo che fu. Eravamo soli, davanti al passato.

Alla East Side Gallery, dove resta quel poco di Muro intatto, 5 maxi-schermi diffondevano interviste, programmi e scatti per commemorare la caduta. Un documentario ha colpito i presenti. Una musica lenta cadenzava le immagini sbiadite del ventennio che ha separato la città e la Germania. Il migliaio di persone è caduto in un mutismo ovattato. Con le lacrime agli occhi ci si guardava, tutti in contemplazione di istantanee che descrivevano i due blocchi. Da una parte le auto che sfrecciavano indisturbate verso il proprio lavoro, gente che faceva la spesa, bimbi che giocavano. Dall’altra il nulla. Nessuno era presente per strada. Tutto era fermo, congelato magari prima del 1961. Difficile immaginarsi come poteva essere allora la vita al di là e al di qua della cortina.

La festa prosegue. Sempre composta. E come detto più che una celebrazione della caduta del muro è una commemorazione degli oltre 28 anni che il muro ha diviso. Il ricordo è vivido, ma si è andati avanti. Con consapevolezza. Un segno indelebile che traccia la vita comune di ventenni come di ottantenni. La città oggi respira un’aria nuova. È aperta, sempre all’avanguardia, giovane. Forse proprio perché in una città separata per così tanto tempo, che ha completamente sradicato le barriere, i limiti mentali sono bazzecole. Si superano più facilmente.

Tra questi pensieri molte le frasi per ricordare, ma più di tutte una mi colpisce. “Il Muro esisterà ancora fra cinquanta e anche fra cento anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”, diceva il politico tedesco Erich Honecker. E gli ottomila palloncini installati oggi lungo i 15 chilometri dove fu eretto, stanno a ricordarci che il Muro, forse, non è mai caduto. Il Muro è ancora presente, è lì. Vive in noi.

Auguri “Vecchio”

“Rodolfo, toscano di origine, ma di quelli veri, ruvido come la carta vetrata quando doveva far valere le proprie ragioni. Ma con una ruvidezza che, come la carta vetrata, riusciva a lisciare tutto.”

“Pino, sardo d’origine, testardo e volitivo, come i muli del Gennargentu quando doveva far valere le proprie ragioni. Ma con una testardaggine che, come i muli del Gennargentu, riusciva ad affrontare qualunque salita.”
arg

Qualche tempo fa mi sono fortuitamente imbattuto in queste parole scritte sulla rivista del Nuovo Club Leone di biliardo. Iniziai a leggere il ricordo di questi amici di mio padre e pensai a chi mai avesse potuto scrivere un ricordo così nitido e semplice allo stesso tempo. Essenziale, che trasmetteva il senso delle cose in profondità, descrivendo il nesso imprescindibile, ma nascosto, che esiste tra uomo e biliardo. Una passione infinita. Sicuramente, era stata una persona che li aveva a cuore.

Alcuni giorni dopo venni a sapere che era proprio mio Papà ad aver scattato queste immagini dense di colori. Il fotografo che era in lui veniva sempre fuori.

Mio padre, Tony era così: italo-argentino di origine, riflessivo e coriaceo, come i ghiacci del Perito Moreno quando doveva far valere le proprie ragioni. Ma con una corazza che, come il ghiaccio del Perito Moreno, riusciva a scalfire le cose più solide.

Sempre attento all’essenza, anche se non lo dava a vedere. Era una bilancia: pesava tutto. Equilibrato ma contraddittorio al tempo stesso. Lui era genio e sregolatezza, con l’estro e la fantasia di Maradona. Come lui era capace di segnare di mano e poi dare lustro a tutto il suo talento con il gol più bello di sempre.

Anche Tony come Rodolfo e Pino era innamorato del biliardo.

Mi ricordo quando da piccolo mi portava al Carlino. A colpirmi furono quegli uomini silenti, raccolti attorno ai tavoli verdi illuminati da luci potenti, dove tutt’intorno regnava il buio. Sento ancora l’odore di fumo e riconosco quelle teste chine intente a inventare traiettorie precise. Un impegno mentale ancor prima che fisico. Ero affascinato dalla concentrazione necessaria per creare quelle geometrie impossibili. Al limite del metafisico, per un piccolo bimbo quale ero. La chimica che si sprigionava in quei luoghi non era altro, però, che matematica. Matematica del pensiero, che con piglio quasi visionario, era tesa a un unico obiettivo: colpire quel minuscolo birillo rosso nel mezzo del tavolo.

Tenace, sognatore e analitico, il mio papà, Tony. Mai banale. Con alacre metodologia riusciva – a modo suo – a fare sempre centro. Quando aveva voglia, ed era concentrato, era veramente un “gran bel giocatore”, dicono alcuni suoi amici. Il suo “mito” era l’argentino Nestor Gomez, detto Nenè. Giocatore di biliardo che come lui era originario di una terra lontana, “ai confini del Mondo” per citare Papa Francesco. Una terra di emigranti, soprattutto italiani. Papà era nato in un sobborgo di Buenos Aires, e poi da adolescente era sbarcato a Napoli, terra natia dei miei nonni. Forse anche per quello era tanto attaccato a Marardona, a tal punto che mi desse come secondo nome, proprio quello di “Diego”. Il Ticino era la sua patria adottiva. Oramai la “nostra” prima terra, ma i retaggi di una vita passata tra mille vicissitudini e tra ricordi del passato erano ben radicati nel suo spirito.

Come gli argentini, era uno de coccio e combattivo. Al contempo era capace con la forza della creatività ad andare oltre. Un paese contraddittorio, l’Argentina, che parte dalle steppe della Pampa e si inerpica sulle catene montuose delle Ande. 3’700 chilometri che vanno dalla fredda Terra del Fuoco al clima tropicale delle Cascate di Iguazú. Una terra dalle mille anime, un crogiolo di culture. Come il mio Papà. Deciso ma ponderato. Idealista ma pragmatico. Generoso ma introspettivo.

Sono passati pochi mesi da quando ho letto il ricordo dei tuoi cari amici. Ora sono qui io a scrivere di te, Papà. Inutile dire quanto mi manchi. Magari aveva ragione Borges quando dice che “da tempo non c’è cosa al mondo che non sia germe di un Inferno possibile; un volto, una parola, una pubblicità di sigarette potrebbero render pazza un persona, se questa non riuscisse a dimenticarli”. Di sicuro – diventassi pazzo – io non ti dimentico. Noi non ti dimentichiamo.

Per citare un attore a te caro, che come te veniva dal profondo sud, Massimo Troisi:

Tre cose me so’ riuscite ind’a vit, pecchè aggià perdere pure cheste?! Aggià ricominciare da zero?! Da tre!… Ricomincio da tre.Tre cose me so’ riuscite ind’a vita

Adesso ti immagino, con i tuoi compagni di sempre, assieme al Rodolfo e al Pino mentre giocate con le vostre stecche di altri tempi. Sporchi di gesso che – tra una sigaretta e l’altra – discutete tutti e tre di politica e calcio.

Ciao Papà. Prima di lasciarci mi dissi: “misura parole e giudizi”. Spero di aver preso il tuo consiglio alla lettera.

Ti voglio bene! E auguri per i tuoi 57 anni.